Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Luca è il solo evangelista che menzioni, dopo quella dei dodici (9,1-6), una missione a settanta (o settantadue) discepoli (10,1-12). Dei settanta non se ne vede la continuità nella chiesa, non c’è più alcuna menzione nel Nuovo Testamento. Le istruzioni date ai settanta si ritrovano quasi identiche nella prima missione affidata ai dodici apostoli. Essi avevano il compito di annunciare la venuta di Gesù “in ogni città e luogo in cui egli stava per venire”.


Gesù li chiama e li manda, ma ciò che il testo evangelico mette in risalto in questa chiamata e in questo invio non sono soltanto i contenuti dell’annuncio, ma anche il fatto che essi sono mandati: “Andate!” (è un imperativo). La missione è innanzitutto un andare, un “esserci con un certo stile”. Gesù li manda a due a due. Il Signore non manda i suoi ad uno ad uno, ma a due a due: ciascuno ha un compagno al suo fianco che lo sostiene. La predicazione del regno (“Dite: il regno di Dio si è avvicinato a voi”) non è una iniziativa privata, né una avventura individualistica e solitaria, ma si inscrive in un tessuto comunitario, fondato sulla promessa del Signore che egli sarà in mezzo a loro dovunque due o tre sono riuniti nel suo nome. La chiamata e l’invio si danno sempre nello spazio della relazione: innanzitutto in quella relazione costituiva con il Signore e poi nel vincolo fraterno che unisce coloro che sono inviati insieme. Nel loro andare “a due a due” si stabilisce tra i due una comunione fraterna, la quale, se vissuta concretamente, costituisce già una prima testimonianza resa all’annuncio del Vangelo: in un mondo diviso, i due testimoniano l’unità voluta da Dio. Vi è poi la relazione con i destinatari dell’annuncio, con coloro che si mostrano capaci di accogliere la parola predicata, i quali danno ospitalità agli inviati, aprono così le porte dei loro cuori e delle loro case a quanti vengono nel nome del Signore.


La missione ai settanta si caratterizza per il suo “bagaglio leggero”, ovvero per una assenza di cose che lascia inizialmente sorpresi, stupiti, perplessi: “Non portate borsa, né sacca, né sandali, e non salutate nessuno lungo il viaggio” (10,4). Più che di scarsità o sobrietà di mezzi, qui si tratta di una vera e propria povertà di mezzi: una povertà che non solo fa a meno del superfluo, ma che sembra rinunciare anche al necessario, alle cose di cui si ha bisogno, cioè a quei mezzi che, secondo una visione e ottica mondana e aziendale, potrebbero dare alla missione maggiore successo, riuscita, efficacia, incisività, rapidità. Infatti, alcuni moderni missionari, prima di partire in ogni missione, chiedono alle chiese un “bagaglio pesante” e un cospicuo sostegno economico.


Perché Gesù nella missione affidata ai settanta chiede di rinunciare al necessario? Certamente c’è l’urgenza e la radicalità della missione. Ad esempio, il vietare il saluto per la via non vuole essere un gesto o un segno di scortesia e di maleducazione, ma è motivato dall’urgenza; è un invito a non perdere tempo inutilmente, poiché il regno di Dio si è avvicinato a voi, Gesù sta per venire da voi. Così pure il divieto di prendere borsa, sacca e sandali è motivato dall’urgenza e dalla radicalità della missione, ma non c’è soltanto questo. Gesù vuole che i suoi inviati imparino a fidarsi di Dio: se Dio chiama qualcuno a una missione, egli provvede certamente anche il necessario per vivere. L’inviato e il successo della missione non dipendono dalle risorse umane o dalle capacità del missionario, ma dal Signore. Inoltre, Gesù vuole che i settanta dipendano interamente dall’ospitalità di coloro che li ospitano, gli ospitanti. E ancora. La povertà di mezzi è anche una testimonianza che i messaggeri danno alla buona notizia del regno e del Vangelo. In un mondo dove chi bussa alla porta vuole farti firmare un nuovo contratto, o venderti un buon prodotto (il migliore), il più delle volte si finisce con la richiesta di soldi, il missionario non chiede nulla, ma dà a chi lo riceve le cose di Dio.


Il divieto di portare la borsa (ballantion, usato quattro volte solo da Luca nel Nuovo Testamento), la sacca (pera, serviva per conservare il denaro del viaggio) e i sandali (hypodema) era una regola per i settanta ma diventa per noi pure un principio di vita. Ci sono situazioni e momenti nella vita in cui il necessario diventa superfluo, in certi casi persino inutile e dannoso. Gesù sa quanto le cose per il viaggio siano necessarie (Luca 22,35-36); sa quanto sia necessario il vestire, ma più importante del vestito è il corpo. Possedere una casa e degli oggetti è legittimo e buono, ma il Signore ci insegna a “fuggire e a non tornare indietro” per cercare di salvare la casa, se la vita è in pericolo. Il tempo e le circostanze mutano le priorità della vita e ridefiniscono ciò che è necessario e ciò che è superfluo.

Paolo Mirabelli

21 giugno 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).