Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Fino  a qualche tempo fa, gli studiosi del Nuovo Testamento parlavano apertamente di conversione di Saulo di Tarso (l’apostolo Paolo), avvenuta sulla via di Damasco, mentre egli si recava in quella città per perseguitare i cristiani, dopo avere avuto l’autorizzazione (lettere) dal sommo sacerdote di Gerusalemme di investigare nelle sinagoghe (Atti 9,1-2). “Durante il viaggio, mentre si avvicinava a Damasco, avvenne che d’improvviso sfolgorò intorno a lui una luce dal cielo; e, caduto in terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (Atti 9,3-4). In questo incontro con il Risorto, Saulo scopre che il Gesù che lui perseguita è il Signore che ora invoca sono la stessa persona. Accecato da quella luce, rimane tre giorni senza vedere. Anania, anche egli discepolo di Gesù, viene inviato ad accogliere Saulo tra i cristiani. Dopo qualche timore per la cattiva fama sul conto del persecutore, Anania incontra Saulo: prima lo guarisce dalla cecità e poi lo battezza. Dopo alcuni giorni, Saulo si mette subito a predicare nelle sinagoghe che Gesù è il Figlio di Dio. Questa esperienza, che Luca racconta con attenzione nel capitolo 9 del libro degli Atti, è sempre stata chiamata: Conversione di Saulo di Tarso. È senz’altro la conversione più nota del cristianesimo, forse anche per il quadro del Caravaggio che la rappresenta. Oggi la tesi che alcuni sostengono è che non si possa parlare di conversione di Saulo, bensì semplicemente di vocazione, come quella di Isaia o di Geremia. A sostenere questa tesi, verso la metà del secolo scorso, non è stato un semplice lettore sprovveduto del Nuovo Testamento, ma uno studioso come Krister Stendahl, docente ad Harvard e studioso del Nuovo Testamento. Nel suo saggio, egli usa diversi argomenti a sostegno della sua tesi: Vocazione anziché conversione. Tra quelli più significativi, ne menziono soltanto tre: sono sufficienti per capire di cosa stiamo parlando. Il primo: Paolo non ha cambiato religione. Il secondo: nelle sue lettere egli non parla mai di una sua conversione, bensì di vocazione, di come Dio lo abbia chiamato a diventare l’apostolo dei gentili (le genti). Il terzo: in quanto ebreo, Paolo non aveva nulla da farsi perdonare, pertanto è improprio parlare di conversione.


Nei vangeli, Gesù invita spesso al ravvedimento e alla conversione: e lo fa sempre rivolgendosi agli ebrei. Secondo il vangelo di Marco, egli inizia il suo ministero invitando proprio al ravvedimento. Uno dei brani più noti, ma non certo l’unico, è Luca 13,1-5, nel quale Gesù parla della necessita del ravvedimento per tutti. Dopo la sua risurrezione, egli dà ai discepoli il mandato di predicare nel suo nome il ravvedimento e il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Negli Atti degli Apostoli, le prime conversioni riguardano tutte gli ebrei, uomini e donne d’Israele; poi i samaritani; infine i pagani: il centurione romano e molti altri. Il processo di conversione include il battesimo, e Saulo, dopo la guarigione, viene battezzato. Nella lettera ai Romani, Paolo afferma che l’Evangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, giudeo e greco (1,16); che tutti, giudei e greci, sono sotto il peccato (3,9), e la giustificazione si ha soltanto in Gesù Cristo. Nella seconda lettera ai Corinzi, nel discorso sul ministero della nuova alleanza superiore a quello della legge, egli parla di un velo che i figli d’Israele hanno steso sul loro cuore: velo che “sarà rimosso quando si saranno convertiti (epistrepho) al Signore” (3,15-16).


Senza la conversione a Cristo non c’è salvezza per nessuno, nemmeno per un ebreo zelante come Saulo. Il punto focale della conversione è la confessione di fede in Gesù: riconoscere come Pietro che “tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. E Saulo di Tarso, prima dell’incontro con il Risorto sulla via di Damasco, non credeva che Gesù di Nazareth fosse il Cristo e il Signore, l’unigenito Figlio di Dio. Certamente c’è differenza tra la conversione a Cristo di un ebreo come Saulo e quella dei pagani, i quali si convertono dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivente e vero. Saulo di Tarso conosceva già quel Dio e aveva fede in lui; leggeva Mosè e i profeti e cercava di vivere secondo la legge. Dopo la conversione non ha smesso di leggere Isaia e l’Antico Testamento, né di credere nelle profezie e nelle promesse di Dio, non ha rinnegato Abramo né la storia d’Israele. Ma dopo che il Signore gli appare sulla via di Damasco, Saulo lascia la religione dei padri per avere fede in Gesù Cristo: capisce che non conta essere ebreo, quanto essere in Cristo, e avere non una giustizia propria, derivante dalla legge, ma la giustizia che si ha in Gesù Cristo, basata sulla fede (Filippesi 3,9). Il Nuovo Testamento allora parla di conversione e vocazione di Saulo di Tarso.

Paolo Mirabelli

25 gennaio 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).