Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Usciti dal tempio, i suoi discepoli fanno osservare a Gesù gli edifici e la maestosità del tempio, ed egli dice loro: non resterà pietra sopra pietra che non sia diroccata. Il tempio di Gerusalemme, una istituzione quasi millenaria, costruito da Salomone circa mille anni prima e ricostruito poi da Erode il Grande, fu distrutto dai Romani. Al tempo del profeta Geremia erano in tanti che avevano una concezione magico-sacramentale del tempio. All’invito del profeta al ravvedimento, rispondevano: tempio, tempio, tempio. Una donna samaritana, alla quale Gesù va incontro al pozzo di Giacobbe, riconosciuto che Gesù è un profeta, perché la rimanda alla verità della sua vita (“in questo hai detto il vero”), chiede dove è il luogo in cui bisogna adorare Dio. E Gesù le risponde: viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Dio è spirito, dice Gesù, e per adorarlo, per avere comunione con lui, occorre farlo in spirito e verità. Dio è spirito e ci viene incontro nel soffio del nostro respiro, nella verità del nostro essere, nella nostra sete di senso, nelle nostre gole riarse da pozzi che non dissetano, nei nostri deserti, ai nostri pozzi diventai luoghi d’incontro dove andiamo a cercare acqua per dissetare le nostre anime. Dio è come i raggi del sole che ci illuminano, è come l’acqua fresca e zampillante della sorgente che ci disseta. E come il sole, egli sorge in ogni luogo, su ogni colle, città e villaggio, in riva al mare o sull’alveo di un fiume. Dio è ovunque gli uomini si trovano e li incontra là dove sono, poiché l’uomo è l’essere per cui il cuore di Dio sussulta.


Del tempio di Gerusalemme, dopo la distruzione dei Romani avvenuta nel 70 dopo Cristo, di cui l’Arco di Tito a Roma ne riporta la scena della Menorah portata in spalle dai soldati, oggi rimane soltanto il cosiddetto “Muro del pianto” (kotel ha-ma’aravi): grandi lastre di pietra, di fronte alle quali gli ebrei pii si recano a pregare e nei cui interstizi pongono delle lettere a Dio. Poiché gli ebrei sanno dalle Sacre Scritture che è vietato pregare degli dèi di pietra, il Muro (kotel) è solo un luogo emozionale dove pregare Dio. Oggi è diventato un luogo di pellegrinaggi e celebrazioni nazionali, un luogo di devozione, ma anche un luogo turistico visitato da molti.


Nello stesso discorso escatologico sulla distruzione del tempio, Gesù parla anche di una altra fine, alla quale però contrappone il perdurare delle sue parole: il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Non solo “questa generazione” passa, ma persino il cielo e la terra. Nella nostra comune percezione, se c’è qualcosa di stabile, sono proprio il cielo e la terra. La terra è il luogo su ci poggiamo i nostri piedi e sul quale sono edificate le nostre case; il cielo è lo spazio che i nostri occhi contemplano ogni giorno, per ammirarne le stelle e la luna di notte e la luce del sole che splende di giorno. Gesù non è un profeta di sventura, che ama parlare di catastrofi e di fine, o un sinuoso ammantatore di parole; non è un torrenziale retore che parla senza un legame con la realtà e la vita. Non è “venuto a rovinarci”, come dice l’indemoniato. Gesù è venuto a darci contezza che “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”. Egli annuncia l’irruzione del regno, quel movimento trasformativo, radicale e integrale, che ci porta a un nuovo modo di stare al mondo, di pensare e di fare. Gesù è venuto a disfare le nostre false certezze e convinzioni su cui poggia la nostra vita. È venuto ad aprire le nostre prigioni mentali e offrirci la possibilità di risorgere dalle nostre miserie e pochezze, per vivere nel mondo come figli del Padre, il Dio vero e vivente, anziché postulare un mondo governato da dèi che si comportano come gli uomini. Gesù è venuto per aiutarci a cogliere l’infinito nel finito, il permanente nel provvisorio, la costante nelle variabili.


Il discorso di Gesù non è contro il tempio, ma è contro la fede nell’edificio. In quel tempo, il tempio era diventato come il fico seccato da Gesù, pieno di foglie ma senza frutto; un albero che illude e poi delude. La fede degli uomini si era spostata da Dio alle pietre. Da casa di preghiera a covo di ladroni. Al tempo di Mosè ci furono dei serpenti che mordevano e uccidevano gli ebrei. Per salvarli dalla piaga, Dio fece costruire un serpente di rame su una antenna: chiunque guardava il serpente di rame veniva guarito. In seguito però il popolo cominciò ad adorare il serpente di rame. La loro fede si spostò da Dio all’oggetto; per questo fu distrutto. Capire il discorso di Gesù significa capire che cosa è permanente, perciò utili e irrinunciabile, e che cosa è provvisorio, non più al passo coi tempi di Dio e i bisogni del cristiano. Il tempio di Gerusalemme non c’è più, ma gli uomini pii si recano ancora oggi davanti al Muro del pianto a pregare la preghiera di sempre: Shemà, Israel, Adonai.

Paolo Mirabelli

22 aprile 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).