Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

La prima lettera di Giovanni insiste molto sulla necessità per i cristiani di avere una fede autentica e un amore vero: senza vero amore non c’è vera fede; senza vera fede non c’è vero amore. Giovanni ha a cuore la verità e l’amore. Verità e amore sono inscindibili. Quando egli scrive, alcune eresie, come il docetismo e la gnosi, fanno sentire la loro voce nelle chiese. Giovanni è uno degli ultimi apostoli a scrivere, e a morire, e sa che soltanto un cammino nella verità (del Vangelo) e nell’amore permette alle chiese di far fronte alle eresie e di resistere all’errore.


La “moltitudine di coloro che sono venuti alla fede” al tempo degli apostoli, come in tutte le epoche della chiesa, sono definiti in modo più chiaro quali “figli di Dio”. È ciò che afferma la prima lettera di Giovanni. E questo implica di conseguenza amare chi da Dio è generato perché crede che Gesù è l’unico a cui possa essere attribuita la qualifica di Cristo. Si tratta del cristiano che professa una fede vera, genuina, autentica, “ortodossa”. L’autore insiste molto su questa esigenza di ortodossia, come si evince dalle continue raccomandazioni che fa. Il rapporto tra fede ortodossa e figliolanza divina appare certamente molto stretto e, secondo una logica coerente, chi è figlio di Dio non può che amare gli altri figli di Dio. Nel linguaggio tipico della prima lettera di Giovanni, l’amore viene identificato con l’osservanza dei comandamenti. Si potrebbe parlare così di una proposta di unità della vita del cristiano, che non scinde la fede dall’amore. Chi crede bene e rettamente è in grado di amare secondo Dio. Credere in Gesù significa essere coinvolti nella vita secondo lo Spirito, dalla forza rigenerante che viene con la nuova nascita. Dopo l’esortazione a confessare i propri peccati e a riconciliarsi davanti a Dio, questa lettera insiste sul tema dell’osservanza dei comandamenti e le esortazioni a guardarsi dal “mondo” (inteso come tutto ciò che si oppone a Dio) e dagli “anticristi” (il riferimento è alle eresie già presenti al tempo in cui scrive Giovanni).


Nella prima epistola di Giovanni, che si può considerare una lettera circolare destinata alle chiese dell’Asia su cui incombe la minaccia di eresie e lacerazioni interne, si discernono alcune parti parenetiche (dove prevalgono le esortazioni) e altre parti dottrinali (dove abbondano indicazioni). Il nostro brano si colloca in una sezione parenetica, che esorta cioè a “nascere da Dio e a operare la giustizia” (2,28-3,24). Data la struttura circolare del nostro brano, con numerosi ritorni, per il commento basta chiarire solo alcuni termini-chiave: verità, cuore, comandamento.


Verità, in senso semitico e giovanneo, indica propriamente la salda rivelazione di Dio, con fatti e nella verità (3,18); significa pertanto amare con opere o azioni concrete (e non solo a parole) e in conformità a quanto Dio in Gesù Cristo ha rivelato di se stesso. Le sole intenzioni di amore non sono sufficienti quando non sono seguite dai fatti: più che le parole, sono le azioni che parlano. Siamo dalla verità (3,19) vuole dire: veniamo da Dio, rivelato a noi da Gesù Cristo. Cuore, qui pare essere sinonimo di coscienza, oltre che di centro delle decisioni dell’uomo (secondo il significato che la Bibbia ne dà). Dire che “il nostro cuore ci condanna” o “non ci rimprovera” (3,20-21) significa che riceviamo o non riceviamo l’approvazione della nostra coscienza. Ma il giudizio di Dio è più grande e ben al di là di tale approvazione della coscienza (cuore) dell’uomo: “Dio è più grande del nostro cuore” (3,21). Tale superiorità sottolinea la grandezza imperscrutabile dell’amore di Dio. Il comandamento, nella letteratura giovannea è quello per antonomasia dato da Gesù ai discepoli: amarsi gli uni gli altri come lui ci ha amati. Qui il comandamento (o anche al plurale “i comandamenti”) è  il “comandamento alla fede e all’amore” e ha un duplice aspetto: primo, credere “nel nome” (il testo greco non ha la particella “nel”), cioè nella persona stessa (e nell’opera) di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e come tale confessarlo; secondo, amarci gli uni gli altri perché è lui che ci ha dato tale comandamento, e non a motivo di un amore generico o sentimentale. Poiché la fede e l’amore camminano sempre assieme, come il binario di un treno, si può parlare di comandamento unico. Tale comandamento è talmente fondamentale per la vita dei cristiani da essere il presupposto necessario perché si realizzi la presenza di Dio nel credente, la “dimora” reciproca tra Dio e il credente (“dimora” ricorda la parabola della vite e dei tralci di Gesù nel vangelo di Giovanni 15): “Chi osserva i suoi comandamenti dimora in lui ed egli (Dio) in esso” (3,24). La “conoscenza” che Dio dimora nel cristiano è la presenza dello Spirito in lui.

Paolo Mirabelli

23 aprile 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).