Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Per quest’articolo sono in parte debitore al mio insegnante di narratologia dell’università, che oggi non è più con noi. L’evangelo è un dono. Annunciare l’evangelo significa portare alle persone la buona notizia di Gesù. Eppure non tutti quelli che ascoltano la nostra predicazione sono entusiasti e interessati al messaggio che annunciamo. Perché? La domanda vuole porre l’attenzione sulla comunicazione, e più precisamente su due aspetti. Il primo: a volte il messaggio che si comunica non è evangelo. Il secondo: anche il modo come si comunica può compromettere la comprensione dell’evangelo. Convertire le persone è opera di Dio, lo sappiamo, preghiamo perché lo Spirito Santo convinca il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Ma qui cerchiamo di capire se sia possibile migliorare la nostra predicazione. Quello che dirò è frammentario, nel senso che in questo scritto si analizzano alcuni dati e se ne tralasciano altri, ma anche perché non è un testo organico, né uno studio sistematico: è piuttosto un turbinio di idee. D’altronde è impensabile immaginare di dare una risposta esaustiva a una domanda così importante e complessa.


Che cos’è evangelizzare? È comunicare la vita; o meglio comunicare “la parola della vita”, come dice Giovanni nella sua prima lettera (1,1-4). Gesù è la Parola fatta carne che porta vita e luce agli uomini (Giovanni 1). E allora evangelizzare è condividere un’esperienza di vita e di luce in Cristo. Io ti annuncio Gesù che mi ha donato la vita, affinché anche tu possa avere la vita, affinché la vita possa crescere in te. Il contesto dell’annuncio di cui parla la prima lettera di Giovanni è il “noi”, ovvero i testimoni e discepoli di Gesù; oggi la comunità di fede. Si tratta allora di un contesto ecclesiale, fatto di persone alle quali Gesù ha donato la vita. Soltanto le persone che hanno fatto questo tipo di esperienza possono condividerla con gli altri. Altrimenti potremmo pensare di assoldare dei ragazzi, fargli fare un master in scienze delle comunicazioni, addestrarli come fanno le aziende, mettere su un call center, e dare inizio alla predicazione. E qui arriviamo a un punto essenziale. Evangelizzare non è comunicare dei dati, né uno scambio d’informazioni. Evangelizzare è un’esperienza di vita che si fa con Gesù; è un incontro che dà senso alla vita. Solo chi ha fatto questa esperienza può condividerla con gli altri. Quando Pietro predica a Pentecoste (Atti 2), gli ascoltatori sono “compunti nel cuore”: il loro cuore è come tagliato in due da una spada, dopo avere ascoltato la parola della predicazione su Gesù. Se il cuore non arde, se non è compunto, se non si lascia interpellare e non chiede, ciò significa che il messaggio non lo ha toccato.


Nell’evangelizzazione ci poniamo un duplice obiettivo: da una parte la fedeltà al dato biblico, un annuncio che predica un altro Vangelo o un altro Cristo non è predicazione, dall’altra la speranza di arrivare al cuore di chi ci ascolta. Quando questo accade, per l’azione dello Spirito Santo, allora la comunicazione diventa evento di predicazione. Ma il nostro comunicare non sempre comunica. Perché? Non comunica perché a volte il messaggio che portiamo non è evangelo, buona notizia. Attraverso i nostri modi di dire, siamo maestri nel parlare di cose indifferenti, inutili, vacue, che non cambiano la vita di nessuno; le nostre sono soltanto parole al vento. Non comunica perché non aiutiamo le persone a incontrare il Padre nel volto di Gesù. Quando parliamo, parliamo d’altro, non parliamo di Gesù; parliamo di noi stessi, di una dottrina, di una chiesa. Predichiamo la legge, il giudizio, la condanna, ma dimentichiamo di annunciare la vita in Gesù Cristo. È come un medico che fa la diagnosi perfetta della malattia di una persona, gli dice pure di che malattia sta morendo, ma poi non ha nessuna medicina da dargli che possa guarirlo. A volte, nella predicazione facciamo l’elenco dettagliato dei peccati, ma non diciamo nulla sul fatto che Gesù ci ha lavati dai peccati. Possiamo e dobbiamo parlare di tutto ciò che la Bibbia insegna, ma la predicazione deve essere in funzione della vita, in funzione del Cristo che rivela il Padre, colui che dona vita e speranza. Questo significa predicare l’evangelo. Non comunica perché l’attenzione non è su chi ascolta, ma è su chi parla. Quando un apostolo dice Gesù è il Signore, è come se dicesse: parlo di lui, parlo di me, parlo di te. Persino quando Paolo scrive del tema della sofferenza alla chiesa di Corinto dice: Sono momentanei i patimenti della vita presente ma grande è la gioia che avremo nella casa del Padre. Evangelizzare è comunicare un’esperienza che dona la vita, che coinvolge in una relazione, che spinge alla sequela, che anticipa e fa vivere nel presente ciò che annuncia nella speranza.

Paolo Mirabelli

07 dicembre 2017

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).