Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il libro dell’Esodo afferma che la vicenda di Mosè è legata alla situazione degli ebrei in Egitto. In quel tempo in Egitto regna il faraone Ramses II con la sua mania di grandezza, come testimoniano le imponenti costruzioni che portano il suo nome. Il costo in fatica umana e in risorse finanziarie è scaricato sulle spalle delle schiere di schiavi, tra cui anche gli ebrei. Per persone abituate a muoversi in piena libertà deve pesare enormemente il venir ridotte a forza-lavoro nella costruzione delle città di Pitom e Ramses. Il libro dell’Esodo parla di “vita amara” e di “dura costrizione” ai lavori edili e agricoli di ogni genere (1,14). È in questo contesto che si inserisce il racconto di Mosè. Educato alla corte del faraone ma consapevole di non appartenere a quel mondo, Mosè sceglie di stare non con i potenti di allora, ma dalla parte del popolo di Israele, dalla parte di quella gente considera abbruttita dal lavoro forzato. Il testo biblico usa il verbo jasa’ (uscire), che è il verbo dell’esodo, per dire che Mosè diventato adulto si reca a visitare la sua gente. Per uno schiavo che lascia la sua condizione di uomo non libero, la Bibbia dice che “esce” a libertà (21,2). Mosè compie in un certo senso un suo primo esodo nel lasciare la casa del faraone per andare a visitare i suoi fratelli (2,11). Un esodo dalla ricchezza e dal potere alla povertà e all’essere privato di ogni diritto. In mezzo al suo popolo Mosè prende coscienza dei lavori pesanti ai quali sono sottoposti i suoi fratelli e vede la violenza che subiscono dai loro aguzzini. Quando vede un egiziano che uccide un ebreo, Mosè lo uccide. Viene da dire che finalmente c’è un potente che difende gli schiavi, ma qualcosa ancora non va. Dopo un po' di tempo c’è per così dire un secondo esodo di Mosè: quando si propone come capo del suo popolo, intento a risvegliare il senso di appartenenza e la dignità di uomini liberi. Mosè cerca di dirimere da giudice una lite violenta tra due fratelli ebrei, ma il suo arbitraggio viene rifiutato: “Chi ti ha costituito principe e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi come uccidesti l’Egiziano?” (2,14). Compromesso alla corte del faraone e rifiutato dai suoi fratelli, Mosè compie un terzo esodo: lascia l’Egitto e fugge nel deserto per mettersi in salvo. Dopo l’incontro con Sefora, una madianita, Mosè diventa pastore di pecore per sopravvivere e va dietro al gregge.


Mosè è ora un pastore ma anche un uomo libero. Un giorno con il suo gregge si reca nei pressi di una montagna, l’Oreb (3,1). Qui il Signore gli appare come fiamma di fuoco che brucia ma non consuma. Mosè, incuriosito dallo strano fenomeno, si avvicina al roveto in fiamme. Dal fuoco una voce lo chiama: “Mosè! Mosè!”; “Eccomi”, è la risposta di Mosè (3,4). Nella Bibbia ripetere due volte il nome di qualcuno è segno di qualcosa di importante, come nel caso di Abramo, di Samuele, di Pietro, di Paolo e altri. Mosè è chiamato a un appuntamento unico con Dio. Come prima cosa deve tenersi lontano: “Non ti avvicinare qua” (3,5). Poi il Signore gli chiede di togliersi i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale si trova è sacro, è luogo dove arde il fuoco di Dio. La santità di Dio si estende per così dire persino al luogo dove egli è presente. A Mosè il Signore si rivela come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e come “l’Io sono”. Mosè è davanti al Dio dei padri, al Dio delle promesse, al Dio delle lunghe peregrinazioni, al Dio che non abbandona mai il suo popolo. Il Signore dice ancora a Mosè: “Ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto, ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori, conosco i suoi affanni; sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, dove scorre il latte e il miele” (3,7-8). Anticamente per essere un popolo occorrevano tre cose: una terra, un dio o una divinità di quella terra, una etnia abitante quella terra. Dio ha in serbo cose migliori per il suo popolo. Dio ha un programma da compiere: fare di Israele, popolo di schiavi e di stranieri in terra d’Egitto, un popolo libero a quale dare il dono della terra e il dono di se stesso.


Dio investe Mosè della missione di liberazione degli schiavi. “Ora va’, io ti mando” (3,10). Manda Mosè dal faraone a fare uscire (jasa’, il grande esodo) dall’Egitto il suo popolo, gli israeliti. Non è vero che la storia la fanno soltanto gli uomini. Chi conosce la Bibbia e ha una visione di fede sa che Dio è signore della storia e che governa gli uomini, gli eventi e le cose nel tempo infinito. Poiché il faraone non ha intenzione di liberare gli ebrei, la missione di Mosè sembra destinata al fallimento ancor prima di iniziare. Non è così, poiché questa volta è il Signore che manda Mosè. La missione di Mosè rimanda a quella di Gesù, colui che libera i figli di Dio da ogni forma di schiavitù.

Paolo Mirabelli

15 settembre 2022

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“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3,16-17). “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza; egli è il mio rifugio; io non potrò vacillare.” (Salmo 62,5-6).

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