Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Gesù pregava. Pregava sempre. Pregava alzandosi nella notte, cercando la solitudine. Pregava nella lotta contro Satana nel deserto. Ha pregato la notte prima di scegliere i dodici apostoli. Ha pregato nella notte del Getsemani. Gesù pregava di continuo il Padre. Nel vangelo di Luca sono i discepoli che, vedendo come Gesù pregava, gli chiedono di insegnare loro a pregare. E Gesù consegna loro la preghiera del “Padre nostro”. È una preghiera essenziale per il discepolo, perché dice l’essenziale. In Matteo 6 invece il “Padre nostro” segna il culmine di un insegnamento sulla preghiera. Gesù ha spiegato che non occorre sprecare molte parole come fanno i pagani. L’uomo è sempre tentato di scivolare verso una comprensione pagana della preghiera: quella di fatigare deos (Lucrezio), di assillare gli dèi con richieste e suppliche per essere esauditi. Si capisce perché bisognava assillare gli dèi, perché essi non rispondevano a nessuna preghiera, essendo idoli muti.  Il discepolo di Gesù invece sa di pregare il solo Dio, vero e vivente. Il Padre nostro insegna il vero modo di stare dei discepoli dinanzi a Dio, l’autentico spessore della relazione con lui, l’incondizionata fiducia dei figli verso un Padre che li ama. La tentazione è di trasformare la preghiera in un monologo in cui si dimentica la cosa essenziale: ascoltare la parola che Dio vuole rivolgerci. Per questo il Padre nostro trasforma anzitutto la qualità del nostro ascolto, della nostra attesa della Parola di Dio, della nostra disponibilità a fare spazio all’opera di Dio in noi, all’azione della grazia.


Il Padre nostro è una preghiera diversa dalle altre non solo perché destinata ai discepoli di Gesù, ma anche nei contenuti e nella relazione che esprime tra l’orante e il tu al quale ci si rivolge: il Padre. Quello che colpisce in questa preghiera che Gesù insegna ai suoi discepoli è che essa è interamente centrata sul Padre e non cita alcun luogo: né Israele, né Gerusalemme, né il tempio. Ciò significa che essa vale per tutti i popoli, in ogni tempo e luogo. In casa o in riva al mare, sul luogo del lavoro o in ospedale, di giorno o di notte: sempre e ovunque si può e si deve pregare il Padre. Possiamo farlo inginocchiandoci o con le mani congiunte, in piedi o seduti, alzando le mani verso il cielo o prendendoci per mano. Ma che cosa significa pregare? “Quando pregate, dite: Padre”. Pregare è dire Padre, è rivolgersi a Dio in preghiera. Pregare non è certo abbracciare la donna che si ama o fare un regalo al migliore amico. Pregare non è una sensazione o una emozione particolare che si prova, né un pensiero che passa per la testa. Pregare è la grazia che abbiamo di dialogare con il Dio che è nostro Padre, in Gesù Cristo, per mezzo dello Spirito Santo.


“Signore, insegnaci a pregare” (11,1). È l’esempio di Gesù che fa nascere nei discepoli il desiderio di pregare. Gli ebrei pregavano Dio. Anche il Battista aveva insegnato ai suoi discepoli a pregare, ma a noi non è giunta alcuna preghiera scritta di Giovanni. La domanda del discepolo conduce alla preghiera insegnata da Gesù, giunta a noi per mezzo dei vangeli in forma scritta. Facendo scaturire la preghiera del discepolo dall’esempio di Gesù, il vangelo di Luca vuole ricordarci che la nostra preghiera deve assomigliare a quella di Gesù. La versione lucana del Padre Nostro è più breve di quella matteana. Essa comprende una invocazione, due richieste centrate su Dio e tre richieste fatte dai discepoli. L’invocazione “Padre”, priva di ogni altro aggettivo, è tipica sulle labbra di Gesù, ed esprime la sua filiazione. In Luca 10,21-22 i discepoli hanno potuto comprendere la profondità della relazione tra Gesù e il Padre. In Cristo, il discepolo si rivolge al Padre in qualità di figlio. In questo rapporto nuovo con il Padre sta l’originalità della preghiera insegnata da Gesù. Nella invocazione “sia santificato il tuo nome” il verbo è al passivo: se lo consideriamo come un “passivo divino”, ciò significa che, secondo l’uso ebraico, il soggetto è Dio e non l’uomo. Il discepolo fa solo spazio alla azione di Dio: chiede a Dio di svelare nella storia il suo nome (il suo essere, la sua persona), distinto da ogni altro nome; prega perché la santità e la potenza del nome di Dio possa diventare evidente e venga allo scoperto. Dopo aver chiesto che sia santificato il nome, il discepolo prega perché venga il regno di Dio, perché sia manifestata la presenza del Padre, perché sia confessato e riconosciuto il governo di Dio nella vita dei discepoli. Tutta la predicazione di Gesù era centrata sul regno. Nella seconda parte della preghiera (11,3-4) le richieste sono fatte alla prima persona plurale. Innanzitutto si chiede il “pane quotidiano”. Il verbo (dacci) è all’imperativo presente e indica una azione ripetuta nel tempo: giorno dopo giorno il cristiano chiede (con sobrietà e fraternità) a Dio il pane sufficiente all’esistenza. Poi si chiede il perdono dei peccati. Capiamo meglio questa richiesta alla luce della croce di Cristo. E infine si chiede al Padre di non esporci alla tentazione, di non abbandonarci o di non farci entrare in tentazione. Sono tante le tentazioni quotidiane che si possono abbattere nella vita, e il discepolo chiede al Padre di liberarlo dalle cadute e di essere aiutato a superare le prove della vita. Il vocabolo peirasmos può significare sia tentazione sia prova, per cui alcuni dicono che Satana tenta ma Dio prova, altri invece dicono che Dio tenta e prova. Va comunque detto che ci sono tentazioni che non possono venire da Dio, ma solamente dai desideri o dalla concupiscenza dell’uomo, come dice Giacomo (1,13-15).


Dopo la preghiera del Padre nostro, nel seguito del vangelo di Luca (11,5-13), Gesù invita i suoi discepoli, e dunque anche tutti noi cristiani, a perseverare nella preghiera. Il Signore ci invita a chiedere, cercare e bussare con insistenza, anche “importunando” Dio, come si fa con un amico con il quale si è confidenza; ci invita a vivere con Dio la relazione di figli e a godere i suoi buoni doni; ci dice che Dio non solo è nostro amico, ma egli è soprattutto nostro Padre, colui che dona lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono.

Paolo Mirabelli

20 giugno 2022

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Non basta possedere la Bibbia: bisogna leggerla. Non basta leggere la Bibbia: bisogna comprenderla. Non basta comprendere la Bibbia: bisogna viverla.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3,16-17). “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza; egli è il mio rifugio; io non potrò vacillare.” (Salmo 62,5-6).

Trova il tempo per pensare; trova il tempo per dare; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. La vita è troppo breve per essere sprecata. Trova il tempo per credere; trova il tempo per pregare; trova il tempo per leggere la Bibbia. Trova il tempo per Dio; trova il tempo per essere un discepolo di Gesù.