Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Dopo aver parlato di Samuele, dalla nascita alla vocazione, i capitoli 4-6 spostano l’attenzione sul pericolo dei filistei, i nemici che Davide dovrà combattere. Non si parla di Samuele, ma della fine della casa di Eli e della duplice sconfitta d’Israele. Samuele, colui al quale Dio parla, non c’è in tutto questo. Dio si è allontanato dal suo popolo. Il capitolo 4 si divide in due parti: le due battaglie contro i filistei (4,1-11); la reazione di Eli e quella della nuora alla notizia della sconfitta e dell’arca presa dai filistei (4,12-22). Il racconto termina con un’affermazione, emotiva e teologica, tragica per Israele: la gloria di Dio (kabod) si è allontanata da Israele; l’arca di Dio è presa ed è in mano ai filistei, a degli stranieri incirconcisi (4,22). Come è possibile? Ma il Signore non è il Dio che vince sull’Egitto e sconfigge i popoli cananei? Dio se n’è andato? Il Signore è trascinato in esilio? La sconfitta crea una crisi teologica e mette alla prova la fede. La vera questione teologica in gioco riguarda la “realtà di Dio”. Diversamente dall’’esodo, qui è Israele a essere sconfitto e umiliato; è il Dio d’Israele a essere vinto dagli dèi pagani e la sua arca presa. Come è possibile? Qual è la vera lettura dei fatti? Soltanto alla fine del capitolo, nelle doglie e nel lamento della donna che partorisce un figlio, al quale pone nome Icabod (“niente gloria”), ci viene data la giusta lettura teologica della storia e il perché della sconfitta e dell’arca portata via. Dio è assente: per questo Israele perde. Dio è assente: per questo i filistei vincono. Dio è assente: per questo l’arca è presa. Tuttavia, portare via l’arca non significa certo condurre Dio in esilio.


4,1-11. Il racconto inizia con la battaglia tra Israele e i filistei (Eben-Ezer: prolessi in cui si anticipa il nome dato al luogo in 7,12). Israele prende l’iniziativa di fare la guerra, ma l’esito della vittoria non è scontato, il sostegno di Dio non è garantito. I filistei vincono. Israele perde e lascia sul campo quattro mila uomini morti. Ma anziché riflettere seriamente sui veri motivi della sconfitta, Israele crede di potere usare l’arca di Dio come un talismano o feticcio contro i filistei. Israele perde di nuovo: questa seconda sconfitta adempie le profezie dei capitoli 2 e 3. Dio abbandona il popolo disubbidiente nelle mani dei filistei (come nel libro dei Giudici): è questo fatto che spiega la vera causa della sconfitta. Salta qui ogni automatismo, superstizione e concezione magica. Nessuno può servirsi di Dio per i propri scopi o obbligarlo a essere presente solo perché si fa uso di oggetti e forme da lui stabiliti. È Dio che si serve dei mezzi per salvare, non sono gli oggetti o le parole che obbligano Dio a salvare. La presenza dell’arca nel campo di battaglia non significa necessariamente la presenza di Dio. Israele confida nell’arca, anziché in Dio. Israele spera nell’arca, i filistei invece la temono. Israele fa grida di gioia per l’arrivo dell’arca, i filistei invece prevedono guai. I filistei conoscono la storia dell’esodo e di come Dio opera in favore d’Israele, fanno una analogia con il tempo presente, ma il loro ricordo è in parte confuso e la loro idea di Dio è tipicamente politeistica. I filistei non vogliono diventare schiavi degli ebrei (nome dato a Israele dagli altri), ma mantenere gli ebrei in schiavitù: ed è questo che li muove a combattere contro Israele (il richiamo dell’esodo spinge Raab la meretrice al timore e alla ricerca di Dio, ma non ha lo stesso effetto sui filistei). La presenza dell’arca nella battaglia non fa alcuna differenza. La sconfitta con l’arca è ancora più sconvolgente e disastrosa della sconfitta senza arca: Israele perde trentamila fanti, e i sacerdoti figli di Eli, Ofni e Fineas, muoiono entrambi. Come può un popolo lontano da Dio, che vive nel peccato, con dei sacerdoti scellerati, pensare di avere Dio dalla sua parte quando combatte?


4,12-22. Questi versetti narrano le due reazioni alla notizia della sconfitta d’Israele: quella di Eli e quella della nuora. A recare la notizia è un messaggero, vestito con vesti stracciate e con la testa coperta di polvere, segno di dolore e di lutto. Un grido della città si leva. Eli ode l’urlo e chiede il perché. Egli è in ansia per l’arca di Dio (e per la rovina della sua casa). Il messaggero lo informa di tre cose: della grande tragedia fra il popolo, della morte dei due figli, dell’arca presa. Il Salmo 78 ricorda questi fatti. Eli, quasi cieco, vecchio (novantotto anni) e pesante nei movimenti, cade a terra e muore. La breve nota del versetto 18 (“giudice per quarant’anni”) collega la storia al libro dei Giudici e ai primi re d’Israele. La moglie di Fineas alla notizia dell’arca in esilio, della morte del suocero e del marito, si curva e dà alla luce un figlio, che chiama Ikabod. Prima di morire dice: “La gloria di Dio si è allontanata da Israele, perché l’arca di Dio è stata presa”.

Paolo Mirabelli

05 marzo 2020

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).