Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

“Proverbi di Salomone, figlio di Davide”, così inizia il libro dei Proverbi (1,1). Per questo viene comunemente denominato “Proverbi di Salomone”, anche se ci sono “massime” di altri personaggi, come Lemuel. Nelle nostre versioni della Bibbia il libro conserva il nome plurale, Proverbi, come anche i Salmi. Nel canone ebraico appartiene alla sezione dei Ketuvim (Scritti o Agiografi), secondo la triplice suddivisione attestata pure in Luca 24,44. Nella traduzione greca dei Settanta (LXX), e nelle nostre versioni, si trova nei libri poetici. Proverbi in ebraico si dice mesalim (da masal), che significa anche “similitudine”: i proverbi infatti presenti nel libro spesso si basano sul rapporto tra realtà differenti ma che aiutano a capire e a dirigere la propria esistenza quotidiana. Proverbi è un libro che contiene una grande varietà di temi e di forme che riguardano la vita in tutti i suoi aspetti; un libro di pedagogia per quelle che erano le scuole del tempo, la “casa dello studio” (bet midras), dove si insegnava la sapienza ai giovani; un libro che invita tutti, grandi e piccoli, uomini e donne, a ricercare la sapienza per imparare (jadà) a vivere. Acquistare la sapienza non significa conoscere delle formule o degli enunciati astratti, piuttosto vuol dire vivere le situazioni concrete della vita secondo i consigli di Dio. I suoi detti (massime) vanno ascoltati e letti non tanto per acculturarsi, ma perché insegnano a vivere. Ma dove si trova la vera sapienza (hokmah), quella che dona la felicità e guida nella quotidianità? Dove cercarla? Chi la possiede? Come la si può custodire? Chi ne conosce la via? Quali sono le sue lezioni? I primi nove capitoli del libro hanno come tema e filo conduttore proprio la sapienza. Una voce parla della sapienza: è una voce che non ha bisogno di presentazione, che parla al cuore prima che alla mente, che è familiare e si riconosce tra un milione di altre voci. È la voce del padre (madre) che parla al figlio (“figlio mio”); è la voce del maestro di sapienza, che invita il discepolo all’ascolto; è la voce di qualcuno senza nome ma che ben conosciuto. Accanto a questa voce se ne ode un’altra: è quella della sapienza stessa. Le due voci che parlano a chi ascolta recano un medesimo messaggio: “Il principio della sapienza è il timore del Signore”.


Il nostro brano fa parte delle tre sezioni che costituiscono il capitolo 9 del libro dei Proverbi. La prima sezione (9,1-6), in cui viene presentata la sapienza, è in contrapposizione alla terza (9,13-18), in cui viene presentata la stoltezza. La sezione centrale tratta le conseguenze dell’accogliere gli inviti (9,7-12). La contrapposizione fra i due personaggi femminili ha lo scopo di suscitare nei lettori la stima e l’amore per la sapienza, in modo da desiderarne gli insegnamenti. Due vie, due scelte si presentano all’uomo: la via della sapienza e quella della stoltezza. Le due vie sono ugualmente invitanti. Tuttavia esiste tra di esse una profonda differenza: l’una conduce alla vita, l’altra dirige verso lo sheol (il soggiorno dei morti). Tocca all’uomo scegliere di orientare verso l’una o verso l’altra la propria vita e assumersene responsabilmente le inevitabili conseguenze.  Nel nostro brano è la sapienza (in ebraico è al plurale, per esprimere la sua eccellenza, e senza articolo, per preparare meglio la rappresentazione allegorica del testo) ad essere presentata e raffigurata sotto l’immagine di una donna eccellente. Agisce come una ricca signora o una regina che edifica la sua casa sorretta da sette colonne (il numero sette è inteso come un rimando alla creazione, di cui si parla nel capitolo 8, o come un attributo divino) sullo stile del tipico palazzo signorile raffinato (il testo di 1 Re 7,1-12 ne rende l’idea). Una casa che la sapienza apre ai suoi ospiti, con tutte le delizie che solo essa sa predisporre. Uccide, infatti, gli animali e prepara il vino imbandendo la tavola per un lauto banchetto.  Quando tutto è pronto, come nella parabola evangelica degli invitati alle nozze (Matteo 22,3-4), manda le sue domestiche (al maschile nell’originale ebraico) nei punti più alti della cittadina a fare gli inviti. È una signora importante: le ancelle vanno a chiamare gli invitati mentre la sapienza resta in casa ad aspettare gli ospiti per poterli ricevere prontamente e con ogni onore. L’invito a correre verso questo banchetto di saggezza è rivolto ai semplici e ai poveri in spirito, a tutti coloro che, per motivi vari, non possiedono la sapienza, senza averla tuttavia mai volutamente rifiutata.  Il pane e il vino, che la sapienza offre, hanno un significato simbolico: non sono altro che il suo insegnamento che va assimilato pienamente e che prefigura il cibo definitivo che Dio dona agli uomini. Nutrirsi al banchetto preparato dalla sapienza significa abbandonare la fallace stoltezza, vivere in pienezza, camminare alla luce della legge (Torah) di Dio e dei profeti.

Paolo Mirabelli

23 febbraio 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).