Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Come è noto Lutero chiamava la lettera di Giacomo “epistola di paglia”, l’affermazione è ripetuta ben due volte: nella prefazione al Nuovo Testamento del 1522 e nel 1546. Il motivo? Secondo Lutero l’epistola di Giacomo non ha nulla di evangelico, non insegna nulla di Cristo, fa derivare la giustificazione dalle opere e non dalla fede (Giacomo 2,14-26). Per lui Giacomo assomiglia più a una predicazione della legge che dell’Evangelo. La giustificazione per fede è per Lutero l’articolo su cui sta o cade la chiesa. E in merito al riferimento a Cristo, Lutero sostiene che se “togli Cristo dalla Scrittura, che altro vi troverai?”. Per Lutero Giacomo contraddice Paolo quando afferma che la salvezza è per opere. Motivo per cui Giacomo non può avere un posto fra i libri essenziali della Scrittura. Egli mette al primo posto il vangelo di Giovanni e le lettere di Paolo e di Pietro.Tuttavia, nonostante le sue perplessità, egli considera l’epistola di Giacomo un testo canonico e afferma che non si possa vietarne la lettura perché contiene “molte buone parole”.


Per Lutero c’è una “inconciliabilità teologica tra la dottrina paolinica della giustificazione e quella dell’epistola di Giacomo” (Ernst Käsemann). La domanda che anche noi ci poniamo è: c’è antitesi tra Paolo e Giacomo, contraddizione o complementarietà? Già Calvino, il riformatore ginevrino, partendo dal dato innegabile che Giacomo è nel canone biblico, afferma sia l’apostolicità della lettera, sia il riconoscimento di essere uno scritto che parla di Cristo. Per la chiesa antica, il criterio dell’apostolicità era fondamentale per la canonicità: un libro è canonico soltanto se scritto da un apostolo di Cristo o da un suo diretto collaboratore. E il denominatore comune tra Paolo e Giacomo (e gli altri libri del Nuovo Testamento) è la comune confessione di fede: entrambi confessano Gesù e dunque parlano di Cristo.  Per Calvino, allora, Giacomo combatte certe tendenze eterodosse in seno al cristianesimo primitivo, tendenze di certi esaltati che eludevano l’impegno dell’azione dei cristiani: non conta quello che fai, conta ciò che credi. Giacomo reagisce a un “docetismo della fede” (una fede disincarnata) e afferma che questa fede (senza opere) non è fede. La vera fede produce le buone opere. Giacomo scrive che l’uomo è salvato per opere e non per fede soltanto, poiché sono le opere che mostrano la fede. Perciò per Calvino Giacomo è un correttivo di uno pseudo paolinismo primitivo che male interpretava la fede e la giustificazione. A dire il vero anche Lutero afferma che “la mancanza delle opere è segno della mancanza della vera fede”.


A che serve rispolverare tesi ormai vecchie? Serve non tanto a disquisire su questioni teologiche del passato, che pure torna e si affaccia nelle chiese, quanto a riflettere su certi temi e argomenti biblici. Partendo da queste poche considerazioni su Lutero, vorrei fare due brevi riflessioni. La prima sul canone biblico. L’epistola di Giacomo appartiene al canone del Nuovo Testamento allo stesso modo e titolo delle lettere paoline. La presenza di Giacomo nel canone ci ricorda che non possiamo farci una rivelazione su misura o scegliere una pagina della Bibbia e ignorarne altre, né possiamo mettere Paolo contro Giacomo. Dobbiamo mantenere una posizione equilibrata che valorizzi ogni scritto del Nuovo Testamento e tenga conto della dialettica tra i testi. La seconda riguarda il centro della Scrittura e la questione del canone nel canone. Esiste un centro nella Scrittura alla cui luce si legge l’intero Nuovo Testamento? I libri del Nuovo Testamento hanno tutti la stessa autorità e lo stesso valore normativo? Credo che ci sia consenso quasi unanime nell’affermare che il centro della Scrittura sia Gesù Cristo, la sua persona, la sua rivelazione, la sua opera di redenzione. Tutti i 27 libri sono ispirati da Dio e formano il canone del Nuovo Testamento. Marcione è stato il primo nella storia della chiesa a costruirsi su basi teologiche un canone su misura, e un Dio a sua immagine. Ma anche oggi ci sono di coloro che sono alla ricerca delle parole autentiche di Gesù, del vero volto di Cristo, che si affannano a stabilire quali siano le lettere autentiche degli apostoli e quali no e in quali vada ricercato il kerygma della chiesa primitiva. E così si strappa la tunica inconsutile di Gesù e se ne fanno tanti pezzi, poi si cerca di ricucirla, ma ci sono sempre pezzi che avanzano. Gesù è il centro della Scrittura, e il canone è uno solo, ed è costituito da 27 libri: ogni libro del Nuovo Testamento è come la trama e l’ordito della tunica di Gesù, fili che si intrecciano assieme e formano il tessuto; ogni libro è come un colore che ci permette di colorare il vero volto del Cristo; in ogni libro c’è un insegnamento su come essere chiesa e discepoli di Cristo.

Paolo Mirabelli

29 novembre 2017

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).