Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Quando parliamo di dono di Dio intendiamo dire una sola cosa: Gesù Cristo. Tutto il resto, secondo il Nuovo Testamento, è “in Cristo”: il perdono dei peccati, la salvezza, le benedizioni, la vita eterna. Chi è in Cristo ha ogni cosa pienamente. E su questo siamo tutti d’accordo. Quando invece parliamo della risposta dell’uomo al dono di Dio, dall’accordo si passa al disaccordo. In questo breve articolo non intendo parlare del dissenso che c’è persino tra i cristiani, desidero invece parlare di due aspetti della risposta dell’uomo al dono di Dio: la radicalità e la maturità. La risposta dell’uomo a Dio deve essere convinta, decisa, fiduciosa, totale; non può essere un “sì e no”, un “forse”, un “non so se mi conviene”, un “ci devo pensare”. Il cristiano che ha accolto il dono di Dio non può rimanere sempre un bambino, ma deve tendere alla maturità e crescere alla statura perfetta di Cristo.


La risposta al Dio che ci chiama, al Dio che ci offre in dono la vita eterna nel Figlio Gesù, non può che essere radicale. Se non è radicale, non è una risposta. Abramo lascia tutto e si mette in cammino verso una terra che neanche conosce unicamente perché Dio lo chiama (Genesi 12,1-4). Al giovane ricco Gesù chiede di vendere tutto (distribuire il ricavato ai poveri) e di seguirlo (Marco 10,21). Chi antepone a Gesù finanche suo padre o la sua famiglia non può essere suo discepolo (Luca 9,57-62). Chi ama padre, madre e figli più di Cristo non può essere un vero discepolo di Gesù (Matteo 10,37).  La risposta dell’uomo a Dio non è soltanto essenziale, ma è anche radicale. La scelta per Cristo non può essere una scelta in mezzo a tante altre, con il rischio che diventi parallela o subordinata alle altre. È un riporre la propria vita unicamente in Dio. È un atto decisivo di fede ubbidiente con cui si carica la vita di senso e di significato alla luce di Cristo e del Vangelo. La scelta radicale per Cristo e il Vangelo si concretizza nella rinuncia a tutto in vista del regno di Dio. Non ci viene chiesto di rinunciare a tutto per un ideale o una utopia, ma per amore di Cristo e del Vangelo. Se non lo si fa per amore di Cristo e del Vangelo, non si è rinunciato a un bel niente. Così succede che certe forme di povertà non siano altro che forme raffinate di ricchezza, perché sono state scelte per altre ragioni che non è l’amore di Cristo. Succede che certe vocazioni non siano altro che una fuga dal mondo o la ricerca di qualcosa. Succede che certe attività ecclesiali o missioni non siano altro che iniziative umane, fatte non per un fine evangelico. Tutte queste sono scelte che non hanno nulla di evangelico. “Chi perderà la sua vita per amore mio e del Vangelo, la salverà” (Marco 8,35), dice Gesù. Soltanto l’amore per Cristo giustifica la radicalità della sequela e fa del suo amore la priorità della vita, tanto da lasciare tutto. Chi scopre il tesoro nascosto nel campo (Matteo 13,44) e chi trova la perla di gran valore (Matteo 13,46), vende ogni cosa per possedere il tesoro e la perla.


Gesù Cristo è il dono di Dio all’umanità perduta. Nel ricevere il dono di Dio, l’uomo è chiamato a rispondere con fede, ubbidienza e amore. Nella lingua tedesca c’è una frase che rende sia l’idea del dono sia quella del compito, perché espressa con due parole della stessa radice: “Die Gabe und die Aufgabe” (il dono e il compito). La vita del cristiano diventa un compito o una risposta costante al dono di Dio. Scrive Paolo alla chiesa di Roma che Gesù è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione (Romani 4,24). Egli è la nostra giustificazione e santificazione. Tutta la vita del cristiano è un continuo crescere all’immagine del Figlio di Dio. Con la conversione, Dio fa di noi delle nuove creature; lo Spirito Santo produce il suo frutto alla gloria e lode del Padre. La vita del cristiano ha in Cristo la sua origine e il suo compimento. Quanto fin qui detto non significa che il cristiano sia sempre passivo (inattivo, inoperoso) e che la sua crescita spirituale sia automatica. Se le cose stessero così, Paolo non avrebbe scritto le sue lettere nelle quali esorta, incoraggia, riprende, ammonisce, avverte, dà dei precetti e norme in merito alla vita (ethos) del cristiano. Quasi sempre nell’epistolario paolino (e nel Nuovo Testamento) c’è una parte indicativa e una parte imperativa: “Ora siete luce nel Signore; conducetevi come figli di luce” (Efesini 4,8). E Gesù, nella parabola del seminatore, parla del seme (la Parola di Dio) che porta frutto solo in buona terra (un cuore onesto e buono); negli altri casi rimane infruttuoso (Luca 8,11-15). Nel vangelo di Matteo, alle beatitudini segue il detto di Gesù ai discepoli sull’essere sale della terra e luce del mondo (Matteo 5,13-16). Se Cristo vive in noi per mezzo della fede (Galati 2,20), se lo lasciamo vivere in noi, egli trasforma alla sua immagine il nostro modo di pensare, di volere, di essere e di amare.

Paolo Mirabelli

07 maggio 2024

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Non basta possedere la Bibbia: bisogna leggerla. Non basta leggere la Bibbia: bisogna comprenderla. Non basta comprendere la Bibbia: bisogna viverla.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3,16-17). “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza; egli è il mio rifugio; io non potrò vacillare.” (Salmo 62,5-6).

Trova il tempo per pensare; trova il tempo per dare; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. La vita è troppo breve per essere sprecata. Trova il tempo per credere; trova il tempo per pregare; trova il tempo per leggere la Bibbia. Trova il tempo per Dio; trova il tempo per essere un discepolo di Gesù.