Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Siamo nella sezione del libro che riporta “i quattro carmi del servo del Signore”. Il capitolo 49,1-6 contiene il secondo canto e il 50 il terzo (gli altri due si trovano: il primo in 42,1-4, il secondo in 52,13-53,12). Così il nostro testo si trova incastonato tra questi due canti, i quali aiutano a cogliere il contesto teologico e a capire il significato delle promesse e delle profezie: è il servo del Signore che porta liberazione e salvezza, consola gli afflitti e parla al cuore (40,1-2). Una costellazione di immagini presenta Gerusalemme come donna e città: come donna, si lamenta per i figli; come città, si lamenta delle sue rovine. Si lamenta di essere stata abbandonata da Dio. Ma il Signore non ha ripudiato per sempre la sua città; non l’ha dimenticata, perché è la sua sposa. “Per un breve tempo ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore” (54,7).


Nel nostro brano è Sion, presentata sotto la figura di una matrona, che si lamenta. Gerusalemme si sente come una giovane madre abbandonata dal marito, debole e indifesa, rimasta sola, che non può più difendere i suoi figli dai continui attacchi dei nemici. Nella solitudine medita sulla sua disgrazia e pensa al marito assente. A questo suo dolore e senso di abbandono si contrappone la consolazione che riceve dal Signore.  Il testo inizia con il lamento in cui Gerusalemme si sente come una sposa abbandonata e dimenticata. Sa di essere stata infedele, di aver tradito il suo Dio. In Israele, prima di ripudiare la moglie, il marito doveva riflettere bene e a lungo perché si trattava di una scelta irreversibile, non erano ammessi ripensamenti, non gli era più permesso di riprendersela. Sion ha abbandonato ogni speranza di ricostruire il rapporto d’amore infranto e, mestamente, va ripetendo questo lamento: “Il Signore mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticata” (49,14).  Ma il Signore non l’ha dimenticata, né abbandonata. Egli è come una madre per Gerusalemme, scolpita sulle palme delle sue mani (questa immagine fa pensare alle mani del Cristo crocifisso mostrate dopo la sua risurrezione). Dio rivela una passione materna e un amore immenso, che non si basa sulla risposta del bambino. Madre e figlio hanno un legame molto forte: ma anche se l’amore della madre per il figlio dovesse venir meno, l’amore di Dio per i suoi figli non viene mai meno.


Il lamento di Sion è il lamento che Israele ripete in esilio, quando cade in disgrazia. È il lamento nei momenti di sconfitta, di sofferenza, di solitudine, di abbandono. È il lamento di chi sperimenta su di sé l’assenza e la lontananza di Dio. È il lamento di chi si ritrova solo, abbandonato da tutti, a volte senza motivo. Ma questo lamento può anche essere l’espressione della dolorosa esperienza di chi, caduto nell’abisso del peccato, si rende conto di aver fatto scelte sbagliate, ed è convinto che anche il Signore lo rifiuti per sempre. Sono pensieri che sorgono quando ci si sente abbandonati, dimenticati per troppo tempo. E in questo tempo che sembra infinito vengono proiettati in Dio i criteri umani di giudizio. Emerge allora un Dio lontano, estraneo, ostile, suscettibile, permaloso, vendicativo. Questa deformazione del volto di Dio è forse la più subdola delle astuzie diaboliche. Motivo per cui il Signore si premura di cancellarla immediatamente, e il testo biblico si affretta a dire che Dio non è così, e che il suo amore è immenso.


Per bocca del profeta Isaia, il Signore dichiara il suo amore per Sion, per i suoi figli (49,15). Israele è il figlio che egli ha liberato dall’Egitto, frutto delle sue viscere, perciò non lo dimentica. Il suo amore non è una risposta ai meriti del popolo. È come l’amore di una madre. È un amore alto e costante, che non viene meno. È una passione incontenibile. È un amore senza riserve. Ecco la nuova, commovente, immagine (o metafora) che il Signore usa per parlare del suo amore: non più il rapporto marito-moglie, bensì quello di madre-figlio. Una madre ama il figlio non perché è riamata, ma perché è suo figlio, e lo amerà per sempre, qualunque cosa egli faccia. Lo ama anche se non dovesse essere corrisposto. Lo ama in maniera incondizionata. È un’immagine questa che ha in sé un grande significato e una forte risonanza emotiva in tutti noi. Un’immagine che conosciamo bene dall’esperienza della vita, poiché ciascuno di noi è prima di tutto un figlio, e che viene arricchita di significato pure dalle celebri figure di madri menzionate nella Bibbia. L’amore materno diventa allora il simbolo della rivelazione dell’amore di Dio, e illustra il rapporto Dio-figlio. Tutta la carica di emozioni e di sentimenti presenti nell’immagine dell’amore di una madre per il figlio aiuta a cogliere e a comprendere con quanta e quale passione Dio ama e s’interessa di noi, suoi figli.

Paolo Mirabelli

22 gennaio 2022

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“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3,16-17). “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza; egli è il mio rifugio; io non potrò vacillare.” (Salmo 62,5-6).

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