Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Uno dei salmi più tristi della Bibbia è il Salmo 88. Nel titolo del Salmo (che appartiene al testo originale; non è del traduttore) c’è l’invito a cantarlo “mestamente”. Il Salmo è costituito da un unico e continuo lamento che descrive la situazione di sofferenza per un male oscuro di un uomo vivo ma che si sente già contato tra i morti. Gli antichi scrittori cristiani lo usavano per descrivere l’agonia di Gesù nel Getsemani e sulla croce. Per Eusebio di Cesarea il Salmo 87 prefigura e canta la nascita di Gesù, il Salmo 88 (assieme al Salmo 22) la morte in croce. Tuttavia essi ne davano un senso positivo alla luce della risurrezione del Signore: “Libero tra i morti!” (Agostino).  Il salmo sembra difettare del vero motivo del lamento. Certamente a noi lettori rimane ignota la ragione di tanta sofferenza e dolore: ho letto e riletto il Salmo, ma non sono riuscito a trovarla. Non è una malattia che tormenta il salmista, giorno e notte, sin dalla sua giovane età. È un “virus” (così lo colleghiamo al nostro tempo), un male oscuro contro cui combatte. Non sono nemici in battaglia con la spada; è un nemico che non si vede e non si tocca.


Il Salmo è sia un lamento collettivo che individuale. Nel doppio titolo si dice chiaramente che si tratta di un “Salmo dei figli di Core (Kore)”, ma sin dalle prime battute e in tutte le affermazioni di lamento compare il pronome di prima persona “io” e i possessivi. Forse perché nella lamentazione individuale c’è il lamento e il dolore di tutto un popolo, di una comunità, di una nazione, come sta accadendo a noi oggi: ogni morto per il covid-19 (acronimo per il coronavirus) è nostro, è mio, è tuo; ogni persona contagiata dal virus non aumenta solo il numero degli infettati, ma ci riguarda da vicino. Ogni giorno, oltre all’invito a non uscire di casa e a mantenere la distanza tra le persone, ci viene ricordato che il numero dei posti nelle terapie intensive  degli ospedali italiani è di circa cinquemila, e ciascuno si domanda: “Mio Dio, sono troppo pochi, e se io dovessi essere il 5001?”.


Il salmista è tormentato e immobilizzato da un male così crudele che lo consuma quotidianamente e lo porta inevitabilmente alla morte, sull’orlo della tomba, tanto che egli si vede già come un morto che bisogna seppellire, come uno già sceso nello sheol (il luogo dove soggiornano i morti). Dopo una vita di sofferenza, di spavento, di angoscia e di terrore, egli vede sopra di sé non il cielo azzurro e soleggiate (come in questi giorni), sereno e stellato, ma la potente mano di Dio contro di lui, che lo perseguita. Il salmista non gode per il fiorire della primavera e il canto degli uccelli, ma, come Giobbe, egli soffre per quello che a lui pare il risultato dello sdegno di Dio. Invece di godere delle relazioni sociali e della simpatia delle persone, è abbandonato da tutti, conoscenti e amici compresi. Si ignora il motivo per cui egli è “imprigionato e non può uscire”. A noi viene detto, giustamente, di “non uscire di casa” perché fuori c’è un nemico invisibile, pronto a ucciderci.


“Perché, Signore, mi nascondi il tuo volto?”, eccoci di fronte al mistero, all’insondabile. Eccoci di fronte  a ciò che prova la fede e la fa vacillare. All’interno dei Salmi dei figli di Core (così sono chiamati), cioè i Salmi che vanno dall’84 all’88, il nostro Salmo appare in forma chiastica con l’84. Entrambi si presentano come un tefillah, una preghiera di domanda a Dio, una richiesta di una  anima, nefes, che sospira e grida con forza di poter vedere il volto di Dio. Ma mentre nel Salmo 84 l’anima passa di “forza in forza”, nel Salmo 88 l’anima non ha più forza, perché è contata tra quelli che scendono nella tomba. Il salmista si vede disteso fra i morti, messo nella fossa più profonda, in luoghi tenebrosi. Vedere il volto di Dio, sentirne la sua presenza nella vita e nella quotidianità è il desiderio di tutti i grandi uomini di Dio dell’Antico Testamento, da Mosè a Davide (Salmo 27). Nel Salmo 84, vedere il volto di Dio è per i figli di Core come vedere il sole che dirada le tenebre e il buio della notte, per cogliere la bellezza della primavera nei suoi mille colori e profumi. Invece nel Salmo 88 il salmista si interroga sul perché il nascondimento di Dio. Lì c’è luce, qui tenebre. Là c’è vita, qui morte. Un’atmosfera irreale che toglie il respiro e il gusto di vivere. Qui si vive un funerale che sembra non finire, perché le bare nelle chiese aumentano di continuo e non ci sono parenti per piangere i loro morti. Il salmista si domanda se conviene a Dio avere un morto in più che non possa lodarlo. Il suo lamento è grande, ma non disperato, perché egli può invocare Dio.


Finché possiamo pregare Dio, nessun virus può farci disperare. Finché possiamo invocare ancora e sempre “il Signore, Dio della salvezza”, né la morte né lo sheol ci fanno paura, perché sono vinti.

Paolo Mirabelli

19 marzo 2020

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).