Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

È la domanda che Paolo si pone, drammaticamente, in 1 Corinzi 1,13 sulle divisioni della chiesa di Corinto. Paolo anticipa nei versetti precedenti il criterio in base al quale sarà possibile rispondere a questa domanda retorica, che ne presuppone una altra che possiamo leggere tra le righe: di chi è la chiesa? I partiti createsi a Corinto, alimentati dalle contese (eris), avevano diviso la chiesa in tanti gruppi di appartenenza, tanto che c’era chi diceva: “Io sono di Paolo; e io di Apollo; e io di Cefa” (1,11-12). Addirittura c’era il partito al rialzo che rivendicava la propria appartenenza a Cristo: “Io sono di Cristo” (1,12), contribuendo, paradossalmente, a frammentare la chiesa. Appartenenza e identificazione interpellano il senso stesso della chiesa e dell’essere chiesa. Tanto che viene da chiedersi: che cos’è la chiesa, qual è la sua essenza, quali ne sono gli obiettivi e gli orizzonti, le finalità, quali sono i ministeri, come si fa a mantenere la stessa identità e appartenenza? A quanto pare, non c’è per noi compito più arduo di questo. Facciamo fatica a essere chiesa insieme, evitando di cadere in due opposti estremismi: da un lato adottando una forma settaria di uniformità, dall’altro diventando così liquidi e aperti da perdere la nostra identità e appartenenza. Qual è dunque questo criterio base che rende possibile lo stare insieme senza litigare? La risposta possiamo trovarla nelle prime parole di questa pericope o sezione, ovvero nel versetto 10, che possiamo sintetizzare così: avere tutti lo stesso modo di parlare (un parlare), lo stesso pensiero (una mente), lo stesso giudizio (un parere o sentire). È evidente che se tutti parlano allo stesso modo e hanno la stessa mente e lo stesso giudizio non ci sono né divisioni né partiti. Bisogna però capire bene l’esortazione di Paolo, altrimenti c’è il rischio di rendere la chiesa un esercito di soldatini, ubbidienti ai superiori; tutti allineati al “pensiero unico”. Questo tipo di uniformità non è unità; è Babele: la stessa lingua, lo stesso progetto, gli stessi sforzi, lo stesso lavoro, gli stessi mattoni; ma Dio non c’è.


Come prima cosa poniamoci di fronte al testo di 1 Corinzi 1,10, dove appare tracciato un modello di unità che evita di avere divisioni, “scismi” (schisma). Paolo inizia esortando, non in nome suo, ma in quello del Signore Gesù, e nella sua esortazione, che riguarda tutti e ciascuno (l’intera chiesa), c’è la richiesta di una triplice unità: comunicativa, cognitiva, decisionale. A tutti è richiesto lo stesso parlare (lego), lo stesso pensiero (nous), lo stesso giudizio o intento (gnome). Il parlare, il pensare e il suo esito pratico devono essere concordi fra i cristiani, se si vogliono evitare le divisioni. Si tratta di un impegno che chiede che l’unità non sia solo a parole, ma coinvolga l’interiore, il pensare, e l’agire del cristiano. Come si può essere talmente uniti da avere uno stesso parlare, uno stesso modo di pensare e uno stesso modo di agire o identici modi di giudicare?


Le parole di Paolo appaiono oggi per niente sagge e di buon senso, anzi le si giudicano pericolose e intolleranti, perché viviamo in un mondo nel quale si predica la diversità, si praticano le differenze, si esalta l’alterità, si osanna l’ecumenismo delle diverse religioni. È saggio e opportuno chiedere una tale unità? Se tutti devono essere uniti nel parlare, nel pensare, nel giudizio, che fine fanno le differenze individuali? Una tale unità non prefigura un esito manipolatorio delle menti, non è totalitarismo piuttosto che comunità? La cura che Paolo propone come antidoto alle divisioni non rischia di diventare peggiore della malattia? Non sono domande retoriche, e a proporre questa soluzione di unità è l’apostolo del Signore. Piuttosto è la retorica delle differenze, oggi tanto in voga, che ha contribuito, e non poco, alla omologazione globale del nostro mondo: usiamo tutti lo stesso cellulare e navighiamo sugli stessi social, vestiamo allo steso modo, acquistiamo sulla stessa piattaforma, ci mancava solo questa pandemia a rendere il mondo tutto uguale.


Che ne facciamo dell’esortazione di Paolo? Come possiamo accogliere un invito così paradossale? Come è possibile realizzare una unità nel parlare, pensare e giudicare? Paolo non chiede ai Corinti di omologarsi gli uni agli altri, né di conformarsi a un modello umano. Paolo invita tutti a vivere ciò che il Signore ha realizzato in loro. È il legame con Cristo che giustifica l’esortazione di Paolo, che rende possibile a tutti di essere una comunità di fratelli, che fa evitare le divisioni. Paolo non chiede di parlare tutti la stessa lingua, ma di imparare assieme le parole di Cristo, parole piene di grazia e di verità. Paolo chiede a tutti di pensare con la mente di Cristo e di agire alla gloria di Dio, in parole e in opere. Prima del nostro parlare, pensare, agire, c’è il Signore Gesù Cristo e il dono della grazia.

Paolo Mirabelli

28 aprile 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).