Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il brano riporta il rendimento di grazie di Paolo alla divina misericordia. Il rendimento di grazia è tipico del protocollo epistolare paolino. La mano tesa di Dio all’uomo, la sua misericordia verso i peccatori, fa esplodere il cuore di riconoscenza di chi non smette mai di stupirsi di fronte al Vangelo e alla grazia di Dio. Ripetutamente, nelle sue lettere, l’apostolo “si perde” nello scrivere interi brani di dossologia che contengono temi sul rendimento di grazie. Contemplare l’opera e la meravigliosa grazia di Dio dovrebbe indurre ogni cristiano a vivere un continuo ringraziamento a Dio, una lode profonda verso il Signore che scopriamo essere sempre più grande e amorevole.


Il motivo del ringraziamento di Paolo è qui sviluppato mediante il procedimento dell’antitesi tra il prima (quando ancora egli è nel giudaismo) e il dopo dell’incontro con Gesù Cristo. In altri brani delle sue lettere, Paolo traccia un analogo passaggio tra il prima e il dopo: Galati 1,13-17; 1 Corinzi 15,8-10; Filippesi 3,3-11. Ma in nessuno dei tre testi citati il passato di Paolo è descritto come privo di fede, anzi, si insiste sempre sul suo zelo per Dio e la legge. È invece negli Atti degli Apostoli (9,1-16; 22,1-16; 26,1-18) che il prima di Paolo è qualificato negativamente, ovvero come quello di un bestemmiatore e persecutore spietato, che però repentinamente, dopo, diventa strumento scelto per il Vangelo di Gesù Cristo. Il profilo di Paolo qui delineato è dunque più vicino a quello tracciato nel libro degli Atti. Tutti questi testi nell’insieme ci offrono un autoritratto di Paolo.


Paolo rende grazie al Signore per: averlo reso forte, averlo reputato degno della sua fiducia, averlo posto al ministero (1,12). Il motivo del ringraziamento di Paolo è dunque la chiamata al ministero apostolico, nonostante il suo passato ingombrante. Non solo in passato, nelle lotte e nelle fatiche sostenute durante tutto il tempo del suo apostolato tra le genti, ma tuttora egli sente la forza che Dio fornisce, tanto che può dire: “Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica” (Filippesi 4,13). “Mi ha reso forte” è un participio aoristo che indica una azione già passata, ma anche il participio presente è attestato nei manoscritti, ma con meno frequenza. La fiducia di cui è oggetto da parte di Dio non è motivo di vanto e di vanagloria. Tutt’altro, Paolo ne è sorpreso e grato perché sa di essere indegno, di non meritare nemmeno di essere chiamato “apostolo” per aver perseguitato la chiesa di Dio, ma “per la grazia Dio io sono quello che sono” (1 Corinzi 15,10). Dio lo ha scelto come strumento per portare il suo nome davanti ai popoli (Atti 9,15), dunque per essere apostolo, ed egli si è presentato davanti a Cesare come cristiano e apostolo di Cristo. Eppure Paolo per descrivere il suo ministero usa il vocabolo diakonia, che letteralmente significa servizio. Questo serve di monito a quanti nella chiesa subiscono il fascino del carrierismo, amano il potere e il comando, i titoli onorifici e gli applausi degli uomini. Nella chiesa uno solo è Signore, tutti gli altri, compreso chi ha un ministero, sono servi; un’espressione antichissima recita: “Servo dei servi di Dio”.


Paolo, prima del suo incontro con il Signore risorto sulla via di Damasco, è un: bestemmiatore, un persecutore, un violento (1,13). Proprio lui, persona estremamente zelante nelle cose della legge di Mosè, si scopre bestemmiatore. Nei vangeli Gesù viene accusato dai giudei di bestemmia, perché sostiene di essere il Figlio di Dio, perciò uguale al Padre. Paolo invece qui afferma di avere lui un passato di bestemmiatore, perché non crede in Gesù il Cristo e perseguita la chiesa di Dio. Nel suo racconto davanti al re Agrippa, egli dice che durante le persecuzioni ai cristiani “li costringevo a bestemmiare” (Atti 26,11). Rinnegare Gesù è dunque bestemmiare contro Dio. Paolo non è per niente indulgente verso se stesso, si riconosce pure un violento. Negli Atti degli Apostoli si dice con quanto fervore Paolo entra nelle case dei cristiani e le devasta, fa stragi di cristiani e li imprigiona, perseguitandoli fino alla morte, come con Stefano.


L’espressione “agivo per ignoranza nella mia incredulità” (1,13), riporta Paolo alla condizione dei pagani che, secondo Atti 17,30, appartengono “ai tempi dell’ignoranza”. Egli è come uno lontano dalla fede. La descrizione così forte di sé, a tinte fosche, serve a mettere in risalto la misericordia di Dio, manifestata mediante la grazia di Gesù Cristo, Signore nostro, sovrabbondata con la fede e con l’amore in Cristo (1,14). Serve soprattutto per giungere a enunciare una specie di professione di fede, ritenuta degna di fede e di essere accolta da tutti, e cioè che “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo, ma misericordia mi è stata fatta” (1,15-16).

Paolo Mirabelli

12 settembre 2019

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).