Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

La vite e i tralci è riportata in Giovanni 15,1-8. La similitudine appartiene ai discorsi della “intima cena” fatti da Gesù ai suoi discepoli. Dopo che dice: “Io sono la vera vite”, Gesù aggiunge che “il Padre è il vignaiuolo”. Ci saremmo aspettati come terza affermazione: “Voi siete i tralci”. E invece Gesù parla subito di ciò che il Padre fa con i tralci. Un passaggio questo non casuale. L’essere è di Dio soltanto. È una grazia per noi essere tralci della vite. L’immagine della vigna è nota ai discepoli di Gesù: uno degli ornamenti più vistosi del tempio eretto a Gerusalemme da Erode è una vite d’oro con grappoli alti come un uomo; nelle Scritture l’immagine della vigna è tra le più significative per esprimere il rapporto tra Dio e il suo popolo (Isaia 5,1-7).


Nel capitolo 15 di Giovanni c’è una forte tensione tra due poli: l’amore di Gesù e l’odio del mondo. Le parole introdotte da Io sono contengono una rivelazione, come in Esodo 3,14. In riferimento a Gesù, la sua identità è caratterizzata dall’aggettivo “vera”. Vite vera, in due sensi: a) in Gesù Cristo si realizzano in misura piena quello che la vite naturale esprime; b) Israele, vigna di Dio, tradisce le attese di Dio rifiutando di riconoscere Gesù quale Signore e Cristo. La rivelazione si estende anche al Padre, al rapporto di profonda unione che Gesù ha con il Padre, e al rapporto vitale tra i tralci (discepoli) e l’azione del Padre. Due aspetti di quest’azione vanno evidenziati: a) in senso positivo, il Padre monda i tralci che portano frutto, perché ne risulti un impulso di vitalità e di fertilità; le iniziative del Padre, anche se appaiono dolorose, hanno come fine una crescita, una promozione della vita; b) in senso negativo, l’eliminazione dei tralci che non portano frutto, perché contrari alle premure del Padre e alla vita donata da Gesù. Dietro queste immagini si intravede la cura estrema di Dio nel preservare l’opera del Figlio da ogni ambiguità e compromesso col male. Anche del verbo dimorare vanno messi in evidenza due aspetti: da una parte esso indica un rapporto profondo con Gesù; il dimorare non è una condizione di staticità, ma di movimento e vita; dall’altra, è condizione essenziale per vivere e portare frutto. Dimorare in Gesù è un tema caro a Giovanni. Il verbo viene ripetuto ben sette volte nel nostro testo, sei volte in otto righe. Dimorare in Gesù è la condizione per portare frutto, per non seccarsi, per non essere tagliati e bruciati. Dimora in Gesù chi cammina nella sua Parola. Nelle parole di Gesù c’è un cambiamento piuttosto radicale: la vite non è più Israele, ma lui stesso. Nessuno l’ha mai detto prima.


Questa similitudine di Gesù mi è familiare perché la mia famiglia possiede una vigna su una collina, e noi facciamo come dice Gesù. Potrebbe sorprendere, a chi non conosce il mondo contadino, che proprio i tralci che portano frutto siano potati. Potare significa tagliare, perciò comunica un’attività dolorosa. È come quando diciamo che uno deve subire un intervento chirurgico. La potatura che il Padre fa è una iniziativa per la vita: ha come fine una promozione e non una mortificazione della vita. Come ogni intervento chirurgico è per salvare una persona, non per perderla. La potatura serve a dare impulso e vitalità al tralcio. Il tralcio che porta frutto, perché dia “più frutto”, “molto frutto”, ha bisogno di essere potato. L’iniziativa del Padre ha come fine la crescita e l’abbondanza di frutto. Ma che cos’è la potatura? Il testo evangelico non lo dice espressamente, perciò dobbiamo provare a supporre noi delle cose, magari pensando alla nostra esperienza di cristiani. Le potature sono quei tagli, che di tempo in tempo, è necessario fare al tralcio. Il testo non vuol dire che Dio manda dolori e sofferenze ai discepoli che portano frutto, come alcuni sostengono. No, non è in questo senso che va intesa la potatura. Il Signore non ha certo bisogno di intervenire con le sofferenze per migliorare i cristiani. La verità è molto più semplice. La vita spirituale è un itinerario, una crescita. Ognuno di noi sa che ai frutti buoni si accompagnano cose carnali. Paolo apostolo spesso rimprovera i cristiani per la loro carnalità, per i senti­menti cattivi e le abitudini sbagliate. Ecco, dunque, sono queste cose che devono essere potate, e non una volta sola, perché sempre si ripresentano in modi diversi. Non c’è età della vita che non esiga cambiamenti e correzioni, e quindi potature. Oltre a tutto ciò, ci piace pensare che il Padre pota pure altre cose che mettono in pericolo il nostro discepolato: l’ansia per le cose della vita o la mancanza di visione e di speranza possono a volte diventare cespugli che soffocano la fede. E allora ben venga la potatura, perché ogni discepolo possa portare molto frutto alla gloria del Padre.

Paolo Mirabelli

09 ottobre 2019

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).