Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il nome ebraico del libro delle Cronache è dibre hajjiamim che possiamo tradurre con l’espressione: “eventi del tempo”, ovvero  i fatti accaduti nei giorni dei re di Giuda. La Settanta divide il libro in due parti: 1 e 2 Cronache. Il nome greco è “Paralipomeni” (supplemento), poiché racconta ciò che è omesso dai libri di Samuele e dei Re. Il nome Cronache delle nostre Bibbie è ripreso dalla versione latina di Gerolamo. Il libro delle Cronache non è una ripetizione dei fatti narrati nei libri di Samuele e Re, ma è una spiegazione del regno di Davide fatta da chi sta “dietro le quinte”. Il giusto rapporto con Dio nel culto e nell’osservanza della Torah determina le sorti del regno davidico, del popolo, del tempio. L’ubbidienza porta benedizioni, la disubbidienza disastri. La vita del popolo, fedeltà o infedeltà, non è affatto indifferente a Dio. Nel canone ebraico questo è l’ultimo libro della lista che chiude l’Antico Testamento. 1Cronache 36,23 sono le ultime parole che Israele ascolta, la prima volta in esilio e poi ogni volta che legge il testo: “Chi fra voi è del suo popolo, sia il Signore, il suo Dio, sia con lui e parta”. L’ultima parola è il verbo “partire”, è la stessa parola dell’esodo: l’uscita dall’esilio babilonese richiama e rappresenta una specie di nuovo esodo dall’Egitto. Il nostro testo può essere diviso in tre parti: Sedecia, ultimo re di Giuda (36,11-16); distruzione di Gerusalemme e deportazione a Babilonia (36,17-21); editto di Ciro e ritorno dall’esilio (36,22-23).


Il nostro brano conclude la storia d’Israele, o casa di Davide, scritta dal cronista. È una specie di grido di trionfo per la restaurazione della casa del Signore, il tempio. Egli ricorda innanzi tutto la situazione degli ultimi anni di vita della città di Gerusalemme, prima del 587 avanti Cristo (altri parlano del 586), al tempo del re Sedecia (36,11-16). Il re Sedecia è lo zio di Ioiachin, che il re Nabucodonosor depone e al suo posto mette lo zio. Ma anche Sedecia fa ciò che è male agli occhi del Signore, come denuncia il profeta Geremia (21 e 32). È un tempo di vera apostasia dalla fede dei padri e dal culto del vero Dio. Si disprezza la parola di Dio annunciata dai profeti; il luogo santo, dove si adora l’unico Dio, viene profanato. Nonostante la premura di Dio e il suo costante amore, il popolo non vuole convertirsi. La situazione si fa talmente tragica che il popolo cade sotto il giudizio e la condanna del Signore, il quale interviene servendosi dei babilonesi come strumento punitivo. Dio abbandona la città “santa” di Gerusalemme, la capitale di Giuda, e il suo tempio in mano dei babilonesi, i quali incendiano la città, massacrano la gente, deportano il resto in esilio a Babilonia, lontano dalla patria. Durante l’assedio nessuno viene risparmiato, né vecchio né giovane, le mura di Gerusalemme sono abbattute, i palazzi del re e dei nobili dati alle fiamme, i tesori del tempio presi come bottino e portati a Babilonia ad arricchire una nazione pagana. La terra d’Israele ritorna così a godere del suo riposo sabbatico, previsto dalla legge di Mosè. Nel tempo predente l’esilio Israele non aveva rispettato il riposo sabbatico della terra ogni sette anni. Stupisce la durezza di cuore e la cecità spirituale del popolo nell’abbandonare Dio, sebbene gli avvertimenti dei profeti e le parole di Mosè, sia sul riposo sabbatico della terra, sia sul possesso della terra condizionato alla fedeltà, senza la quale s’incorre nel giudizio e si finisce in esilio (Levitico 26,14-39).  La cattività babilonese dura circa settant’anni. Ma anche nelle tenebre più fitte, appare la misericordia di Dio, che dona ancora una parola di salvezza e speranza per mezzo di Geremia, il quale annuncia la fine dell’esilio. Nella terza parte del brano si riporta l’editto di Ciro, re di Persia, che nel 538 avanti Cristo proclama la liberazione degli ebrei e l’ordine di ricostruire il tempio di Gerusalemme. La storia del popolo di Dio continua perché la misericordia di Dio e il suo proponimento rimangono stabili nonostante la gravità del peccato del popolo e dei suoi capi. Un segno della rinascita è il nuovo (secondo) tempio ricostruito, in cui sono riportati i vasi sacri custoditi in Babilonia (36,18), rendendo possibile nuovamente il culto a Dio.


Il secondo libro delle Cronache ci aiuta a leggere il nostro tempo. L’autore lega la caduta della città di Gerusalemme e il susseguente periodo di schiavitù in Babilonia all’infedeltà del popolo a Dio. Con il linguaggio proprio della teologia della storia, la Scrittura sottolinea lo stretto rapporto tra il peccato e le sue conseguenze nella vita del singolo e della nazione. L’esempio di ciò che accade a Israele ci sprona e ci aiuta a ritornare a Dio, a riprendere in mano le Sacre Scritture e a riflettere sul bisogno di ritrovare una dimensione della fede vera e solida nel Signore.

Paolo Mirabelli

05 marzo 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).