Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

La parabola de Il fariseo e l’agente delle tasse (Luca 18,9-14), di pretta intonazione lucana, abbina due uomini diametralmente opposti che si trovano a pregare nel tempio di Gerusalemme, posto sopra la collina di Sion, ossia nel cortile riservato agli ebrei maschi. Il tempio risultava infatti di più cortili in parte concentrici, da quello dei gentili più esterno, poi nel cortile delle donne ebree e da esso in quello degli ebrei maschi, il più vicino al cortile sacerdotale, dove stava l’altare per gli olocausti. Il santuario propriamente detto, inaccessibile e invisibile ai profani, si suddivideva in due parti: la parte più vicina al cortile dove i sacerdoti entravano per cambiare giornalmente l’olio delle lampade e settimanalmente i pani offerti a Dio, la parte più interna formava il cosiddetto Santissimo, dove solo il sommo sacerdote poteva penetrare una volta all’anno per compiere l’espiazione dei peccati di tutto il popolo. All’inizio della parabola, Luca osserva che essa fu narrata contro coloro che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Il fatto che il “presunto giusto” sia un fariseo lascia supporre che Gesù abbia rivolto la sua critica ai farisei, anche se evidentemente la parabola si può applicare a tutti coloro che ne ripetono il comportamento: “Guardatevi dal lievito dei farisei, che è ipocrisia” (Luca 12,1). Nella parabola, che mette in scena direttamente i due protagonisti senza l’usuale velo delle immagini, si affrontano due atteggiamenti diametralmente opposti: la giustizia per merito e la giustizia per fede.


