Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il capitolo 58 del profeta Isaia, dal quale abbiamo ritagliato per motivi di studio un piccolissimo brano di soltanto tre versetti, è una requisitoria di Dio contro il popolo, per i peccati commessi contro il prossimo, e il culto esteriore che non coinvolge il cuore. Due temi dominano: il digiuno e il sabato. La parola digiuno/digiunare è riportata sette volte. È una parole chiave. Il popolo digiuna per essere gradito a Dio, ma Dio si fa beffa del loro digiuno, smaschera la loro falsità, denuncia l’ingiustizia di tali digiunatori. Il capitolo inizia con Dio che invita l’araldo a gridare, a voce alta come una tromba, le trasgressioni e i peccati della casa di Giacobbe (58,1). Apparentemente il popolo prende piacere a cercare Dio, in realtà si è allontanato da lui: lo dimostra il fatto che ha abbandonato la legge del Signore (58,2). Nella sua requisitoria, il Signore riprende e ribatte gli argomenti del popolo, il quale lamenta che hanno digiunato, eppure Dio non li ha visti; si sono umiliati, ma Dio non li ha notati (58,3). Perché? La risposta è molto semplice: il loro digiuno è falso e ipocrita, poiché si tratta di un semplice atto esteriore, che non riflette la conversione del cuore, fatto per raggirare Dio. La prima parte del capitolo prosegue infatti con la requisitoria che mostra l’inconsistenza del loro digiuno e il motivo perché non sia diventato il modo per fare ascoltare la voce in alto: non serve curvare la testa come un giunco o sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, quando il cuore è lontano da Dio e il rapporto con il prossimo dice tutt’altro che conversione (58,4-5).


La pratica del digiuno è antica ed è conosciuta e attestata presso molti popoli della terra. Fin dai tempi più remoti si digiunava quando ci si trovava in situazioni di pericolo, quando si era colpiti da sventure, quando la grandine o le cavallette distruggevano i raccolti, quando le piogge tardavano e veniva la siccità. Digiunare aveva lo scopo di commuovere e placarla la divinità: convincerla a porre fine ai suoi castighi. Durante i giorni di digiuno s’indossavano abiti strappati, ci si cospargeva il capo di polvere e cenere, si rinunciava ai rapporti sessuali, non si faceva il bagno, si andava scalzi, si dormiva per terra. Digiunare era un sacrificio offerto alla divinità (do ut des). In Israele il digiuno era un atto volontario espressione di uno stato d’animo contrito e umiliato. Purtroppo però, testi come questi mostrano come la pratica del digiuno fu usata per scopi e motivazioni sbagliate e con atteggiamenti simili a quelli pagani. Il pericolo è tuttora presente nelle chiese.


Il nostro brano va collocato in un contesto di digiuno: dal falso digiuno del popolo, di cui si parla nei versetti precedenti, al vero digiuno richiesto da Dio. Invece della sospirata comunità pacifica, di cui parlano i profeti, si è instaurata una società dominata da arrivisti e profittatori: ovunque ci sono violenze, angherie, sopraffazioni, discordie. Per convincere Dio a intervenire e porre rimedio alla situazione, si indice un digiuno rigoroso e severo. Ma nulla cambia, tutto continua come prima e in molti si insinua il sospetto che la pratica del digiuno sia inefficace. Ci si chiede: perché digiunare se Dio non ascolta, come se non ci fossimo sottoposti a rinunce? La colpa del mancato cambiamento non è del Signore, ma del modo errato di praticare il digiuno, ridotto a una sterile autopunizione, a una dolorosa penitenza, a un atto per ottenere il favore di Dio. Questo digiuno non ottiene alcun risultato perché sottopone il corpo a privazioni ma non cambia il cuore e la vita di chi digiuna. Il vero digiuno consiste nel condividere il pane con chi ha fame, nell’ospitare i miseri senza tetto, nel dare un vestito a chi è nudo, nel non distogliere gli occhi da chi, uomo come noi, vive al nostro fianco in condizioni disumane.  Questo è il comportamento che dovrebbe valere in una comunità di fratelli. Questo è il vero digiuno di cui Dio si compiace. Questo tipo di digiuno cura le ferite, risolve le situazioni di disagio, crea rapporti fraterni, fa nascere una comunità in cui splendono la giustizia e la gloria di Dio. Viene indicata un’altra caratteristica del vero digiuno: togliere di mezzo ogni forma di oppressione, smetterla di puntare il dito e di parlare con arroganza. Non basta fare l’elemosina, ma è necessario porre fine a tutti gli atteggiamenti di ambiziosa superiorità che causano umiliazioni, ingiustizie, discriminazioni.  Come si evince, il brano riprende, con insistenza quasi eccessiva, il tema della condivisione del pane. Vuole che il popolo assimili la sollecitudine di Dio (manna nel deserto) nei confronti di chi ha fame. La conclusione del nostro brano (non delle promesse di Dio) introduce il tema della luce per chi pratica la fraternità e la giustizia: brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come l’aurora.

Paolo Mirabelli

30 gennaio 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).