Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Giovanni gli disse: Maestro, noi abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato perché non ci seguiva. Ma Gesù disse: Non glielo vietate, perché non c’è nessuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e subito dopo possa parlar male di me. Chi non è contro di noi, è per noi”. Questo brano evangelico richiama e fa venire in mente l’episodio di Numeri 11, 24-30, quando Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè fin dalla sua giovinezza, voleva impedire la “profezia non autorizzata” (i due tra i settanta anziani del popolo che profetizzavano nel campo, ma non erano usciti per andare alla tenda di convegno assieme agli altri), e Mosè, con grande umiltà d’animo, rispose: “Sei geloso per me? Oh, fossero pure tutti profeti nel popolo del Signore, e volesse il Signore mettere su di loro il suo Spirito!” (11,29). Questa volta è Giovanni, figlio di Zebedeo, discepolo di Gesù, ad avere “vietato a un tale di cacciare demoni”. Così facendo, egli mostra di avere uno spirito esclusivista, non certo uno spirito solidale e inclusivo come Gesù. Con la sua proibizione, in un certo senso Giovanni pensa di fissare un limite alle parole di Gesù sull’accoglienza (9,36-37). Il suo atteggiamento irruente spiega forse perché Gesù chiamò lui e suo fratello Giacomo “i figli del tuono” (Marco 3,17). I vangeli riferiscono che diversi esorcismi erano fatti dagli ebrei, Gesù stesso ne parla (Matteo 12,27 e paralleli), perciò non stupisce che qualcuno (tra i tanti discepoli di Gesù o uno tra i tanti ebrei che simpatizzavano per lui) invocasse il nome di Gesù per cacciare i demoni. Stupisce piuttosto che i figli di Zebedeo proibiscono di fare ciò che loro e gli altri apostoli non erano stati capaci di fare, cioè liberare da uno spirito immondo un ragazzo epilettico (Marco 9,18; Luca 9,40).


L’episodio raccontato in Marco 9, 38-39 ha il suo parallelo in Luca 9,49-50; mentre non è riportato da Matteo nel suo vangelo, anche se il loghion di Gesù (“con me, contro di me”) si trova pure in Matteo 12,13, quindi si tratta di un detto autorevole di Gesù, che certamente lo spirito esclusivista che pervase ben resto una parte della chiesa antica ne avrebbe fatto a meno. Gesù considera una prevaricazione la proibizione dei discepoli e la biasima nella sua risposta: “Non glielo impedite o vietate” (9,39). Né i credenti né i pastori di chiesa sono i padroni della potenza del nome di Gesù. Non ne hanno il monopolio. Essa è data da Dio, e solo Dio ne dispone nei tempi e nei modi che egli stesso decide. E l’avvenuto miracolo di quel “tale” attesta proprio che chi l’ha operato ha agito nei modi e nei tempi di Dio, come messaggero del Signore.


“Non c’è nessuno che faccia qualche opera potente nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me” (9,39). Non è una chiesa o un gruppo di credenti che possa impedire l’opera o il miracolo che Dio ha dato da compiere, o la “profezia non autorizzata”. È Dio che decide chi è profeta e chi compie miracoli. La potenza di Dio manifestata in Gesù non è possesso esclusivo di alcuni. I criteri per discernere una profezia e per riconoscere un servo del Signore sono fissati nella Bibbia. Chi opera nel nome di Gesù, segue Gesù e ubbidisce alla sua parola; e chi segue Gesù, opera nel nome di Gesù. È solamente attorno a lui che si decide chi sta dentro e chi sta fuori. È lui che stabilisce ciò che è vero e ciò che è falso. Tentare poi di usare il nome di Gesù in maniera impropria, magari per impossessarsi della sua potenza e farne un uso interessato, è illusorio e dannoso, perché destinato al fallimento e perché “lo spirito maligno gli si scaglia contro” (Atti 19, 13-16).


Il detto di Gesù (“chi non è contro di noi, è per noi”) evidenzia lo spirito di apertura e l’accoglienza che il discepolo deve avere verso chi opera nel nome di Gesù ed è un suo inviato. Non dobbiamo leggere queste parole di Gesù nella forma contraria dell’altro detto: “Chi non è con me, è contro di me” (Matteo 12,30; Luca 11,23), e farne una bandiera per escludere chi è dei suoi ma non segue noi; ma non dobbiamo nemmeno leggerle per farne il manifesto di un ecumenismo che non sa discernere il vero dal falso, ciò che è biblico da ciò che non lo è. Non è una chiesa che stabilisce regole e canoni per decidere chi accogliere nella comunione e chi no; l’unico criterio per il rifiuto o l’accettazione è lui stesso. Senza Gesù i discepoli non possono far niente: né aggregare né disperdere. Non è fuori di noi che c’è il nulla, bensì è senza di lui che c’è il peccato, le tenebre, il non senso. È solo nel suo nome, per la sua grazia, che il noi si costituisce e si costruisce, prende forma e diventa “suoi discepoli”. È solo nel suo nome che noi possiamo dirci chiesa e operare.

Paolo Mirabelli

09 gennaio 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).