La giustizia per merito (fariseo). Di solito i vangeli dipingono i farisei, vale a dire gli “appartati”, i “separati” (i farisei derivano il loro nome dalla radice verbale parash, che significa separare, dividere), nella loro parte più cattiva qualificata da tre vizi principali: cupidigia, ipocrisia e vanagloria. La cupidigia si palesava specialmente verso le vedove che possedevano un piccolo patrimonio, le quali avevano spesso bisogno di ricorrere al consiglio di abili avvocati per difendersi dai parenti o dai creditori del marito defunto. Nessuno era più adatto degli scribi (molti dei quali appartenevano alla setta dei farisei) versatissimi nelle innumerevoli prescrizioni scritte e orali della legge, ma anche così sottili che spesso inghiottivano loro stessi quei patrimoni che si volevano salvare da parenti troppo rapaci (cfr. Marco 7,9-13). Chi avrebbe intentato causa contro di loro per proteggere le vedove e gli orfani? La loro vanità si palesava nelle vesti sgargianti e lussuose con le quali i farisei si pavoneggiavano, fieri dei colori e delle lunghe frange che ne ornavano i mantelli (cfr. Matteo 23). La gente si inchinava al loro passaggio, cedevano loro i posti privilegiati nelle sinagoghe, più elevati degli altri, perché tutti li potessero vedere. Pregavano pubblicamente, si segnavano il volto per mostrare che essi digiunavano, facevano le offerte nella cassa del tempio in modo che tutti sapessero quanto essi davano (cfr. Matteo 6). Di qua l’avvertimento di Gesù: “Non sappia la destra quanto fa la sinistra!”  (Matteo 6,3). L’ipocrisia appariva nelle loro preghiere prive di vera spiritualità, nel fatto che, con la scusa di onorare Dio, gli offrivano il denaro posseduto, ma lasciavano morire di stenti i propri genitori, con la scusa che il denaro deposto nel tempio non lo dovevano toccare (cfr. Matteo 15). Gesù: “Guardatevi dal lievito dei farisei che è ipocrisia” (Luca 12,1). Naturalmente non tutti erano così, tant’è vero che alcuni di loro erano capaci di una feroce autocritica, come appare dalla stessa letteratura rabbinica, nella quale si parla di sette tipi di farisei, dei quali solo gli ultimi due, che agiscono per timore o per amore di Dio, sono degni di lode. Nonostante le sue critiche, Gesù era ben visto dai farisei, che in genere si astennero dalla sua condanna a morte (anche se alcuni vi parteciparono, come risulta da Giovanni); gli erano talvolta anche amici e lo invitavano a pranzo; con Gamaliele presero perfino le difese dei primi cristiani (Atti 5,33-39). Straordinario il loro zelo per la legge, (ed) anche (ai) i molti precetti (e tradizioni degli antichi) aggiunti ad essa. Gli ebrei (secondo il Talmud) contavano 613 mitzvot nella legge (di Mosè o Torah): 248 precetti negativi (secondo la tradizione rabbinica era il numero delle ossa del corpo umano) e 365 positivi (uno per ciascun giorno dell’anno). Erano dettati dal desiderio di prevenire ogni azione che inconsciamente inducesse alla trasgressione della legge mosaica. Nel loro zelo qualcuno giungeva perfino a interdire l’uso di un uovo che la gallina avesse deposto in giorno di sabato, violando in tal modo il riposo sabatico. Per tale motivo erano assai stimati dalla gente, che cedeva loro il passo per le strade e il primo posto nelle riunioni. Giuseppe Flavio (storico ebreo del I secolo) ne parla in modo lusinghiero: “Tra gli ebrei, i farisei sono quelli che hanno fama di essere i più pii e di intendere la legge nel modo più esatto”. Il che senza dubbio è vero; ma la loro eccessiva austerità, il loro puntiglio, il disprezzo della “gente del volgo” (‘am ha’ arez) portava agli eccessi biasimati da Gesù. Poggiando sul fatto in sé che la giustizia sta nel compimento della legge, in tal senso nel vangelo erano chiamati giusti: Giuseppe, padre putativo di Gesù, e Zaccaria ed Elisabetta, i genitori di Giovanni Battista.  Per la corrente farisaica tale “osservanza” o “giustizia” costituiva un titolo per esigere da Dio le benedizioni promesse, forzando il pensiero del Deuteronomio che Dio ricompensa con le sue benedizioni chi osserva i precetti divini. Ne nacque una specie di automatismo: “Ti do perché tu mi dia” (do ut des). Basta osservare i precetti alla lettera (e le tradizioni dei padri), perché uno si senta spiritualmente a posto. Da qui il trionfo del legalismo, duramente combattuto dai profeti, per i quali a nulla valgono le preghiere e i digiuni (e i sacrifici) se non sono accompagnati da sentimenti interiori (da una vera conversione del cuore): “Preferisco la misericordia”, dice Dio, “al sacrificio” (Osea 6,6). Il comportamento del fariseo della parabola rispecchia tale attitudine mentale: ritto in piedi, secondo l’uso della preghiera ebraica, si rivolgeva a Dio “per conto proprio”, vale a dire in privato e non durante il culto pubblico, mormorando le parole a voce bassa (il greco pros heauton, letteralmente significa: “verso se stesso”; oppure: “rivolto a se stesso”; il fariseo getta uno sguardo iniziale su Dio, ma poi contempla se stesso). La sua preghiera consta di due parti. Nella prima parte il fariseo nomina i peccati da lui evitati (versetto 11) e che egli include in una forma di ringraziamento a Dio. Molti salmi biblici sono pieni di ringraziamenti verso il Signore (come pure gli inni detti in ebraico hodayot, o lodi, rinvenuti sulla sponda occidentale del Mar Morto presso Qumran, databili agli inizi del I secolo; sono detti così per i ringraziamenti che contengono; infatti il vocabolo ebraico hodayot significa: “canti di ringraziamento”). Ma qui il ringraziamento del fariseo, anziché esprimere un’umile gratitudine al Signore per i doni avuti, si trasforma in una boriosa altezzosità con cui si separa dagli altri uomini, che sono, secondo il suo giudizio, tutti “rapaci, ingiusti e adulteri”. Non lo sfiora nemmeno il pensiero che anch’egli possa avere una qualche colpa, contro i sentimenti umili dei salmisti biblici. Un simile esempio di preghiera si rinviene pure nel Talmud babilonese: “Ti ringrazio, o Signore, Dio mio, perché mi hai messo tra coloro che siedono nella casa della dottrina e non tra coloro che siedono negli angoli delle strade. Io mi incammino presto, come anch’essi si incamminano presto. Ma io mi incammino verso le parole della legge, mentre essi si incamminano verso le cose vane. Io mi affatico come anche essi si affaticano; io mi affatico e ne ricevo ricompensa, essi invece si affaticano e non ricevono alcuna ricompensa. Io corro e anche essi corrono; io corro verso la vita del mondo futuro, essi invece corrono verso il pozzo della voragine”. Nella seconda parte (versetto 12) il fariseo elenca le sue opere buone supererogatorie, atte a compensare eventuali colpe sconosciute nelle quali fosse caduto. Esse sono due: il digiuno e le decime. Per sé la legge prescriveva un solo digiuno all’anno, quello dell’espiazione, ma gli ebrei ferventi digiunavano due volte la settimana: il lunedì ed il giovedì, giorni nei quali, secondo la tradizione rabbinica, Mosè era salito sul (monte) Sinai per ricevere la legge e ne era disceso dopo averla avuta. Il digiuno era totale fino a sera, senza inghiottire nemmeno una goccia d’acqua, con tutte le difficoltà create dal caldo orientale. Per opposizione a loro la Didachè raccomandava di digiunare il mercoledì (inizio della passione di Gesù?) e il venerdì, giorno della morte di Gesù, per distinguersi così dagli “ipocriti”, ossia dai farisei (La Didachè è uno scritto dei “Padri Apostolici”, datato intorno alla fine del I secolo. Il testo citato da Salvoni così recita: “I vostri digiuni, poi, non siano fatti contemporaneamente a quelli degli ipocriti; essi infatti digiunano il secondo e il quinto giorno della settimana, voi invece digiunate il quarto e il giorno della preparazione”. Cap. VIII, 1). La decima doveva essere prelevata a favore dei sacerdoti e dei leviti su tutti gli animali domestici e sui frutti principali della terra. Ma i farisei per scrupolo la estesero a molti altri prodotti minimi, come le spezie (aneto, menta, comino, cfr. Matteo 23,23) e anche al grano, al mosto e all’olio che compravano per paura che il venditore, al quale per legge spettava la decima, non l’avesse pagata. Si tratta di uno zelo lodevole, di amore verso la legge di Dio, ma il torto del fariseo sta nel vantarsene e nel supporre, avendo offerto a Dio più del dovuto, che si fosse acquistato dei meriti, per cui in un certo senso egli era creditore di Dio. Egli ha del tutto dimenticato le parole del salmista: “Non a noi, Signore, non a noi, bensì al tuo nome dà gloria, per la tua bontà e fedeltà” (Salmo 115,1).


