Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Tutti conosciamo queste parole dell’apostolo Paolo rivolte al giovane evangelista Timoteo: “Predica la Parola” (2 Timoteo 4,2). Il fine della predicazione è la fede, la conversione, l’edificazione. Con la predicazione si fa conoscere la storia della salvezza che ha il suo compimento in Gesù Cristo, nostro Signore. Mediante la predicazione del Vangelo Dio chiama gli uomini all’ubbidienza della fede. La predicazione non è l’annuncio di una dottrina, di un dogma, di una filosofia o visione del mondo, bensì è una notizia, è una buona o lieta notizia (è questo il significato della parola “evangelo”): Dio ti ama, ti perdona i peccati e ti dona la vita eterna in Gesù Cristo.


La Parola che bisogna predicare è tutta la storia della salvezza, che ha in Gesù Cristo il suo centro e il suo compimento. La Parola che bisogna predicare è il messaggio della Bibbia, tutto intero, dalla Genesi all’Apocalisse, poiché tutta la Scrittura è ispirata da Dio, e pertanto essa è utile a insegnare, correggere ed educare alla giustizia (2 Timoteo 3,16-17). Ciò significa che la Bibbia è il libro di Dio e che Dio ne è il vero autore. Ciò significa che degli uomini hanno parlato (e scritto) a nome di Dio perché mossi o sospinti dallo Spirito Santo (2 Pietro 1,21). Quando diciamo che Giovanni è ispirato nello scrivere, non affermiamo che egli apprese in quel momento gli insegnamenti, le parole, i fatti e le opere di Gesù (sappiamo che di Gesù egli è stato un testimone oculare), ma diciamo che egli è stato sollecitato dalla grazia di Dio (mosso dallo Spirito Santo) a mettere per iscritto il suo vangelo. Quando diciamo che Paolo è ispirato da Dio nello scrivere, non vogliamo certo dire che i suoi scritti sono frutto dei suoi studi e del suo pensiero di uomo colto che aveva studiato ai piedi di Gamaliele (dottore della legge), ma che Dio lo ha spinto a scrivere, che Dio gli ha rivelato ciò che prima egli ignorava, che Dio lo ha guidato nello scrivere le sane parole e tutto ciò che è necessario alla chiesa. È questa mozione antecedente che rende unici gli scritti di Giovanni o di Paolo; è questo movimento o azione di Dio sugli autori umani che rende i loro scritti “sacri e ispirati” e inseriti nel libro di Dio. Ecco perché quando un apostolo cita un testo dell’Antico Testamento (Bibbia) dice semplicemente: “Dio ha detto” (2 Corinzi 6,16). Ecco perché la Scrittura stessa afferma che, per esempio, Dio mette le sue parole nella bocca del profeta Geremia (1,9). Ecco perché la Scrittura afferma che Dio (e non un uomo) ci ha parlato per mezzo di Mosè e dei profeti (Marco 12,26; Ebrei 1,1). Ecco perché la Scrittura afferma che le dieci parole (Decalogo) sono state scritte con il dito di Dio (Esodo 31,18). Affermare queste cose scandalizza certuni, i quali temono che si scivoli dal concetto di ispirazione a quello della “dettatura del libro” (come per il Corano). Lo sappiamo: se Dio avesse voluto sostituirsi agli scrittori umani e scrivere lui stesso i libri della Bibbia, li avrebbe calati dal cielo o impresso la scrittura su tavole di pietra, come le tavole della legge al Sinai. E invece Dio ha voluto servirsi degli scrittori umani, di molti di loro conosciamo persino i nomi: Mosè, Davide, Isaia, Geremia, Matteo, Pietro, Paolo. D’altro canto affermare il coinvolgimento degli scrittori umani non deve sminuire l’opera di Dio e l’ispirazione della Bibbia. È proprio questo “mistero” tra attività divina e scrittori umani che fa della Bibbia un libro unico, in quanto libro di Dio. Nessun libro di questo mondo potrà mai essere paragonato alla Bibbia. I pensieri dei più grandi geni di questo mondo non sono per nulla paragonabili ai pensieri di Dio. La migliore letteratura di questo mondo impallidisce di fronte alle sublimi parole di Gesù Cristo e alle stupende pagine dei vangeli.


Chi predica la Parola deve sapere che egli è semplicemente un servo della Parola (uno che ministra e amministra le cose e i misteri di Dio); è un portatore di una Parola che non è la sua, e di cui dovrà risponderne a Dio. Chi predica la Parola ha il dovere di annunciare gli oracoli di Dio (1 Pietro 4,11), e non le proprie idee o i propri pensieri (o quelli di qualcun altro) su Dio. Chi predica la Parola ha il dovere di usare parole spirituali, insegnate dallo Spirito di Dio, per cose spirituali (1 Corinzi 2,13). Chi predica la Parola durante una riunione della chiesa fa o compie un servizio per la comunità dei credenti e ha la responsabilità (davanti a Dio e agli uomini) e il compito di alimentare la fede di chi lo ascolta, non di distruggerla con parole oziose e discorsi umani, che a nulla giovano a coloro che li ascoltano. Chi predica la Parola ha il dovere di dire e insegnare correttamente la parola della verità (2 Timoteo 2,15). Chi predica la Parola deve sempre domandarsi se la comunità che lo ha ascoltato è stata toccata, edificata, interpellata da una Parola di Dio, oppure confusa da parole vuote e inutili.

Paolo Mirabelli

08 settembre 2023

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Non basta possedere la Bibbia: bisogna leggerla. Non basta leggere la Bibbia: bisogna comprenderla. Non basta comprendere la Bibbia: bisogna viverla.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3,16-17). “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza; egli è il mio rifugio; io non potrò vacillare.” (Salmo 62,5-6).

Trova il tempo per pensare; trova il tempo per dare; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. La vita è troppo breve per essere sprecata. Trova il tempo per credere; trova il tempo per pregare; trova il tempo per leggere la Bibbia. Trova il tempo per Dio; trova il tempo per essere un discepolo di Gesù.