Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Tradurre la Bibbia non è un compito facile, perché si avverte la responsabilità di avere tra le mani il libro di Dio. Non per questo bisogna pensare di smettere di tradurre. È risaputo da tutti che il Nuovo Testamento il più delle volte usa una traduzione greca quando cita brani dell’Antico Testamento. Il compito del traduttore è quello di cercare di rendere il più fedele possibile il testo sacro nella lingua corrente. Non è sempre facile, ma se il traduttore è onesto, timorato di Dio e competente farà un buon lavoro, assistito dallo Spirito Santo. Tradurre significa fare una scelta: tradurre il testo alla lettera o rendere il senso mediante l’equivalenza dinamica? In italiano abbiamo ormai numerose traduzioni letterali (o a equivalenza formale) e traduzioni a equivalenza dinamica. A chi studia la Bibbia è consigliato di fare sempre un confronto tra almeno due o tre versioni, per cogliere subito eventuali differenze e sfumature di significati. Chi ha conoscenza, anche se pur minima, del greco e dell’ebraico, fa bene a verificare sempre il testo tradotto nelle lingue originali.


Le traduzioni che adottano il principio dell’equivalenza dinamica si preoccupano di come rendere il più possibile comprensibile il testo originale nella lingua del lettore: “Il criterio adottato è quello di fornire al lettore moderno tutti quegli elementi che gli permettano di comprendere il testo”. Fin qui nulla da eccepire. Il problema si complica quando questi traduttori pretendono con le loro versioni, “semplicemente traducendo”, di mettere il lettore moderno “nelle identiche condizioni in cui si trovava il lettore antico”. E chi ci dice quali erano le condizioni in cui si trovava il lettore antico? Le intenzioni sono buone, il lavoro è encomiabile, ma i risultati non sempre sono soddisfacenti. Ecco alcuni, pochi, esempi di “casi ragionati”, con critiche e proposte.


Al capitolo 10 del libro di Isaia, versetti 29 e 30, si legge questa frase: “Rama trema, Ghibea di Saul è in fuga. Grida forte a tutta voce, o figlia di Gallim! Tendi l'orecchio, o Lais! Povera Anatot!”. Un lettore moderno, che non conosce bene la Bibbia, quasi certamente è portato a leggere i nomi propri come riferiti a donne. Invece il lettore contemporaneo di Isaia sapeva che quei nomi erano indicativi di località della terra d’Israele, e riferiva tutte le azioni dei verbi agli abitanti di quei paesi e villaggi. Per questo alcune traduzioni della Bibbia hanno pensato di aggiungere la parola “abitanti”, che non cambia in alcun modo il senso: semplicemente rende più esplicito ciò che l’oracolo voleva dire e ciò che i contemporanei di Isaia capivano: “Gli abitanti di Rama tremano”. È vero, in questo caso non c’è una aggiunta che falsifica il senso della frase biblica, ma anche senza la parola “abitanti” la frase rimane altrettanto comprensibile al lettore avveduto.


Nel libro del profeta Amos si dice: “Essi odiano colui che li riprende alla porta” (5,10). Nell’Antico Testamento le porte della città non erano soltanto il luogo d’ingresso in città, ma erano un luogo di passaggio e dunque di socializzazione e il luogo dove si riunivano gli anziani per discutere anche questioni legali. Partendo da quest’ultima affermazione, alcuni traduttori hanno sostituito “porta” con “tribunale”, traducendo così: “Essi odiano chi in tribunale li accusa di agire in modo ingiusto”. La motivazione che adducono per questa scelta è che altrimenti “il lettore moderno non capirebbe il significato delle parole di Amos”. Così facendo però si è preso soltanto uno dei significati che il vocabolo “porta” aveva e si è dato un senso esclusivamente giuridico e legale alla frase, escludendo le questioni etiche e morali: nelle parole di Amos c’è ancora spazio, ad esempio, per la condanna del lusso e dell’avarizia?  Per il lettore moderno il tribunale è un luogo ben definito e determinato, non era così per le porte della città. Meglio mantenere il testo biblico così com’è.


Come tradurre il plurale “facciamo” di Genesi 1,26? Ecco il testo: “Poi Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”. Il plurale del verbo “facciamo” ha avuto nei secoli tante e diverse letture perché non è facile da interpretare. Gli antichi scrittori cristiani vedevano in queste parole una allusione alla Trinità. Per alcuni autori moderni essa è un “residuo di politeismo”, parole che narrano un consiglio degli dèi. Per altri si tratta di una consultazione di Dio con la corte celeste. C’è chi parla di plurale maiestatico. Ci sono grammatici e filologi che dicono che si tratti di un plurale deliberativo, e che si potrebbe usare un singolare con sfumatura modale: “Ora voglio fare l’uomo”. Le interpretazioni abbondano e le proposte di traduzioni pure. Non è il plurale del testo biblico che fa problema, ma è il pensiero dell’uomo che non si accorda con il dato della Bibbia.

Paolo Mirabelli

14 settembre 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).