Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il capitolo 12 apre la seconda parte della lettera (epistola) di Paolo ai Romani: quella che gli esegeti chiamano la parte etica e parenetica/esortativa. Nella struttura della lettera si può notare il passaggio dai capitoli 1-11 ai capitoli 12-16, dall’indicativo all’imperativo, dalla teologia alla vita della chiesa. L’espressione“Io vi esorto, dunque, fratelli” è una formula tipica dell’epistolario paolino, che ha funzione di collegamento tra le parti della lettera e introduce la parte esortativa. Con essa non inizia un altro libro, non si volta pagina, il discorso sul Dio che salva non è ancora terminato: sono quelle stesse “compassioni (oiktirmon) di Dio” che danno unità alla dottrina e alla prassi. Nella Bibbia non si insegna una dottrina soltanto perché sia conosciuta: la si insegna perché sia vissuta e tradotta in pratica. La teologia biblica non è mai astratta, non è un filosofare né una speculazione metafisica, bensì è una conoscenza che diventa stile di vita; essa si cala sempre nelle situazioni concrete della chiesa. Le proposte su come articolare l’epistola ai Romani sono molte. Eccone una. In Romani 1,16-17 Paolo afferma che “il giusto per (ek) fede vivrà” (l’Evangelo, potenza di Dio per chi crede, giudeo o pagano, rivela la giustizia di Dio). Quest’affermazione è la tesi della lettera, composta di tre parole: giusto, fede, vivere. Il resto della lettera spiega come questo avvenga. Nei capitoli 1-4 si dice come si diventa “giusti per la fede”. Nei capitoli 5-8 come il credente “vive” in Gesù Cristo, per lo Spirito Santo. I capitoli 9-11 trattano la questione d’Israele. I capitoli 12-16 sono la parte esortativa. Dopo questa breve introduzione, veniamo ora al nostro testo.


Il cristiano, che per grazia di Dio è stato liberato dal giogo del peccato (5,1-11), dalla schiavitù della legge, dal potere della morte (5,12-7,25), e che mediante il battesimo è morto, sepolto e risorto con Cristo (6,1-23), è una nuova creatura in Cristo. Il cristiano, anche dopo la sua conversione, qualora dovesse avvertire ancora la forza e la seduzione delle passioni della carne e dei sensi, non può certo assecondarle, poiché il suo corpo appartiene ora a Dio, le membra del suo corpo sono strumenti di giustizia per la santificazione (capitoli 6 e 8), e ha una nuova funzione: essere tempio dello Spirito Santo alla gloria di Dio. Ciò significa che il cristiano non solo con la mente e lo spirito vive per Dio, ma con tutto se stesso. Egli è ora parte del corpo di Cristo, che è la chiesa. Il suo corpo è offerto come sacrificio (thysia) a Dio. Paolo non dice qui che il sacrificio sia offerto da un “sacerdote cristiano”, bensì esorta (parakaleo) tutti i “fratelli” (dunque tutti i cristiani) a offrire (il verbo è lo stesso di 6,13.19) i loro corpi in sacrificio vivente e santo. Non dice nemmeno che il corpo sia una “ostia sacrificale fatta a Dio” o un”sacrifico cruento”, bensì che il corpo (“i vostri corpi”) deve essere offerto/presentato (paristemi) in sacrifico. È con il nostro corpo che esprimiamo noi stessi. Ciò che siamo e vogliamo lo diciamo attraverso la mediazione del corpo. Esso adempie tutte le attività vitali. Il corpo sono io: l’io storico, conosciuto, visibile. E allora si capisce perché il corpo del cristiano non possa più essere la sede delle passioni peccaminose della carne e del peccato, ma deve essere uno strumento di giustizia, il luogo dove io mi dono a Dio e dove Dio mi incontra. Le parole di Paolo condannano ogni forma di dualismo etico: con lo spirito (mente, cuore) servo Dio, con il corpo i desideri peccaminosi della carne. Tutto il nostro essere è reclamato da Dio: si serve Dio con tutto noi stessi, poiché tutto l’essere nostro è convertito a Dio e gli appartiene.


Paolo parla di corpi offerti in sacrificio (thysian) vivente (zosan), santo (hagian), e di culto (latreia) spirituale o razionale (logiken). Egli adopera il linguaggio sacrificale dell’Antico Testamento, e fa riferimento alla portata teologica dei sacrifici del tempio, alla cui luce bisogna interpretare le sue parole. Vivente: il sacrificio levitico si basava su una vittima o animale morto; il cristiano invece offre il suo corpo pieno di vita e di attività per servire Dio. È santo perché messo da parte per Dio. È un culto: razionale perché è ragionevole offrire noi stessi a Dio; spirituale perché contrapposto a una certa esteriorità (farisaica) del culto del tempio, e perché mosso e guidato dallo Spirito Santo, e perciò dall’amore stesso di Dio, sparso su tutti i suoi figli. Il culto è così radicalmente rinnovato: non più legato a un determinato luogo, ma alle persone, che, ovunque si trovino, vivono la loro vita sull’esempio e insegnamento di Cristo. L’offerta che il cristiano fa di se stesso non è per aumentare la sua gloria, quanto per glorificare Dio e testimoniare all’uomo, sempre in pericolo e sempre a rischio, il profumo che scaturisce da una vita santa, come piace a Dio.

Paolo Mirabelli

13 febbraio 2018

Gallery|Bibbiaoggi
Foto & Post della Gallery: 791

In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).