Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

La lettura tipologica degli antichi ha il difetto, a volte, di correre più veloce del testo e di far dire al testo biblico cose che la Bibbia non dice, ma ha il merito di aiutare il lettore a cogliere particolari che spesso sfuggono e gli intrecci tra Antico e Nuovo Testamento. Oggi una certa esegesi non tiene nel dovuto conto il nesso o relazione che c’è tra Antico e Nuovo Testamento. C’è chi addirittura propone di sbarazzarsi dell’Antico Testamento per i suoi temi imbarazzanti alla mentalità moderna (il pensiero moderno non può diventare il criterio discriminante della Bibbia). A dire il vero, già nel II secolo l’eretico Marcione (armatore originario del Ponto, verso il 140 dopo Cristo giunse a Roma e divenne un membro di spicco della comunità locale) radicalizzava la discontinuità tra Antico e Nuovo Testamento: rifiutava sia il Dio dell’Antico, perché lo riteneva cattivo e crudele (mentre Gesù annuncia un Dio buono e misericordioso), sia le Scritture ebraiche (ma del Nuovo Testamento accettava solo il vangelo di Luca e le lettere di Paolo, senza la lettera agli Ebrei). È vero, non siamo più sotto la legge, ma sotto la grazia: questo però non significa sbarazzarsi dell’Antico Testamento. Quando Paolo dice a Timoteo che “tutta la Scrittura è ispirata da Dio”, e perciò utile a insegnare, correggere, educare, si riferisce all’Antico Testamento. Nella lettera ai Romani, nel capitolo 15, l’apostolo afferma che “tutto ciò che fu scritto in passato è per nostro ammaestramento” e che “mediante la consolazione delle Scritture, noi riteniamo la speranza”. Agostino d’Ippona (che dopo la conversione rifiutò le argomentazioni e il dualismo manicheo sui due principi del bene e del male) ha saputo riassumere bene in nove parole latine il nesso tra Antico e Nuovo Testamento: Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet (“Il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico, mentre l’Antico è svelato nel Nuovo”). Senza l’Antico non capiamo il Nuovo.


Che il Nuovo Testamento abbia bisogno dell’Antico per essere ben compreso è cosa evidente a ogni lettore credente della Bibbia: non solo per il linguaggio, le profezie, i tipi, i personaggi, le figure, le immagini, le parabole, gli avvenimenti, gli insegnamenti, le metafore, le prescrizioni levitiche, riti e sacrifici, le feste. A volte il Nuovo non cita l’Antico come adempimento di una promessa o di una profezia, ma vi fa allusione, in maniera diretta o indiretta, o se ne serve come precedente teologico, o come sfondo narrativo e cornice letteraria. Prendiamo tre esempi (che hanno riguardato i nostri incontri settimanali con la Parola di Dio) che mostrano come la conoscenza dell’Antico Testamento può arricchire o aiutare a cogliere meglio l’insegnamento del Nuovo Testamento. Il primo riguarda Raab, la prostituta di Gerico. Raab è colei che accoglie le spie mandate da Giosuè e le rimanda per un’altra via, chiedendo salvezza per sé e la sua famiglia. Lei riconosce e confessa il Dio d’Israele come l’unico Dio in cielo e sulla terra, colui che può fare ogni cosa. Quando Gerico cadde, l’unica casa rimasta intatta fu quella di Raab, eppure era costruita sulle mura di Gerico. Il libro di Giosuè ci fa sapere che Raab ha abitato nella terra promessa come tutto Israele (6,25). In uno dei suoi discorsi con i farisei, Gesù afferma che “i pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio” (Matteo 21,31). La storia di Raab illustra le parole di Gesù e fornisce un precedente storico: lei è la prima, per così dire, che entra nella terra promessa, mentre molti increduli non vi sono mai entrati, ma sono morti nel deserto. La vicenda di Raab allarga così il nostro sguardo oltre le prostitute dei vangeli. Il secondo riguarda il ricco stolto Nabal. La sua storia viene raccontata nel capitolo 25 del primo libro di Samuele. Nabal è colui che non volle dare aiuto e sostegno a Davide, cosa invece che fece la bella e saggia moglie Abigail. Il testo dice che “era molto ricco”, ma “stolto” (sono le parole della moglie), e passava il suo tempo a “banchettare come un re”. Morì di colpo, in soli dieci giorni, dopo il giudizio di Dio, perché gli si freddò il cuore. La sua è una storia che illustra bene la parabola di Gesù del ricco stolto di Luca12,16-20. Il terzo riguarda la pecora smarrita. Nella predicazione di domenica il fratello Roberto ha ripercorso le tre parabole di Gesù di Luca 15, i motivi e i luoghi del perdersi: il mondo, la chiesa, la casa. Nella parabola delle cento pecore ha fatto osservare che non è da irresponsabile lasciare le novantanove pecore nel deserto, come fa il pastore, per andare in cerca della pecora smarrita. A noi il deserto comunica il luogo più insicuro che c’è, ma nella tradizione biblica il deserto è il luogo della presenza di Dio: nel deserto Dio conduce Israele per quarant’anni e nel deserto vuole condurre l’amata sua (il popolo) e rivolgerle parole d’amore (Osea 2).

Paolo Mirabelli

11 ottobre 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).