Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Gran parte del capitolo 10 del vangelo di Marco è un susseguirsi di domande rivolte a Gesù, che si lascia interrogare. Il suo vivere tra di noi, la sua parola, il suo agire, suscitano domande a donne e uomini spesso sicuri di sé, che volen­tieri evitano di mettere in discussione le loro abitudini e il loro modo di vivere. Mentre Gesù è in cammino incontra un tale che gli pone una domanda sulla vita eterna, ed egli lo invita alla sua sequela. Il racconto è animato dal movimento iniziale dell’uomo di correre incontro a Gesù in contrasto con quello finale di allontanamento: il primo sottintende una gioia della ricerca, il secondo movimento è accompagnato da tristezza.


Dello sconosciuto sappiamo, da Matteo e Luca, che è ricco, giovane e capo. Ma per Marco è solo un tale, quasi a voler dire: “Non importa chi sia, perché quel tale potresti essere tu, qualsiasi di noi”. Tuttavia la lettura d’insieme (sinottica) ci permette di dire che c’è un problema con la ricchezza, con la maturità e con la posizione sociale. Quell’uomo è uno che non sa scegliere tra la ricchezza e la sequela di Cristo; è un giovane che non è mai diventato maturo nella vita; è un capo che ama la gloria degli uomini più della gloria di Dio. Il suo correre incontro a Gesù fa presagire qualcosa di interessante che sta per accadere. Crea una attesa; c’è grande aspettativa; e il mettersi in ginocchio davanti a Gesù denota stima verso il Maestro di Nazareth. Ma non è una storia a lieto fine.


Il racconto evangelico fa immaginare un certo entusiasmo di quel tale, che corre incontro a Gesù certo di avere una risposta a una domanda profonda che porta nel cuore: Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna? L’uomo si rivolge a Gesù chiamandolo Maestro buono. Non solo gli atteggiamenti, ma anche le sue parole sembrano promettere bene. L’appellativo, insolito e di uso raro nei vangeli, sembra rifiutato da Gesù, in realtà egli ci aiuta a capire che la vera e unica sorgente della bontà sta nel Padre: chi cerca la vita eterna deve orientarsi verso quel Dio che ha espresso la sua volontà nelle tavole della legge, il Decalogo. Dio è la fonte della bontà alla quale tutti gli uomini devono attingere per avere la vita. E questa è la “prima tavola” della legge. Segue poi la proposta della “seconda tavola”: quella dei doveri e del rapporto verso il prossimo. Gesù cita così la quintessenza dell’alleanza al Sinai, di cui afferma l’autenticità e di cui conferma la continuità. Con la sua risposta egli dimostra che qui si gioca la veridicità della ricerca di Dio e dell’amore verso Dio e il prossimo. La domanda di quel tale, apparentemente innocente e giusta, in realtà rivela delle falle, delle crepe teologiche. Il fare e l’eredità sono due vocaboli che non si accordano: l’eredità si riceve come dono, non a seguito di un servizio; e la vita eterna è il dono di Dio in Cristo Gesù, non l’esito di un servizio prestato a Dio e a qualcuno. L’idea stessa che ha di Dio è quella pagana del “do ut des”: l’uomo fa qualcosa per il suo dio e questo dio fa qualcosa per l’uomo. Non stupisce dunque che alla fine quel tale, che ha già scelto il suo vero dio, cioè la ricchezza (i gran beni che possiede), rifiuti la sequela e va via, lontano da Gesù.


Secondo quell’uomo, la risposta iniziale di Gesù va bene ma in fondo non propone nulla di nuovo. Egli sente il bisogno di qualcosa che vada oltre, e Gesù può indicare quel qualcosa. Con una punta di orgoglio e con  tanta, troppa, sicurezza di sé, egli dice di avere adempiuto tutti i comandamenti fin dalla giovinezza. Nel suo correre verso Gesù, nel suo domandare, emerge un bisogno e una richiesta di qualcosa di più. Il salto di qualità arriva negli atteggiamenti e nei sentimenti prima ancora che nelle parole. L’evangelista Marco ci regala il particolare stupendo dello sguardo e dei sentimenti di Gesù: Fissato lo sguardo su di lui, lo amò; un dato esclusivo del secondo vangelo. Dopo lo sguardo, arriva la richiesta di Gesù: vendere tutto e seguirlo. Tutto gravita attorno a due poli che bilanciano la risposta: “Vai e vendi”, “vieni e seguimi”. Sono due coppie di imperativi che vivono un drammatico contrasto: movimento di allontanamento il primo, di avvicinamento il secondo. Ci si deve allontanare da qualcosa per incamminarsi dietro a qualcuno. Gesù invita l’uomo a diventare suo discepolo, gli propone l’ideale suggestivo della sequela. La risposta allora alla domanda dell’uomo (che ha chiesto qualcosa di più dei comandamenti) è Gesù stesso. Lui e lui solo è la meta dei comandamenti. Ma quell’uomo se ne va dolente, con la tristezza dipinta sul volto, perché la parola di Gesù non lo tocca nel cuore, anzi lo disturba nel suo vivere le ricchezze che possiede. Dalla corsa iniziale all’allontanamento finale: qui sta la triste vicenda di quel tale.

Paolo Mirabelli

06 novembre 2017

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).