La giustizia per fede (pubblicano). Una seconda corrente dava alla parola”giustizia” un significato più ampio: la perfezione, giustizia e integrità dell’uomo, eco della perfezione divina, è frutto dell’amore misericordioso con il quale Dio ricolma le sue creature. Si raggiunge solo con il contatto con Dio attuato per fede; perciò la “giustizia” diviene sinonimo di “misericordia divina”. È ciò che vuole sottolineare Paolo (quando scrive): “Dio ha voluto presentare Gesù come vittima di espiazione, nel suo sangue, mediante la fede, per far risplendere la sua giustizia avendo cessato di punire i peccati precedenti” (Romani 3,25). Rappresentante di questa corrente è il “pubblicano” della parabola, che prega con umile fede, sapendo che solo Dio, e non le sue opere, lo può giustificare per mezzo del suo amore misericordioso. La parola “pubblicano” viene da “pubblico” e si riferiva a quelle persone che riscuotevano le tasse a nome del governo e più tardi dei romani. Per recuperare la somma versata in anticipo all’erario e per realizzare notevoli guadagni, gli appaltatori ed esattori si arrangiavano spregiudicatamente a danno dei contribuenti. Quindi l’esattore nell’antichità era coperto d’infamia e messo in un fascio con i ladri, gli assassini, le donne prostitute. La loro testimonianza non era accolta in tribunale (i tribunali ebraici presenti in ogni città della Palestina), perché assimilati ai pagani e ritenuti in blocco dei pubblicani peccatori (cfr. Matteo 5,46). Eppure Gesù proprio da loro trasse l’apostolo Matteo, che nell’elenco mattaico per umiltà si qualifica “agente delle tasse”, mentre Marco e Luca preferiscono presentarlo con il nome meno noto di Levi (secondo nome). Nella sua preghiera l’esattore della parabola sta proprio all’estremità opposta dell’altare dei sacrifici e con gli occhi bassi, umilmente conscio della propria indegnità si percuoteva il petto, sede del peccato, in segno di pentimento, e chiedeva ripetutamente perdono a Dio riconoscendosi peccatore, come appare dall’unica frase più e più volte pronunciata: “Dio abbi pietà di me, il peccatore”. Interessante quest’articolo (il peccatore), che se anche richiesto dalla grammatica, sembra risaltare il fatto che egli si riconoscesse il massimo peccatore. Atteggiamento questo gradito a Dio, perché corrispondente alla nostra posizione di creature, dipendenti da Dio anche per la capacità di operare il bene. Così pregava anche Daniele: “Io parlavo, pregavo e confessavo il mio peccato e il peccato del mio popolo” (9,20). La valutazione divina è contro il giudizio umano che esaltava il fariseo ma disprezzava l’agente delle tasse: Gesù dice al contrario che il peccatore se ne partì giustificato. Questo secondo termine di paragone (para ekeinon) può tradursi in due modi: “più dell’altro” oppure “a differenza dell’altro”. Nel primo caso Gesù non negherebbe al fariseo una qualche giustizia, che però doveva essere completata, tant’è vero che egli domanda ai suoi “una giustizia che sorpassi quella dei dottori della legge e dei farisei” (Matteo 5,20). È sì una giustizia ma incompleta e insufficiente presso Dio. La seconda traduzione, più aderente al contesto della parabola, mostra che il compiacimento di Dio si ritira da chi non sa riconoscersi colpevole, da chi si gloria in se stesso, mentre si riversa sul peccatore umile e pentito che gli chiede perdono. La conclusione della parabola sembra suggerire tale senso: “Chi si esalta sarà abbassato, ma chi si abbassa sarà esaltato” (versetto 14). Anche il fatto che la parabola è pronunciata contro coloro che “presumevano di essere giusti” (versetto 9) conferma l’inesistenza di una vera giustizia. Il verbo “giustificare” (dikaioo), che domina in Paolo, ricorre solo qui nei vangeli (nel vangelo di Luca e nel senso della giustificazione o dikaiosyne del peccatore), ma non proviene da Paolo a motivo della costruzione diversa: si può concludere che è l’insegnamento paolino sulla giustificazione a provenire da Gesù. Paolo, che da buon fariseo, poggiava prima la sua giustizia sui meriti personali, in seguito con la fede buttò via come spazzatura i suoi precedenti “meriti” per affidarsi alla “conoscenza di Gesù e della sua resurrezione, e così partecipare alle sue sofferenze, perché solo dopo essere divenuto conforme a lui nella morte, gli fosse dato di giungere alla resurrezione dei morti” (Filippesi 3,10-11).


