Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Gli antichi avevano grande stima per la Bibbia, in quanto parola di Dio ispirata dallo Spirito Santo, Antico e Nuovo Testamento. Usavano diverse immagini per definirla. La Scrittura è come la lira o la cetra: le diverse corde dello strumento danno ognuna un suono, ma una unica armonia. In quanto parola di Dio o di Cristo, la Scrittura, in cui nulla e inutile e ogni parola ha la sua ragione d’essere, ha tutta intera significazione cristologica. La Scrittura è simile a un albero che si sviluppa di più o di meno a secondo del maggiore o minore impegno e capacità dell’interprete, il che significa che il significato della Scrittura, parola di Dio, è inesauribile, e sta al lettore o interprete mettere in luce quanto più di esso gli riesce possibile. Certo, lo Spirito, che ha ispirato gli autori a scrivere i libri biblici, guida e illumina chi si accosta con fede a riceverne il contenuto.


Gli antichi ben presto svilupparono una loro ratio (approccio) ermeneutica. Facevano abbondante uso della tipologia, che permetteva di spiegare il testo in chiave cristologica. In seguito si servirono pure della allegoria, nata nella filosofia greca, sviluppata in ambito biblico prima dall’ebreo Filone Alessandrino e poi da Clemente e dalla scuola esegetica di Alessandria. La scuola di Antiochia era invece più attenta a un approccio di tipo letterale, che permetteva di affermare il valore storico dei racconti della Bibbia e la presenza di Dio nella storia. L’esegesi biblica degli antichi, grazie alla filologia, raggiunse livelli più alti dell’esegesi giudaica e pagana, la prima era rimasta legata alla casuistica, la seconda dava ai miti delle spiegazioni fantasiose e assurde. L’allegoria permetteva di spiegare ogni parte della Bibbia, e spesso divenne il rimedio per dare un senso ai testi difficili, ma finì per essere una via di fuga dal testo e un rimedio accomodatizio per spiegare anche ciò che non si sapeva spiegare, motivo per cui il Medioevo cercherà di porvi rimedio.


Gli antichi adottarono diversi criteri nello studio della Bibbia, un criterio era quello della opheleia, per cui tutta la Scrittura deve riuscire spiritualmente utile all’interprete e agli ascoltatori e lettori. Opheleia è una parola biblica che significa “utilità”, usata due volte nel testo greco del Nuovo Testamento: in Romani 3,1 e nella lettera di Giuda al versetto 16. Al di là del vocabolo e del suo significato e al di là di ciò che pensavano gli antichi, Paolo apostolo più volte ci ricorda che la Scrittura, in quanto parola di Dio ispirata dallo Spirito Santo, è utile a insegnare, correggere, educare, perché l’uomo di Dio sia completo e sappia vivere bene. Tutto nella Bibbia è utile ed è per nostro ammaestramento e crescita spirituale; tutto ha un senso, anche se noi non lo capiamo. Tutto ci parla di Dio e dell’uomo. Non abbiamo altra via per conoscere Dio e l’uomo, se non la Bibbia.


Quando noi leggiamo i primi capitoli della Genesi ci troviamo di fronte a così tante informazioni sulle origini, che non sempre sono facili da comprendere, a motivo della loro unicità e lontananza temporale da noi. Facciamo ancora più fatica a capire le affermazioni che la Bibbia fa su Dio, ma questo non stupisce, poiché chi può dire di conoscere Dio, chi può conoscere i pensieri e le cose di Dio, se non lo Spirito di Dio? Paolo, citando il profeta Isaia, dice che ci sono cose che occhio non ha mai vedute, orecchio non ha mai udite, che non sono mai salite in cuore d’uomo (1 Corinzi 2,9). Prendiamo, per esempio, il racconto della creazione di Genesi 1 e 2: chi può dirci come si sono svolti i fatti, quale testimone può confermare quel racconto? E ancora: con chi parlava Dio quando disse “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”? Perché si usa il plurale? È ancora Paolo che ci viene in aiuto dicendoci che le cose necessarie alla nostra salvezza, Dio le ha preparate per noi e ce le ha rivelate per mezzo dello Spirito. Dunque, non abbiamo altre fonti documentarie che possono dirci o informarci sulle origini dell’universo e dell’uomo, se non la Bibbia.


