Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Chi sono i piccoli di cui si parla in questo brano di Matteo e che tipo di attenzione bisogna avere nei loro confronti? Per capire chi sono questi piccoli di cui parla Gesù e la cura che bisogna avere nei loro confronti è necessario leggere attentamente il testo biblico e studiare il contesto. Nei vangeli si parla di piccoli in due sensi: piccoli di età (bambini) e piccoli nella fede (credenti). Tuttavia c’è una relazione tra l’essere piccolo di età e l’essere piccolo nella fede. Infatti Matteo riferisce che i suoi discepoli si accostano a Gesù e gli domandano chi di loro sia il maggiore (18,1). Gesù chiama a sé un piccolo fanciullo, lo pone in mezzo a loro e dice: “Chi si abbassa come questo piccolo fanciullo, è lui il maggiore nel regno dei cieli” (18,4). Prosegue poi con il detto sul ricevere un piccolo nel nome suo (18,5); questo detto di Gesù è presente anche in altri contesti.


“Gesù e i piccoli” è un tema importante e affascinante che troviamo nei vangeli sinottici. Un tema che richiama l’agire di Dio nell’intera storia della salvezza. Leggendo la Bibbia, apprendiamo fin dal libro della Genesi che il Signore predilige i piccoli, gli ultimi, i secondi (ai primi o primogeniti). Dio sceglie Israele, eppure esso è un popolo piccolo, non numeroso rispetto agli altri popoli, dice il Deuteronomio (7,7). Mosè è un piccolo bambino salvato dalle acque (Esodo 2,1-10). Davide è il più piccolo dei figli di Isai (1 Samuele 16,11). Gesù illustra il regno di Dio con parabole e immagini che parlano di cose piccole: il granello di senape, per esempio (Matteo 13,31-32). I vangeli raccontano di Gesù che prende in braccio dei bambini (piccoli fanciulli) e li benedice (Marco 10,13-16). Questo dei bambini è uno dei pochi testi evangelici che parla del contatto fisico che Gesù ha con qualcuno: qui è lui che prende in braccio e tocca i bambini; invece, per esempio, nel caso della prostituta è lei che tocca i piedi di Gesù (Luca 7,36-38). Il bambino rappresenta la fiducia, la fragilità. La bellezza del bambino allude alla bellezza del mondo di Dio. Il bambino è così come si vede: piange quando è triste; ride quando è felice; ti ride, se gli ridi; piange, se lo tratti male. Il bambino si trasforma, come la pasta (farina) trasformata dal lievito. Come il bambino sente il bisogno della madre, così l’uomo dovrebbe sentire il bisogno del Padre celeste; come il bambino gioisce per le carezze della madre, così l’uomo dovrebbe gioire per le carezze di Dio; come il bambino vuole essere abbracciato dalla madre, così l’uomo dovrebbe desiderare di stare nelle braccia del Signore.


In Matteo 18,6-14 Gesù utilizza per bene tre volte il vocabolo “piccoli”. Per spronare la comunità verso la cura amorevole che bisogna avere per i piccoli, Gesù avverte a non scandalizzarli (18,6), a non disprezzarli (18,10) e a ricercarli, qualora uno di loro dovesse smarrirsi. Bisogna ricercare i piccoli come fa il pastore che va alla ricerca della pecora smarrita (18,14). Gesù avverte la chiesa a non scandalizzare o disprezzare i piccoli, ma a imitare la volontà di Dio, il Padre che è nei cieli, il quale non vuole che nessuno dei piccoli perisca. Nessun piccolo è talmente piccolo che non meriti le cure e l’attenzione dell’intera comunità. La breve parabola della pecora smarrita è riportata anche nel vangelo di Luca (15,3-7), in maniera più completa e con particolari più vivaci. In Luca l’idea centrale della parabola è l’amore e la misericordia di Dio e di Gesù verso i peccatori, che i farisei disprezzavano, e la gioia per il ritrovamento. Invece in Matteo l’idea centrale è la premura, la cura e la sollecitudine che la chiesa deve avere nel ricondurre nella comunione il piccolo che per qualche ragione si è smarrito. C’è anche una differenza di vocaboli tra i due vangeli: in Luca la pecora è perduta, apollymi (15,4); in Matteo la pecora è smarrita, planao (18,12).


Con questo discorso Gesù ci fa riflettere su molte cose. Innanzitutto ci fa capire che bisogna avere un sentimento delicato e una coscienza vigile verso i piccoli; bisogna allontanare da loro (e da tutti) lo scandalo e il disprezzo. Gesù ci chiede poi se stiamo imitando l’amore del Padre verso i piccoli, o se seguiamo i novantanove e ci dimentichiamo e trascuriamo quell’uno che si è perso.


Chi sono i piccoli di cui parla Matteo18,6-14? Sono “coloro che credono in me” (18,6). Nel vangelo di Marco sono detti semplicemente “coloro che credono” (9,42). I piccoli sono dunque i discepoli di Gesù. In Matteo 10,41 Gesù equipara i piccoli ai profeti e ai giusti. Allora come oggi, i piccoli se ne stanno nell’ombra, sullo sfondo; i piccoli non si distinguono per censo, potere, titoli. I piccoli non si mostrano, non ci tengono ad apparire o a ricevere applausi. I piccoli potrebbero passare inosservati, ma Dio sta dalla loro parte e vuole che la sua chiesa faccia lo stesso.

Paolo Mirabelli

25 aprile 2024

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Non basta possedere la Bibbia: bisogna leggerla. Non basta leggere la Bibbia: bisogna comprenderla. Non basta comprendere la Bibbia: bisogna viverla.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3,16-17). “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza; egli è il mio rifugio; io non potrò vacillare.” (Salmo 62,5-6).

Trova il tempo per pensare; trova il tempo per dare; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. La vita è troppo breve per essere sprecata. Trova il tempo per credere; trova il tempo per pregare; trova il tempo per leggere la Bibbia. Trova il tempo per Dio; trova il tempo per essere un discepolo di Gesù.