Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Dopo la chiamata di Levi, i vangeli sinottici riferiscono del banchetto offerto da Matteo a casa sua, dove sono presenti Gesù, i suoi discepoli, gli scribi e i farisei e, oltre a Levi stesso, che è il padrone di casa, anche altri pubblicani e peccatori (Matteo 9,9-13; Marco 2,13-17; Luca 5,27-32). Il binomio “pubblicani e peccatori” compare spesso nei vangeli, a volte senza articolo quasi a volere indicare un’unica categoria di persone. I pubblicani erano gli esattori delle tasse: gabellieri che riscuotevano le tasse per conto dei romani. È significativo che in Matteo 21,31-32 i pubblicani sono associati alle prostitute e in Matteo 18,17 sono associati ai pagani. Il secondo termine (i peccatori) indicava non soltanto coloro che trasgredivano la legge in maniera evidente, ma anche quelli poco osservanti delle tradizioni dei rabbini. Nell’ambiente giudaico di allora condividere la mensa con qualcuno era un segno di comunione, significava diventarne amico e accettarlo pienamente, e aveva una valenza religiosa, come dimostrano Atti 11,3 e Galati 2,12. Ma anche nelle nostre culture le persone con le quali si mangia assieme sono gli amici e i parenti.


I farisei guardavano con disprezzo queste categorie di persone (“popolo della terra”, tutta gentaglia) ed evitavano il contatto per non contaminarsi. Invece l’atteggiamento di Gesù è totalmente opposto: egli accoglie i pubblicani e i peccatori e mangia con loro, diventa loro amico e non disdegna la loro compagnia. Addirittura Gesù osa dire che i pubblicani e le prostitute entrano prima di tanti altri nel regno dei cieli, perché più sensibili al suo appello e pronti alla conversione (Matteo 21,31-32). Gesù non si lascia imprigionare dalle opinioni comuni o dalle regole dei guardiani dell’ortodossia, e non si circonda soltanto di persone perbene e religiose. È questo atteggiamento di accoglienza di Gesù, insolito e sorprendente, che non rispetta i canoni delle autorità, che fa nascere una controversia e la domanda sul “perché egli mangia e beve con i pubblicani e i peccatori?”.


La commensalità di Gesù con persone poco raccomandabili e l’accoglienza dei peccatori è un tema presente in tutti e quattro i vangeli, ma è particolarmente sviluppato nei sinottici. Giovanni riferisce l’episodio della donna adultera (8,1-11). Anche l’incontro con la donna samaritana è paradigmatico di questo atteggiamento di accoglienza: nonostante il passato burrascoso della samaritana, Gesù le parla con delicatezza e rispetto, le offre “il dono di Dio” (l’acqua viva) e le rivela la sua identità di Messia (4,1-30). Prima di dare uno sguardo ai sinottici per cogliere bene il tema della commensalità e della accoglienza dei peccatori, può essere utile ricordare la diversità di atteggiamento tra la figura austera del Battista e quella accogliente di Gesù: il Battista non mangiava con nessuno, Gesù invece mangiava e beveva con chiunque, tanto da essere accusato di essere amico dei peccatori; il Battista prima chiedeva la conversione e poi dava accoglienza ai peccatori, Gesù invece prima li accoglieva e poi offriva la salvezza e chiedeva loro di cambiare vita.


In tutti e tre i vangeli sinottici la domanda dei farisei sul perché Gesù mangia con i peccatori è posta ai discepoli, non a Gesù; la critica è rivolta a lui ma non hanno il coraggio di affrontarlo. La risposta alla critica però viene da Gesù, non dai suoi discepoli. Le parole e la condotta di Gesù costituiscono il modello di accoglienza al quale devono sempre ispirarsi tanto la chiesa che i singoli cristiani. Nel vangelo di Matteo, nella risposta ai farisei, ci sono tre elementi: il detto o proverbio sui sani e malati e il medico; la citazione di Osea 6,6; il detto sulla venuta per chiamare dei peccatori, non dei giusti. Con la citazione di Osea, Gesù fonda sulle Scritture il suo atteggiamento nei confronti dei peccatori. Ciò che Osea significa, secondo Gesù che lo cita (e Matteo che lo riporta), è che la misericordia di Dio si estende a tutti, anche ai peccatori. “L’ermeneutica della misericordia”, che Gesù ci insegna con la citazione di Osea, relativizza e annulla ogni atteggiamento di chiusura fatto dalla chiesa o dai cristiani nei confronti dei peccatori. Gesù è venuto, dice il vangelo, a dare guarigione ai malati, in quanto medico divino, e a chiamare i peccatori. Chi è sano non ha bisogno del medico e chi è giusto non deve chiedere perdono per i peccati (e può tirare la prima pietra contro l’adultera!). Il vangelo di Marco, che è sempre il più breve dei tre, riporta i due logia (detti) di Gesù inquadrati nel contesto della missione: Gesù è venuto a guarire dalle infermità fisiche e a salvare i peccatori dal peccato. Il terzo vangelo riporta i due detti di Gesù ma insiste sulla conversione dei peccatori: l’accoglienza di Gesù ispira fiducia, motiva e spinge i peccatori alla conversione.

Paolo Mirabelli

08 maggio 2023

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“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3,16-17). “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza; egli è il mio rifugio; io non potrò vacillare.” (Salmo 62,5-6).

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