Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il tema è quello dell’amministrazione della giustizia affidata ai giudici. Quando Israele si stabilirà nel paese di Canaan, nominerà dei giudici in ogni città (16,18-20). Non c’è alcuna indicazione nel testo che lascia intendere che il re abbia potere di nomina sui giudici. A quanto pare, i giudici sono scelti tra il popolo e dal popolo, in modo democratico. Il Deuteronomio insiste sulle qualità morali e spirituali che il giudice deve avere; dà anche delle indicazioni sulle competenze. Il Signore richiede che sia fatta giustizia, senza pervertire il diritto accettando regali, facendosi corrompere, o avendo riguardi personali: nel processo, il giudice deve condannare il colpevole e assolvere l’innocente. Il colpevole, riconosciuto tale dai giudici sulla deposizione di più testimoni, non ha diritto di appello. C’è un solo grado di giudizio. Nel processo va esperita ogni possibilità d’indagine per stabilire la colpevolezza o l’innocenza, affinché si abbia un giusto processo e una sentenza giusta. I testimoni non devono dire falsa testimonianza, perché ne va la vita delle persone, perciò devono assumersi la responsabilità di ciò che affermano: nell’esecuzione della sentenza saranno i primi a scagliare la pietra contro il colpevole. Se i tribunali funzionano bene e la giustizia viene amministrata in modo corretto, senza pervertire il diritto, le persone vivono in pace e nel paese c’è benessere. Il codice legislativo di riferimento per l’amministrazione della giustizia è la Torah, in particolare il Decalogo. Tutto l’Antico Testamento, non solo il Deuteronomio, ci ricorda che Dio veglia sulla giustizia e sugli innocenti: egli non tiene il colpevole per innocente e non tarda a giudicare i giudici ingiusti e i falsi testimoni. Spesso in Israele è il profeta che denuncia i casi d’ingiustizia, anche quando sono commessi dai re. Il caso più noto è quello di Davide, che può avere tutti i giudici dalla sua parte, ma non certo Dio: il profeta Natan gli ricorda di avere commesso un grave crimine nel paese facendo uccidere un innocente, Uria, l’Ittita, per prendere sua moglie, Betsabea.


Il caso d’idolatria (17,2-7). È un peccato commesso contro il primo comandamento, che chiede di amare e adorare soltanto il Signore, tuo Dio, e di non servire altri dèi e idoli. L’idolatri è un male agli occhi di Dio, una abominazione; è una violazione del patto. Il discorso di Paolo in Romani 1 sul peccato dei pagani ci aiuta a capire la gravità dell’idolatria: scambiare Dio con un idolo porta a mutare l’antropologia e l’ordine naturale delle cose, con conseguenze gravi. L’adorazione degli astri, pratica molto diffusa tra i pagani, mette in pericolo il popolo d’Israele, motivo per cui chi commette questo peccato, uomo o donna che sia, deve essere messo a morte tramite lapidazione. Prima però deve essere fatta una “accurata indagine”, perché sia accertata l’effettiva responsabilità. La pluralità dei testimoni che accusano il colpevole salvaguarda contro la falsa testimonianza: non c’è motivo per cui più persone si accordino a testimoniare il falso, violando il comandamento di Dio (5,20), contro un innocente fino a farlo lapidare. Poco dopo, in Deuteronomio 19,16-20, si parla del falso testimone e della punizione che dovrà ricevere nel caso di falsa testimonianza: “farete a lui ciò che egli aveva intenzione di fare al suo prossimo”. La tutela della persona si vede persino nel fatto che la testimonianza di un solo testimone non è sufficiente per far condannare a morte qualcuno. Il processo deve svolgersi non sulla base d’indizi ma di fatti e oltre ogni ragionevole dubbio. Giudice, testimoni e popolo sono tutti responsabili del processo, della condanna e dell’esecuzione.


Le cause troppo difficili (17,8-12).  Quando il suocero suggerisce a Mosè di delegare responsabilità e di affidare ad altri le liti tra il popolo, emerge il principio che i casi gravi devono essere portati a lui (Esodo 18,22; Deuteronomio 1,17). Lo stesso principio viene ora ribadito: per i casi complessi e di difficile soluzione ci deve essere un tribunale centrale, nel luogo scelto dal Signore. Come dire che i casi difficili sono portati a Dio. Non si tratta di un tribunale di appello né di un secondo grado di giudizio, ma dei casi difficili per i tribunali locali. Il tribunale centrale è costituito da sacerdoti e leviti e dal giudice in carica. La sede del tribunale è il santuario, il luogo della presenza di Dio in mezzo al popolo. La triade (sacerdoti, leviti, giudice) dei personaggi giudicanti, tutti uomini di Dio, assicura la correttezza del processo e la soluzione del caso. La decisione del tribunale centrale è definitiva e qualsiasi ribellione a esso viene punita con la morte: “L’uomo che avrà la presunzione di non dare ascolto al sacerdote che sta là per servire il Signore, o al giudice, quell’uomo morirà; e il popolo udrà la cosa, temerà e non agirà più con presunzione”.  

Paolo Mirabelli

06 giugno 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).