Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Nelle nostre versioni della Bibbia, Malachia occupa l’ultimo posto tra i profeti e il suo libro chiude il canone dell’Antico Testamento. Nella parte conclusiva del libro si parla della “legge di Mosè” e del “profeta” che Dio manda o invia (4,4-6): questo confermerebbe il rapporto molto stretto che c’è tra la legge e i profeti, con Malachia che chiude la sezione dei profeti. A differenza del canone ebraico che guarda al ritorno degli esuli a Gerusalemme (2 Cronache 36), il nostro canone ha un finale aperto che guarda al “ritorno di Elia” e alla venuta del Signore. Ed è per queste parole, citate nel Nuovo Testamento, che la profezia di Malachia è divenuta celebre tra i cristiani. Il libro ha un forte legame con il Deuteronomio, sia nel linguaggio che nei temi: l’amore di Dio per Israele, il riconoscimento del Signore come unico Dio; Malachia, come Deuteronomio, non fa distinzione tra sacerdoti e leviti, e non risparmia critiche ai sacerdoti. Il suo nome in ebraico significa “messaggero del Signore”. Egli è appunto il profeta che annuncia la venuta del Signore e del suo messaggero che lo precede: dapprima viene l’araldo, poi il Signore stesso. Nel libro si possono individuare una serie di sei dialoghi (alcuni dividono il libro in cinque parti) tra Dio e varie categorie di persone. In questi dialoghi si parla dell’amore di Dio per Giacobbe e i suoi discendenti; si criticano i sacerdoti che trascurano il culto e offrono vittime di poco valore; si censurano i matrimoni misti e i divorzi; si annuncia il giudizio imminente e la venuta del Signore, preceduta da un messaggero; si afferma che i cattivi raccolti e le piaghe subite sono la conseguenza della disubbidienza a Dio per la mancanza delle decime; si smascherano gli arroganti e gli scettici e si afferma che il giudizio di Dio stabilisce la distinzione tra giusti ed empi.


Il nostro versetto è inserito subito dopo una dura requisitoria contro il sacerdozio ebraico (2,1-9). In questi versetti Malachia rivolge un severo monito ai sacerdoti che dimostrano di avere poco a cuore la gloria di Dio. Il problema non è di poco conto, dal momento che la posizione dei sacerdoti quali educatori del popolo risulta fondamentale. Purtroppo, il profeta è costretto a richiamarli alla fedeltà perché sono proprio loro i responsabili dell’allontanamento del popolo dal Signore, come pure della loro stessa rovina. Come può Dio farsi ascoltare dai sacerdoti disobbedienti? La minaccia è seria e concreta: trasformare in maledizione le benedizioni, come afferma il Deuteronomio. Ai sacerdoti vengono portate dal popolo le primizie, in segno di ringraziamento a Dio per i beni della terra, che permettono di vivere e godere del frutto del proprio lavoro. I beni della terra sono benedizione del Signore, ma rischiano di diventare frutti amari e acerbi se non si è in sintonia con Dio. Riconoscere, invece, che tutto proviene da Dio, al quale si dimostra riconoscenza rispettandone i comandamenti, vuol dire prendere a cuore la gloria del Signore.


Il versetto 10 del capitolo 2 è incastonato tra la requisitoria contro i sacerdoti (2,1-9) e la condanna dei matrimoni misti e dei divorzi (2,11-16), di cui ne è parte. L’oracolo differisce dagli altri: non ha un’accusa iniziale seguita da una pretesa di innocenza da parte degli accusati. L’oracolo inizia con tre domande. La prima: non abbiamo tutti uno stesso padre? Alcuni credono che il riferimento sia ad Abramo, come in Isaia 51,2; altri invece pensano che padre si riferisca a Dio stesso, come in Esodo 4,22 e Osea 11,1. La risposta comunque è “sì, tutti abbiamo lo stesso padre”. La seconda: non ci ha creati uno stesso Dio? Ovviamente anche qui la risposta è “sì”. La terza tira le conclusioni delle domande precedenti e mostra l’incoerenza di chi confessa di avere lo stesso padre e lo stesso creatore ma agisce contro il fratello: perché dunque siamo perfidi l’uno verso l’altro e profaniamo il patto dei nostri padri? L’appello di Malachia del versetto 10 si fa davvero struggente per l’intensità e la sincerità: Il profeta invita a guardare alle proprie origini, che si trovano in Dio, sicché colui che compie del male contro il suo prossimo danneggia la sua stessa carne e il suo sangue, oltre che offendere la parola di verità e di comunione che Dio ha donato ai padri. Ai sacerdoti si raccomanda di ricordare e far ricordare tutto questo. Infatti, se agiscono diversamente, compromettono la loro dignità e missione in mezzo alla comunità, costringendo quest’ultima a rivolgersi altrove e a sostituire Dio con qualcos’altro. La fedeltà al Signore non costituisce una trappola, ma un vero cammino di libertà e di fraternità, da cui nasce quella benedizione che il mondo chiede, affinché ognuno possa chiamare Dio “padre” e Gesù “maestro” e sentirsi sazio di pane e verità.

Paolo Mirabelli

05 novembre 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).