Quando noi leggiamo i primi capitoli della Genesi ci troviamo di fronte a certe affermazioni su Dio che ci lasciano a volte perplessi. Prendiamo ad esempio il capitolo 6 della Genesi, ma non parliamo dei giganti o dei figli di Dio che si unirono alle figlie degli uomini. Piuttosto ci interessa ciò che si afferma su Dio nei versetti 5 e 6: il Signore vide la malvagità e il peccato degli uomini sulla terra e si pentì di aver fatto l’uomo e si addolorò in cuor suo. Come può Dio pentirsi e addolorarsi? Dio non è un uomo che possa pentirsi, Dio non è un uomo che possa addolorarsi: questo lo sa pure Dio, e lo fa scrivere nella Bibbia (Numeri 23,19). Di fronte alla difficoltà di comprensione di questo testo oggi si ripiega o sui miti o sull’antropomorfismo (parlare di Dio con un linguaggio umano). Quelli più cauti preferiscono non usare la parola mito, perché sanno che nel Nuovo Testamento è usata con un significato negativo. Non rimane allora che rifugiarsi nell’antropomorfismo: è l’autore biblico che parla di Dio con un linguaggio umano. E così, per uscire fuori dall’imbarazzo, si è liquidato il testo biblico, pensando di avergli dato un senso, ma in realtà si è persa la ricchezza e il significato di queste affermazioni genesiache. Il testo fa delle affermazioni su Dio, intende dirci qualcosa di Dio, come fa con certe parabole che rivelano gli atteggiamenti e comportamenti di Dio: chi è il padre che impazzisce di gioia per il ritorno a casa del figlio?


Genesi 6 ci parla di Dio: ci dice che Dio non è una statua di marmo, impassibile come le divinità pagane. Alcuni miti babilonesi dicevano che gli dèi erano stanchi del frastuono degli esseri umani che disturbavano il loro sonno, così decisero di punire l’umanità con catastrofi. La Bibbia invece ci dice che il motivo del giudizio e del diluvio è il diffuso peccato dell’uomo, e descrive la “reazione emotiva” di Dio di fronte a tanta malvagità. La filosofia e la religione ci hanno consegnato una immagine di un Dio impassibile, che si mostra indifferente alla nostra quotidianità: cosa può interessare a Dio sapere le difficoltà che un padre di famiglia ha quando non trova lavoro e non sa come dare da mangiare ai suoi figli? Concetti come quelli della impassibilità e aseità di Dio vanno in questa direzione. Invece la Bibbia ci rivela e ci fa conoscere un Dio che partecipa con passione alle vicende quotidiane del suo popolo. Un Dio fin troppo “umano”, che ha un “cuore” come noi, non certo di carne, che lo fa soffrire, fino a doversi pentire. Il Dio che si pente e si addolora ci è vicino: è un Dio che è con noi. Egli soffre con noi o gioisce insieme a noi. È un Dio pieno di passione. Un Dio geloso delle cose che gli sono care. Un Dio che manifesta la sua ira, quando il peccato danneggia l’uomo e la creazione, la giustizia e il diritto.


Oggi, alcuni, quando non sanno spiegare certi testi biblici della Genesi (ma anche dei vangeli), che sono per lo più non riconducibili ai paradigmi della cultura moderna, dicono che la Bibbia ha una visione prescientifica, o fanno ricorso ai miti, ai generi letterari, al linguaggio antropomorfico. Gli antichi chiamavano “cristofanie” quelle che noi oggi chiamiamo “teofanie”, perché credevano che il contenuto della Scrittura è per intero parola di Cristo. Contro il divisismo degli avversari (gnostici e marcioniti) dimostravano che Antico e Nuovo Testamento si unificano in Gesù Cristo. Non solo le profezie messianiche si erano adempiute in Cristo, ma applicavano il significato cristologico anche ai personaggi e ai fatti storici del passato, non solo all’esodo, come aveva già fatto Paolo: Isacco e Ismaele, ad esempio, erano visti come typoi o prefigurazioni simboliche dei cristiani e dei giudei (Galati 4,23-25). Al di là delle questioni teologiche, antiche e moderna, un dato è ritenuto certo da tutti: Antico e Nuovo Testamento rivelano un unico Dio; il Dio dei profeti è lo stesso Dio che parla a noi nel Figlio. Tornando al testo della Genesi, capitolo 6, le affermazioni su Dio che si pente e si addolora in cuor suo (alle quali ne seguiranno altre nel resto dell’Antico Testamento) preparano il lettore all’incarnazione del Figlio di Dio. Se Dio può pentirsi e addolorarsi, può anche diventare uomo: la Parola, che era con Dio, presso Dio ed era Dio, si è fatta o divenne carne.


Liquidare le affermazioni di Genesi 6,6 come un semplice parlare di Dio alla maniera degli uomini, o appellandosi al genere letterario, non permette di cogliere l’insegnamento e la verità su Dio che la Scrittura cerca di trasmetterci, e sottrae qualcosa alla comprensione della cristologia. Chi legge il testo di Genesi capitolo 6 con fede e da umile ascoltatore della parola di Dio, senza preconcetti o pregiudizi, capisce che le azioni degli uomini, fatti a immagine e somiglianza di Dio, non gli sono indifferenti: lo addolorano, quando nascono dal peccato; gli danno gioia, quando sono fatte in ubbidienza alla sua Parola. Il Dio che si addolora e si pente, di cui parla Genesi (e la Bibbia), è il Dio che dice sì all’uomo che crede e dice no al peccato; è il Dio che rivela la sua vera natura e manifesta il suo grande amore per noi nel suo Figlio, Gesù Cristo.

Paolo Mirabelli

13 novembre 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).