Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Questa è la prima lettera che Paolo scrive alla chiesa di Tessalonica (in Macedonia). Tessalonicesi è una delle prime lettere scritte dall’apostolo Paolo, negli anni Cinquanta, ed è uno dei primi scritti del Nuovo Testamento. Tessalonica era una piccola comunità che l’apostolo aveva evangelizzato da poco tempo e istruito nella fede, cresciuta anche in poco tempo. Ora Paolo, assente di persona, continua il suo ministero a distanza attraverso lo scritto. Quale deve essere l’atteggiamento di una comunità di cristiani che vive in mezzo alla disperazione dell’idolatria pagana? Deve essere un atteggiamento di gioia, che nasce dalla conversione dagli idoli al Dio vivente e vero. Gioia nell’attesa dal cielo del Figlio di Dio, Gesù Cristo (1,9). Gioia che dovrebbe caratterizzare l’intera vita del cristiano e della chiesa. In questa lettera Paolo si intrattiene con i tessalonicesi sulle liete notizie ricevute da Timoteo, riguardanti la fede e il loro affettuoso ricordo (3,6-10). La presenza ostile dei giudei in mezzo a loro gli aveva procurato dispiacere e serie preoccupazioni (3,14-15). Adesso ringrazia di cuore il Signore. Arriva a esclamare: “Voi nostra gioia e nostra corona!” (2,19). Col medesimo affetto, nella seconda parte della lettera (capitoli 4-5) richiama i cristiani della chiesa di Tessalonica alle fondamentali esortazioni per una vita autenticamente cristiana, come piace a Dio nostro Padre: perseveranza nelle indicazioni etiche dateci dall’apostolo, purezza di vita nei costumi, affetto e sincera carità fraterna, laboriosità, pace con tutti, e in particolare vigilanza serena e costante per quanto riguarda “il giorno del Signore”.


Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva (5,1). Paolo non ha bisogno di dilungarsi circa i tempi (chronon)  e i momenti (kairon) del giorno del Signore perché i tessalonicesi erano ben istruiti su questo argomento. Il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte (5,2). La notte è qui il tempo dell’imprevedibile. Nelle nostre città, quando le serrande dei negozi si abbassano e le luci si spengono,  i malfattori, gente senza scrupoli, entrano in azione per compiere il malaffare. I ladri operano prevalentemente di notte per non essere visti (oggi sono attivi anche di giorno, alla luce del sole, e compiono azioni delittuose con sfrontatezza, tanto sanno che rimarranno impuniti). Nessun padrone di casa sa quando arriva il ladro. Questa immagine del ladro che viene nella notte, in un tempo inaspettato, serve all’apostolo per esortare i cristiani ad essere vigilanti nell’attesa del giorno del Signore. Dopo aver risposto, pare, a una preoccupazione dei cristiani di Tessalonica in merito alla risurrezione dei morti, che alcuni davano per imminente e altri come evento che si verificherà prima della parusia (4,13-17), Paolo si premura di rassicurarli su un aspetto fondamentale riguardante quel giorno: la sua assoluta imprevedibilità (un dato questo attestato pure in altri brani del Nuovo Testamento, come in Matteo 24,36.43 o Apocalisse 16,15), e insieme la sua ineludibilità: nessun essere umano ne potrà sfuggire, “nessuno scamperà”. E quando la gente dirà: C’è pace e sicurezza! (5,3), allora (come accade alla donna incinta quando è giunto per lei il tempo del parto; altra immagine usata da Paolo) “una improvvisa rovina verrà loro addosso e li colpirà”. Gli uomini un giorno potranno illudersi di aver raggiunto nelle loro realizzazioni l’apice dell’efficienza e della stabilità e si esalteranno come i costruttori della torre di Babele, o azzarderanno previsioni apocalittiche, ma il vero credente in Cristo guarderà alle loro affermazioni con indomabile scetticismo, sapendo che le parole di Gesù non vengono mai meno: “Il cielo e la terra passeranno, ma non le mie parole” (Matteo 24,35). Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre; voi siete figli di luce e del giorno (5,4-5). Paolo contrappone le tenebre alla luce, la notte al giorno. I cristiani non sono delle tenebre, ma della luce; non sono della notte, ma del giorno. Chi vive nelle tenebre rischia di essere sorpreso dal ladro di notte Per i non credenti la venuta del giorno del Signore sarà un evento inatteso che li coglierà di sorpresa. I cristiani invece vivono di giorno e nella luce di Dio, perciò sono allertati, vigilanti nell’attesa del giorno del Signore. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri (5,6). Il vocabolo dormire (katheudomen) qui indica la letargia spirituale, ed è diverso dal dormire (kaimao) usato in 4,13-15, dove si riferisce al sonno della morte. Non dormire è la logica conclusione a cui si devono attenere costantemente “i figli del giorno” (i cristiani), i quali attendono con fiducia e gioia l’ora della palingenesi finale, o meglio, il giorno del Signore che viene come un ladro nella notte.

Paolo Mirabelli

21 novembre 2017

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).