Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il tempio di Gerusalemme, costruito da Salomone, era non solo un capolavoro di ingegneria edile, ma il luogo dove Dio incontrava il suo popolo. Era stato Dio a volere il tabernacolo prima, mentre Israele era nel deserto, e il tempio poi, quando si stanziò nella terra promessa. Eppure quel tempio fu distrutto per ben due volte e finora non è stato ricostruito. Leggendo il capitolo 24 del vangelo di Matteo colpisce un dato: Gesù profetizza la distruzione del tempio (oltre che la fine), eppure non invita i suoi discepoli a unirsi, ad esempio, agli zeloti per difendere il tempio dai Romani. Anzi, Gesù invita i suoi a fuggire, quando vedranno i segni da lui predetti: “Chi sarà nella Giudea, fugga ai monti; chi sarà sulla terrazza, non scenda a togliere quello che è in casa sua; chi sarà nel campo, non torni indietro a prendere la sua veste”. Tutti amiamo le nostre case e gli oggetti o i quadri che la personalizzano e la rendono familiare, tutti amiamo i vestiti che esprimono la nostra personalità e hanno preso la forma del nostro corpo, ma più di questo amiamo la vita; e se dobbiamo scegliere tra i vestiti o i quadri e la vita, scegliamo la vita, perché abbiamo capito che “il tempio che santifica l’oro è maggiore dell’oro” (23,19).


Nel capitolo 24 di Matteo, Gesù descrive un mondo in via di disgregazione e una chiesa smarrita. Sul lato del mondo, parla di guerre, lotte intestine, catastrofi naturali, tragedie dovute alla malvagità dell’uomo, disordini politici e sociali: nazioni contro nazioni; carestie e terremoti; ma questo è solo l’inizio dei dolori. Sul lato della chiesa, le persecuzioni, lo sbandamento interiore, le crisi di fede e di identità, il venir meno dei legami fraterni: vi getteranno in tribolazione e vi uccideranno; sarete odiati a causa del mio nome; molti si scandalizzeranno, si tradiranno, si odieranno a vicenda; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ne emerge un mondo confuso, una interiorità spaesata, una identità smarrita. Gesù invita il discepolo alla vigilanza, al discernimento spirituale, alla preghiera, per non lasciarsi travolgere dalla confusione, per non smarrire le priorità, l’identità, la missione. Il tempo della prova diventa il tempo della vigilanza, della resistenza, della fiducia in Dio. Esercitare la riflessione sui tempi che si vivono per non essere sorpresi dalle catastrofi che si preparano nascostamente nella storia e nelle relazioni umane; per cogliere l’orizzonte e la visione di Dio; per essere aperti alle novità di Dio e non rimanere legati a un passato che non torna.


La crisi che stiamo vivendo non riguarda solo la salute o l’economia, ma anche la vita di fede della chiesa. E nei momenti di crisi gli uomini di Dio manifestano chi sono veramente e la qualità della loro fede. È nel deserto, un tempo di prova e di crisi, che Israele capisce che cosa significhi fidarsi di Dio. Questa crisi che stiamo vivendo ci ha insegnato tante cose, ci ha fatto capire che cosa conta veramente e quali siano le priorità. Nei momenti di crisi il cristiano deve capire quali siano le cose essenziali e di cosa la chiesa ha bisogno. La crisi della chiesa oggi è una crisi di identità, una crisi di fede, una crisi di spiritualità, non perché mancano le strutture, ma perché manca la Parola di Dio. Abramo era un uomo senza chiesa, eppure è il padre della fede. Daniele non aveva templi dove pregare, eppure pregavano Dio ogni giorno. Paolo non si ritirava in luoghi incantevoli, eppure camminava guidato dallo Spirito. La mancanza di strutture nella chiesa primitiva non è un fatto accidentale, ma è una convinzione di fede: vivere nell’attesa del Signore, annunciando il Vangelo per la salvezza del mondo. È questa convinzione che li ha portati a relativizza tutto il resto.


Le crisi sono anche l’ora di Dio nella storia, e questa crisi ci ha insegnato cosa è essenziale e a cosa invece possiamo rinunciare. Molte mega strutture religiose sono in forte crisi economica. Ma questo potrebbe essere un invito di Dio a non puntare sulle strutture, ma su altro, cioè l’altro che proviene da Dio. La nostra preoccupazione non devono essere le strutture, ma le persone. Noi non dobbiamo preoccuparci delle strutture che chiudono, ma dobbiamo preoccuparci di come “salvare le nostre chiese” dalla crisi di fede, di preghiera, di spiritualità, dalla mancanza della Parola di Dio, che non diventa ancora fame e sete di Dio. Discernere i tempi e le priorità significa collocarsi nell’orizzonte e nella logica di Dio: capire che è finito il tempo del “tempio”, perché Dio vuole essere per noi un tempio per un tempo (Ezechiele 11,16); significa identificarsi con le cose che noi consideriamo piccole, deboli, povere, fragili, ma che sono scelte da Dio per svergognare le cose grandi, ricche e potenti di questo mondo; significa identificarsi con quel Dio che tutto può.

Paolo Mirabelli

19 aprile 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).