Verità sempre valide. La seconda conclusione della parabola, “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia esaltato” 18,14), dovuta probabilmente alla redazione dell’evangelista e che ricorre anche altrove in contesti diversi (cfr. Luca 14,11; Matteo 18,4; 23,12), allarga la prospettiva e ne trae un insegnamento che trascende la semplice preghiera. Vuole attirare l’attenzione sull’umiltà. Discorso oggi sempre più raro, ma indispensabile quando si tratta del nostro rapporto con Dio. L’umiltà, che è leale conoscenza di sé, apre l’anima a Dio e ai suoi doni. Nel narrare questa parabola, Gesù volle riabilitare i peccatori, allora raffigurati nella classe degli agenti delle tasse, e per questo disprezzati dai farisei, a patto che si pentissero e cambiassero vita: “Gli agenti delle tasse e le meretrici vi precederanno nel regno di Dio” (Matteo 12,31). Egli volle insegnare anche un’altra realtà sempre valida, che la giustificazione viene da Dio, e che l’agire bene non può essere addotto per la propria esaltazione: “Chi si gloria, si glori nel Signore” (1 Corinzi 1,31). Ogni sufficienza, sia pure spirituale, diviene ridicola di fronte a Dio, che per bocca di Gesù non approva il comportamento tenuto fino a quel momento dall’esattore delle tasse, ma propone ad esempio il suo umile e sincero pentimento. (“Io vi dico”: il pubblicano si rivolge a Dio in preghiera, ma è Gesù che accoglie la sua invocazione e lo rimanda a casa giustificato, poiché egli è il Signore, come afferma la parabola precedente, Luca 18,6 ). Ecco la sconcertante bontà di Dio che ha amorevole pietà e compassione verso il peccatore che si converte e a lui si affida con l’umiltà della propria fede fiduciosa.


Nota degli editori. Questa parabola de Il fariseo e l’agente delle tasse (Luca 18,9-14) è tratta dagli appunti scritti a mano di Fausto Salvoni (1907-1982) sulle parabole di Gesù. I vocaboli greci ed ebraici, i testi biblici, le citazioni extrabibliche di autori ebrei e cristiani, le note riportate in parentesi, e alcune piccolissime parti mancanti nel manoscritto, sono di Paolo Mirabelli, che ne ha curato la revisione. La trascrizione dei testi è di Cesare Bruno e Roberto Borghini.

Fausto Salvoni

08 marzo 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).