Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Nella lunga storia del popolo di Dio c’è una figura fondamentale, Giacobbe, figlio di Isacco, nipote di Abramo, il grande capostipite degli uomini che credono. Giacobbe è il tipo pronto a battersi con tutti, fosse anche con Dio, come del resto gli capitò al guado di Jabbok (Genesi 32,22-32). Quando ancora era nel seno di sua madre, si dice che avesse questionato persino con il suo fratello gemello Esaù, al punto che quando Esaù uscì per primo, e divenne così il primogenito, Giacobbe lo prese per il calcagno, come se volesse dire: “Non è finita qui, ne riparleremo della primogenitura”. Quando i due gemelli erano ormai cresciuti e divennero grandi, approfittando della golosità e della fame del fratello, Giacobbe ottenne con l’inganno il diritto di ricevere la benedizione della primogenitura dal padre. La faccenda divenne motivo di aspro litigio fra i due fratelli, tanto che Giacobbe dovette fuggire e restare lontano da casa per molti anni.


La lontananza da casa lo portò ad essere vicino a Dio. Benedetto da Dio, Giacobbe ebbe due mogli, due concubine e dodici figli maschi, e gran numero di animali. Alla scuola di Dio, Giacobbe imparò ad essere umile e onesto, non più il “furbetto del quartiere” che avevamo conosciuto prima, l’uomo pronto ad ingannare chiunque. Giacobbe ora che torna è un uomo nuovo, anche perché quello che semini raccogli: lui ha ingannato suo padre, ricoprendo le mani con pelli di animali per non farsi scoprire e ottenere così la benedizione, i figli hanno ingannato lui, facendogli credere, attraverso la veste macchiata di sangue, che il figlio amato Giuseppe era stato sbranato dalle bestie feroci.


Dopo tanti anni, Giacobbe decide di tornare alla sua terra, da suo padre e sua madre. L’amore per i luoghi dell’infanzia e per la casa paterna è sempre vivo nell’uomo. Il libro della Genesi però non menziona più la madre: colei che fu complice nell’inganno, è forse già morta? Giacobbe teme il fratello, ha paura della sua forza brutale, anche perché su di lui pesa una condanna a morte proprio dal suo fratello gemello. Giacobbe sa che in qualche modo deve regolare i conti con Esaù: dovrà pure incontrarlo, e come farà? Giacobbe si attende un incontro con il fratello Esaù, invece ne avrà due: uno con uno sconosciuto di notte (32,22-32) e l’altro con Esaù (33, 1-17).


Sulla via di ritorno a casa che conduce a suo fratello, Giacobbe deve prima confrontarsi con il suo Dio. L’identità dell’uomo o angelo che lotta con Giacobbe non è rivelata, rimane un mistero; in fondo Dio è mistero. Non si conosce il nome e non se ne vede il volto. Solo alla fine si dice che è Dio. C’è una giustapposizione tra il fratello e Dio sulla via di Giacobbe: egli si attende la collera del fratello, ma prima deve affrontare l’aggressione dello sconosciuto, nel cuore della notte, e non è Esaù, anche se nella sua forza c’è qualcosa che richiama Esaù. Al guado che lo separava ormai dalla sua terra, Giacobbe deve battersi non più con il fratello, ma con Dio stesso. Giacobbe è ora ricco e nel pieno delle sue forze, ma quella notte uno spavento lo afferra. Giacobbe ha paura.


Della lotta si sa poco, si sa che avvenne di notte su un torrente. C’è un dialogo importante, con tre scambi di frasi, ma una sola è di Giacobbe. “Lasciami andare”, dice il misterioso personaggio. “No, se non mi benedici”, risponde Giacobbe. Tutto si sposta ora sui nomi. Giacobbe dice qual è il suo nome; lo sconosciuto invece non rivela la sua identità, ma cambia il nome di Giacobbe in Israele: “colui che lotta con Dio e gli uomini e vince”. Lo sconosciuto non ha vinto, ma neppure ha perso: è bastato toccare la coscia di Giacobbe per azzopparlo e renderlo sciancato per tutta la vita. Giacobbe ha vinto perché ha ottenuto la benedizione richiesta; una vittoria invalidante. Egli può ora affrontare il fratello. Giacobbe è ora uno zoppo che si appoggia a Dio e si lascia guidare da lui nella via.


Tra i racconti biblici sui patriarchi, l’incontro di Giacobbe con Dio è uno dei più commentati. C’è chi vede in questa lotta, che dura fino al levarsi dell’aurora, una immagine della lotta della fede, che attraversa la notte e diventa forte solo all’alba. La mistica medievale ne parla come de “la notte oscura dell’anima”. Oggi c’è chi vede in questa pandemia una lotta della fede che dura ormai una notte intera (un anno). Questa lotta fra l’uomo e Dio è famosa nella storia della teologia di tutti i tempi, e molti artisti si sono cimentati a rappresentare ciò che sia capitato su quel torrente, quella notte. È l’eterna lotta tra l’uomo e Dio su questa terra, tra la volontà di Dio e la volontà dell’uomo, che cerca uno spazio di laicità nel suo vivere. Questa teologia del potere debole e della debolezza potente indirizza questo testo verso il Nuovo Testamento e l’evangelo della croce.

Paolo Mirabelli

26 marzo 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).