Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Possiamo individuare due parti in questo racconto di Gesù. La prima, più breve, mette in scena due personaggi opposti: il ricco e Lazzaro (16,19-21). In questa scena il riflettore si accende solo per il ricco, presentato “in video e in voce”, perché di lui sono registrate parole e azioni. Mentre Lazzaro sembra essere la sua controfigura: nessuna parola o azione. Ma la sua presenza crea il contrasto. La seconda, più lunga, mostra il dietro le quinte della storia, la logica dell’insieme, e il ribaltamento della situazione dopo la morte. Tra le due parti, il versetto 22, che funziona da cerniera tra le parti, svolge il ruolo di trasformatore perché con la morte le due situazioni cambiano fino ad invertirsi. Nella seconda parte domina il dialogo tra il ricco e Abramo, che permette al lettore di sbirciare con lo sguardo nell’aldilà: il brano non è una diapositiva dell’aldilà, ma la descrizione di una realtà teologica attraverso un linguaggio figurativo. Si comprende allora quanto sia importante valorizzare l’oggi (tema molto caro a Luca, sin dal discorso programmatico di Gesù nella sinagoga di Nazareth) e prestare attenzione ai poveri e bisognosi. Tutto il capitolo 16 del vangelo di Luca è un discorso sul coretto uso del denaro, che ha di mira in primo luogo i farisei e poi tutti coloro (ascoltatori e lettori) che sono presi al laccio della tentazione delle ricchezze.


Prima parte: il ricco e Lazzaro (16,19-21). “C’era un uomo ricco”: di lui si parla così sin dall’inizio e con tale qualifica resterà fino alla fine. È un uomo senza nome, definito unicamente da ciò che possiede. Essere ricco non è un male, né un difetto o un disonore. Ma è il modo come si diventa ricchi e l’uso della ricchezza che fa problema. Un primo indizio che fa sorgere forti dubbi è il modo come veste: porpora e lino finissimo. I vestiti così eleganti, fatti di tessuti costosi, oggi sono esposti nelle vetrine delle boutique lussuose e delle grandi firme. Preferisce spendere i soldi in vestiti che dare un aiuto al povero. Inoltre, è uno che gode splendidamente ogni giorno i piaceri della buona tavola: il vocabolo lampros (lautamente) ricorre solo qui in tutto il Nuovo Testamento. Con poche parole Gesù descrive la condizione di lusso e di benessere del ricco, che contrasta fortemente con l’altro personaggio del racconto, il povero mendicante di nome Lazzaro. Dei due, egli è l’unico che ha un nome nel racconto. Il suo nome significa “Dio aiuta”. Oltre alla miseria, Lazzaro è coperto di piaghe: pieno d’ulceri. Aspetta solo di avere delle briciole di pane, ma nemmeno quelle ottiene. Fin qui la situazione durante la vita terrena. Il contrasto tra il ricco e Lazzaro, volutamente provocatorio, denuncia una situazione insostenibile e suscita una reazione.


Seconda parte: dietro le quinte della storia (16,23-31). La morte di entrambi ribalta la situazione: chi prima stava bene, ora soffre; chi prima soffriva, ora sta bene. Lazzaro è portato dagli angeli nel seno di Abramo, espressione biblica che indica intimità. La menzione degli angeli e la vicinanza ad Abramo definiscono la condizione di beatitudine in cui si trova Lazzaro. La situazione del ricco occupa più spazio e tanto interesse: gli occhi si fissano su di lui perché si capisca bene il messaggio del racconto. Il ricco si ritrova nell’Ades, luogo di tenebre, di silenzio, di sofferenza, di oblio. Alza gli occhi e vede Lazzaro nel seno di Abramo. È la prima volta lo vede. Inizia il dialogo tra il ricco e Abramo. Il ricco si rivolge ad Abramo gridando. Chiede che Lazzaro gli rechi soccorso: acqua per rinfrescarsi la lingua. La pena della sua sofferenza è grande: viene espressa in greco con il vocabolo odynao (tormentare). La risposta di Abramo è gentile (“figlio”) ma negativa. Vi è il ribaltamento della situazione. Tra i due si frappone una distanza incolmabile e una separazione, un abisso: il termine greco chasma (abisso) ricorre solo qui nel Nuovo Testamento. Il tempo, “ora”, e il luogo, “qui”, non ammettono cambiamenti. La sorte dei due uomini è definitiva e irrevocabile dopo la morte. Soggiace e si intravede nelle parole di Abramo l’inesorabile idea del “per sempre”. La richiesta ulteriore del ricco, preoccupato per i suoi famigliari, permette di chiarire un altro fatto: il ruolo, l’importanza e il valore delle Scritture. Mosè e i Profeti (espressione usuale in quel tempo per indicare l’Antico Testamento) insegnano chiaramente cosa bisogna sapere e cosa bisogna fare per vivere una vita coerente con il messaggio rivelato (molti testi che trattano anche il tema della ricchezza). Ai messaggeri dell’oltretomba, Abramo contrappone l’ascolto della Parola di Dio: non è dal miracolismo che nasce la fede, ma dalla Parola. Occorre allora ascoltare la Scrittura e vivere il presente come l’oggi di Dio, prima che sia troppo tardi.

Paolo Mirabelli

07 giugno 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).