Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

L’uomo ha fame e sete. Il pane è per chi ha fame e l’acqua è per chi ha sete. Ma l’uomo non ha solo fame di pane e sete di acqua: c’è una fame che non può essere saziata dal pane e una sete che non si disseta con l’acqua. L’uomo ha fame di giustizia, ha sete di senso, ha fame di conoscenza, ha sete di amore. Nel vangelo di Giovanni Gesù dona all’uomo ciò di cui ha bisogno. Gesù dona pane a chi ha fame e acqua a chi ha sete. Gesù dona il vero pane, quello disceso dal cielo (6,30-35), e invita chi ha sete ad andare a lui e bere (7,37-38). Nel dialogo con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, riportato nel capitolo 4 del vangelo di Giovanni, Gesù chiede da bere alla donna samaritana e subito dopo le offre “l’acqua viva” (4,10). Secondo Gesù, c’è un’altra acqua e un’altra sete. C’è un’acqua che non è contenuta nel pozzo di Giacobbe, un’acqua che veramente disseta l’uomo: l’acqua è Gesù stesso e la sete è la sete di Dio che è nell’uomo. Se rileggiamo almeno la prima parte (4,1-15) dell’incontro e del dialogo tra Gesù e la Samaritana capiamo meglio il senso e significato di queste parole.


Dopo una breve introduzione storica e ambientale (4,1-6), Giovanni ci racconta l’incontro tra Gesù e la donna samaritana. Non ci viene detto il nome della donna: viene identificata soltanto come “una donna samaritana”. Così tutti i Samaritani possono identificarsi con lei, come tutti i Giudei possono identificarsi con Nicodemo. Tutti gli uomini, senza più alcuna distinzione di razza, di religione o di cultura sono destinatari della salvezza che Dio offre in Gesù. La donna di Samaria viene al pozzo da Sichar per attingere acqua, mentre i discepoli vanno in città a comprare da mangiare. Gesù è stanco del cammino e si pone a sedere presso la fonte di Giacobbe. È l’ora sesta, forse mezzogiorno. Gesù chiede da bere alla donna samaritana. È il paradossale gesto di Colui che si fa povero e mendicante per arricchire noi di benedizioni. La donna si meraviglia per la richiesta di Gesù: lei sa che non ci sono relazioni tra Giudei e Samaritani; per lei le differenze contano. Non bisogna dimenticare che questo capitolo 4 è un itinerario in cui Gesù rivela se stesso e un itinerario di fede per i Samaritani e per tutti gli uomini: Gesù inizialmente è un giudeo qualunque, poi viene riconosciuto come profeta, si rivela come Messia, alla fine viene confessato come il Salvatore del mondo. Nelle parole di Gesù (4,10-12) c’è il punto della nostra riflessione. Due cose la donna samaritana non conosce: il dono di Dio (l’acqua viva che Gesù porta a tutti gli uomini; il dono sembra essere la rivelazione di Dio e lo Spirito Santo, come si legge in 7,37-38) e chi è Gesù, il segreto della sua persona. Tutto il dialogo è un processo ermeneutico per far comprendere alla donna (ai Samaritani e a noi lettori) chi è Gesù e così comprendere il dono di Dio (salvezza) che egli porta agli uomini. La metafora dell’acqua viva va dunque intesa come la rivelazione che Gesù fa di sé e del Padre.


Alle parole di Gesù sull’acqua viva la donna risponde con stupore (4,11-12). Dato che Gesù non ha nulla (secchio o altro) per attingere e il pozzo è profondo donde ha egli dunque l’acqua viva? Gesù è più grande di Giacobbe, che ha scavato il pozzo e bevuto l’acqua lui, i suoi figli e il suo bestiame? Le parole della donna samaritana ci fanno riflettere sull’origine di Gesù, tema che attraversa tutto il quarto vangelo, e sulla sua vera identità: egli è più dei patriarchi e dei profeti. Qui troviamo il tipico procedimento del dialogo giovanneo: affermazione, malinteso o equivoco, risposta teologicamente rilevante. La Samaritana non capisce che si tratta di un’acqua diversa (4,13-15): l’acqua naturale del pozzo (o della fonte) non estingue la sete per sempre (bisogna ogni volta di nuovo attingere e bere), quella invece che dà Gesù estingue la sete (spirituale) per sempre, perché diventa una fonte di acqua che scaturisce in vita eterna. La donna continua a non capire e chiede a Gesù l’acqua viva, “affinché non abbia più sete né debba più venire qui ad attingere”.


L’uomo ha sete di acqua e ha sete di Dio. La Samaritana, con la sua anfora vuota, assetata di acqua, ma anche assetata di senso, di amore, di vita, ha bisogno del dono di Dio, e Gesù la va a cercare. La donna samaritana però non capisce che l’acqua o la sete di cui Gesù parla è la sete di Dio. Forse il motivo sta nel fatto che i Samaritani avevano soltanto il Pentateuco e non conoscevano i Salmi, che sono il libro dell’Antico Testamento che più parla dell’anima assetata di Dio, come testimoniano le parole di Davide e il cantico dei figli di Core: “O Dio, tu sei il mio Dio, io ti cerco dall’alba; di te è assetata l’anima mia, a te anela il mio corpo languente in arida terra, senz’acqua. (63,1); “Come la cerva desidera i corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.” (42,1).

Paolo Mirabelli

24 giugno 2024

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“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3,16-17). “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza; egli è il mio rifugio; io non potrò vacillare.” (Salmo 62,5-6).

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