Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il libro del Deuteronomio esorta ripetutamente all’ascolto e all’osservanza dei comandamenti di Dio e lega all’obbedienza diversi benefici concreti: vita, prosperità, felicità, longevità, possesso della terra promessa. L’uomo non vive solo di pane, ma di ogni parola di Dio. È intorno alla Torah che si realizza l’identità del popolo di Dio, la cui osservanza ne costituisce la saggezza e l’intelligenza presso gli altri popoli. Il Signore è vicino (qarob) al suo popolo che ascolta le sue parole e lo invoca (qarà). Nella tradizione ebraica, il Deuteronomio è chiamato “libro delle parole (debarim)”, non solo perché riporta pochi fatti e molte parole, i discorsi di Mosè, ma anche perché mette al centro l’importanza della parola di Dio in tutte le sue espressioni. Poiché i rimandi del libro a questo tema sono numerosi, mi limito a considerare soltanto il capitolo 6 che contiene lo Shemà.


Lo Shemà inizia con l’invito ad ascoltare: “Ascolta, Israele” (6,4). È la preghiera dell’ascolto che gli ebrei recitano ogni sera e ogni mattina. La parte centrale è composta di due affermazioni: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Nel testo ebraico è un accoppiamento di due frasi nominali, vale a dire di due proposizioni in cui il verbo essere è assente. Si avrebbe così come prima possibile traduzione: “Jhwh è il nostro Dio, Jhwh solo”. La seconda possibilità di traduzione sarebbe: “Jhwh nostro Dio è un solo Jhwh”. Si tratta comunque di due dichiarazioni solenni che costituiscono il fulcro dei comandamenti e il motivo dell’ubbidienza alle parole di Dio: poiché il Signore nostro Dio è uno, a lui solo è dovuta la fedeltà. Al popolo viene chiesto di amare Dio. L’amore coinvolge tutte le facoltà umane, compresa quella fisica: intelligenza, volontà, sentimenti, fantasia, creatività. Il verbo ebraico esprime una gamma di relazioni affettive: l’amore coniugale, filiale, fraterno, l’affetto tra due amici. Ma in tutta la Bibbia l’amore che meglio esprime il rapporto con Dio è quello filiale e quello nuziale. L’amore, che qui è comandato, si esprime nell’ubbidienza alle parole di Dio.


Innanzitutto ogni parola di Dio va interiorizzata. I comandamenti devono dimorare nel cuore (6,6): là dove ha sede, secondo la Bibbia, la parte più profonda e intima dell’uomo, i sentimenti, le emozioni, la volontà. Il Deuteronomio evita in questo modo di cadere nell’errore che vede nei comandamenti soltanto una lettera morta e nell’osservanza una semplice adesione esteriore, che non coinvolge lo spirito e il cuore dell’uomo. L’interiorizzazione delle parole di Dio è un tema assai frequente e caro al Deuteronomio. I comandamenti di Dio vanno poi custoditi con un segno esterno sul proprio corpo, sulla propria casa, sulle porte della propria città (6,8-9). L’adesione interiore e il simbolo sono intimamente uniti: l’uno rimanda all’altro. Nella tradizione ebraica queste istruzioni sono prese alla lettera: ancora oggi si vedono ebrei che sulla mano, in fronte e sugli stipiti delle loro case portano scritte le parole dello Shemà. Anche una lettura figurata insiste sul fatto che le parole di Dio devono dominare il nostro modo di vivere, guidare la vita della nostra casa o famiglia e quella della comunità. Ad ogni modo, l’ordine dice della necessità di avere dei rimandi (esempio: quadri con testi biblici) continui alle parole di Dio, perché si possa ascoltare e vivere.


L’istruzione delle parole di Dio ai figli (6,7.20-25). Il Deuteronomio è un libro di disciplina che si preoccupa molto di raccomandare i genitori a educare i propri figli al “timore di Dio”. L’istruzione non è relegata a giorni particolari, né viene fatta in un’ora a settimana. Ogni giorno, ogni momento, ogni luogo, ogni situazione della vita, costituiscono il tempo e il luogo opportuni per inculcare nei cuori dei figli le parole di Dio: quando te ne starai seduto, parlane ai tuoi figli; quando sarai per la via, parlane ai tuoi figli; quando ti coricherai, parlane ai tuoi figli; quando ti alzerai, parlane ai tuoi figli. I genitori devono istruire i loro figli ai comandamenti di Dio, di modo che le loro prime parole che ascoltano quando si alzano e le ultime quando vanno a dormire siano le parole di Dio. Nessuna parola deve essere trascurata, nessun giorno può trascorrere senza la premura di insegnarla. Tutto l’arco generazionale che un uomo può conoscere, da se stesso fino ai suoi nipoti, deve costituire la durata dell’istruzione delle parole di Dio. Il contesto in cui l’istruzione avviene è quello famigliare: i genitori hanno la responsabilità primaria dell’educazione dei figli. Il processo educativo segue il metodo delle domande e delle risposte. Il figlio chiede: “Che significano queste parole?”. Il padre risponde raccontando la storia del popolo di Dio. Tutto questo crea una memoria per le generazioni successive e dà una visione ai giovani su come costruire una vita permeata dalle parole di Dio.

Paolo Mirabelli

13 febbraio 2021

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).