Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

“Per fede Raab, la prostituta”; “Similmente anche Raab, la prostituta”: questi due testi, il primo si trova in Ebrei 11,31 e il secondo in Giacomo 2,25, dimostrano di quanta considerazione godesse nel Nuovo Testamento la prostituta (anche in greco è detta meretrice, porne) di Gerico, scampata con la sua famiglia alla presa e alla caduta della città (Giosuè capitoli 2 e 6). Raab compare finanche nella genealogia di Gesù, come la moglie di Salmon, antenato del re Davide (Matteo 1,5). Il suo nome in ebraico significa “larghezza”. Raab è annoverata assieme ai grandi patriarchi, ai grandi uomini di fede dell’Antico Testamento. È ricordata come esempio di fede e di ubbidienza. Nella predicazione la sua vicenda compare spesso anche oggi; e l’essere stata una prostituta non è motivo di imbarazzo, anzi indica la grazia di Dio; come non è motivo di imbarazzo il fatto che il suo nome compaia nella genealogia del nostro Signore, Gesù Cristo, la cui venuta in mezzo a noi non è il meglio prodotto da Israele, ma è il dono di Dio a una umanità perduta e peccatrice. Gli antichi scrittori cristiani (i Padri della Chiesa), con la loro esegesi tipologica hanno fatto spesso riferimento a Raab. La loro esegesi tipologica ha interessato soprattutto tre applicazioni: Cristo, la chiesa, la fine dei tempi. Il lettore di oggi forse storce il naso, si mostra un po' perplesso di fronte alle applicazioni, agli accostamenti e agli sviluppi della esegesi tipologica, ma bisogna ricordare il contesto in cui avveniva e i motivi di tali letture delle storie della Bibbia. L’esegesi tipologica non è certo ispirata da Dio (nessuna esegesi lo è; nemmeno quelle moderne; ma solo il testo biblico è ispirato), e ciò che hanno scritto e detto gli antichi scrittori può essere tranquillamente rigettato (come vanno rigettati certi commenti di illustri autori moderni), ma non bisogna mai dimenticare che possiamo imparare molte cose anche da loro e che i loro scritti possono arricchire la nostra comprensione del testo e fornire spunti di riflessione. Se sappiamo fare di meglio, allora possiamo anche snobbarli, altrimenti con umiltà proviamo ad ascoltare cosa hanno da dire. In questo breve articolo si offre una sintesi di alcune lettere che gli antichi commentatori (ebrei e cristiani) hanno fatto della vicenda di Raab.


Un primo motivo di riflessione è stata la fede della meretrice. “Io so del Signore, so ciò che ha fatto per il suo popolo”, dice Raab alle spie mandate da Giosuè (2,8-11). Lei riconosce il Signore come l’unico Dio, lassù nel cielo e quaggiù sulla terra. Nella sua confessione di fede si esprime in termini che richiamano la fede deuteronomistica (Deuteronomio 4,39; 6,4) e si distacca dal suo passato idolatrico. Altro motivo sviluppato dagli antichi è il segno o segnale (in ebraico ot; semeion nella versione greca dei Settanta) e il nesso tra quel segnale, il giuramento e la salvezza della casa. Un terzo motivo è la “nota redazionale” in cui si dice che Raab, la prostituta (con la sua famiglia), “ha abitato in mezzo ad Israele fino ad oggi” (Giosuè 6,25). L’autore, con questa nota, ci dice che lei e suoi famigliari erano diventati parte integrante del popolo di Dio, perché avevano aderito con fede e ubbidienza al Dio d’Israele. Giuseppe Flavio ed altri esegeti ebrei parlano di lei come genitrice di sacerdoti e profeti (Geremia, Ezechiele). Non sappiamo se sia vero, certo è che lei è una antenata di Davide (dunque madre di re) e dello stesso Gesù.


Il segno colore scarlatto è stato inteso, inevitabilmente, come un riferimento cristologico, poiché richiama il sangue di Cristo. Clemente di Roma invita a non essere gelosi, come Caino o Esaù, ma a praticare l’ubbidienza, come Noè, Abramo, Raab. Giustino Martire, nel dialogo con l’ebreo Trifone dice che i segni simboleggiano il sangue di Cristo, “grazie al quale sono salvate le prostitute e gli empi di una volta”. La casa e la finestra, alla quale fu appesa la cordicella, hanno ispirato diverse omelie, soprattutto a Origene. La finestra è una metafora della divinità: essa non fa entrare tutta la luce del sole, ma solo una parte, tanto quanto la nostra vita ne possa sopportare (è qui espresso il principio di condiscendenza di Dio). La casa è immagine della chiesa, larga (come il significato del nome Raab) e unita. Tutto un filone di esegesi antica tratta questo tema. Raab è un ramo selvatico innestato all’ulivo (Romani 11,19-24). Infine una parola sulle realtà future, partendo da Raab. Nella nota di Giosuè 6,25 (“fino ad oggi”) Origene (e altri) fa notare che quell’oggi è in relazione al domani escatologico. Raab, che apre le porte ai due esploratori stranieri, si salva ma deve attendere che la salvezza si concretizza quando Giosuè arriva e la città cade. Così la chiesa (salvata da Gesù Cristo) deve sapere vivere il tempo dell’attesa della venuta del Signore, nel già e non ancora.

Paolo Mirabelli

05 ottobre 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).