Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Tecnica è un termine dai diversi significati; può essere tuttavia genericamente intesa come un procedimento regolato da norme, finalizzato a produrre un determinato risultato. Esistono, infatti, diversi tipi di tecnica: tecniche simboliche, di tipo conoscitivo o estetico; tecniche comportamentali, che possono essere morali, politiche, economiche, o altro; e tecniche di produzione. Queste ultime riguardano la realizzazione di prodotti reali, di beni materiali nonché l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura. In questo senso la tecnica è sempre stata lo strumento del progresso dell’umanità, da Prometeo all’informatica o alle odierne biotecnologie.


Nel XVII secolo Francis Bacon concepì la scienza, e quindi la tecnica che ne costituisce l’applicazione pratica, come strumento per la produzione di mezzi per il miglioramento delle condizioni di vita; ossia la tecnica in funzione del benessere dell’umanità. E, in effetti, così è stato per quasi tre secoli. Ma a partire dalla fine dell’800, e soprattutto dopo la prima guerra mondiale, il pensiero filosofico ha cominciato ad analizzare la tecnica sotto un altro aspetto, valutandola non tanto per i vantaggi materiali che produceva quanto per le conseguenze che il suo crescente sviluppo comportava nei confronti dell’individuo e della società e per gli effetti negativi prodotti sull’ambiente. Sorse così negli anni venti del secolo scorso il “problema della tecnica”. Problema che nasce dal fatto che, come afferma Umberto Galimberti, la tecnica è il solo procedimento umano che non ha antidoti; è inarrestabile. Sarebbe, infatti, possibile sostenere che si è contrari a quelle innovazioni tecnologiche che hanno prodotto un miglioramento evidente delle nostre condizioni di vita, del nostro benessere materiale, che hanno portato alla cancellazione di carestie spaventose, al debellamento di malattie, fino a pochi decenni fa mortali, che hanno determinato nel nostro Paese un prolungamento della vita media fino a 84 anni per la donna e 78 per l’uomo? Evidentemente no.


Ma c’è il rovescio della medaglia e i problemi indotti dalla società postindustriale diventano sempre più preoccupanti. I filosofi della “decadenza e della morte dell’Occidente” come Spengler, Rops e altri, negli anni 30 del secolo scorso avevano attribuito alla macchina, intesa come espressione emblematica della tecnologia, la causa della decadenza morale dell’uomo, sostenendo che un mondo dominato dalle macchine è un mondo senz’anima, mortificante per l’essere umano; un mondo che sostituisce la qualità con la quantità, in cui i valori spirituali vengono soppiantati dai beni materiali e i principi morali dal principio di utilità. Una società in cui la ragione è piegata alla logica del dominio per sottomettere ogni cosa, dalla natura all’individuo, con lo scopo primario, e forse unico, del profitto e non del bene dell’uomo. Ne consegue una struttura sociale cinica e materialistica, solo apparentemente sicura della propria potenza e delle proprie certezze, basate sulla presunta razionalità della scienza e della tecnica, che dispone di grandi mezzi che sa pure come utilizzarli, ma che ha dimenticato il suo fine ultimo: l’uomo.


Per i beni strumentali che offre, la tecnica rappresenta un elemento indispensabile per il progresso materiale dell’umanità; ma al di là di questo, pur senza esaminarla con pregiudizi ideologici o metafisici, è innegabile che comporti anche preoccupanti aspetti negativi. Un esempio allarmante è lo sfruttamento intensivo delle risorse al di là della loro capacità di ripristino spontaneo e, conseguentemente, un progressivo impoverimento delle risorse naturali. Un secondo grave problema è rappresentato dall’inquinamento ambientale dovuto agli scarichi industriali e allo smaltimento di rifiuti prodotti in quantità crescente, alla continua crescita del numero dei mezzi di trasporto e alla progressiva urbanizzazione. L’espansione della tecnica porta inoltre a danni irreversibili del patrimonio artistico e storico e all’alterazione del paesaggio naturale. Ma il pericolo maggiore, o meglio il danno maggiore, sebbene sia quello meno appariscente ed erroneamente il meno temuto, è l’effetto esercitato sull’uomo. Nella civiltà industriale, basata su lavoro, produzione e profitto, tutte le energie dell’uomo sono impiegate nel rendimento lavorativo. Questo modello sociale impone una forma di oppressione occulta, poco evidente perché insinuante, un sistema di persuasione che determina inconsciamente una omologazione generale di aspettative e di obiettivi e un innalzamento crescente della soglia dei bisogni. A tutti sembra che sia concessa la massima libertà, la possibilità di ottenere qualsiasi cosa; ma si tratta di una libertà apparente, svuotata di ogni contenuto etico, concessa in cambio delle altre dimensioni dell’uomo, compresa quella spirituale. Ne consegue “L’uomo ad una dimensione”, come lo definisce Herbert Marcuse nella sua omonima opera del 1964: isolato, incapace di comunicare con gli altri per l’incapacità della tecnica di venire incontro ai bisogni affettivi, estetici e morali della persona.


Ora è ovvio che la tecnica per sé, nonostante l’angoscia per i pericoli che comporta, non può essere rifiutata; questo equivarrebbe a rifiutare l’uomo nella sua naturale tendenza al progresso e nella sua inestinguibile sete di conoscenza. La tecnica pervade, infatti, ogni ambito della società; si è impadronita della nostra vita. Oggi non saremmo probabilmente più in grado di adattarci (o forse non riusciremmo) a vivere senza i prodotti della tecnica: l’elettricità, l’elettronica, le biotecnologie e quant’altro.


Ma la tecnologia non ha cambiato solamente le abitudini di vita; ha cambiato anche gli atteggiamenti morali; per molti la fede in Dio è stata sostituita dalla fede nella scienza, nelle macchine: che bisogno c’è di Dio quando si ripone la propria fede essenzialmente nella potenza dell’intelligenza dell’uomo e della sua capacità di dominio assoluto sulla natura? I nuovi valori della società tecnologica sono l’efficienza, la funzionalità, il consumismo, il fatturato; non i valori umani. Per presentarci, come afferma Galimberti, non si dice più chi siamo, ma che cosa facciamo, quale ruolo occupiamo nel ciclo produttivo della società tecnologica. L’uomo è diventato una specie di estensione della macchina.


E’ possibile trovare un punto di equilibrio fra l’espansione della tecnica e le esigenze morali dell’uomo? E’ pensabile di instaurare un controllo etico applicabile alla scienza e alla produzione? E’ possibile una “rivoluzione culturale” che inverta l’attuale tendenza? Un impegno deontologico in tal senso sembra però, razionalmente, del tutto improbabile; si tratta forse più di una utopia rivoluzionaria che di una prospettiva credibile. La tecnica, infatti, non ha altro scopo che quello di realizzare tutto quanto è realizzabile; gli scienziati fanno ricerca per raggiungere traguardi sempre più avanzati; l’industria elabora e attua progetti unicamente finalizzati allo sfruttamento economico. Non ci si pone il problema se questo sia utile o nocivo per l’uomo e per l’ambiente. E si va avanti.


Allora, quale modello di sviluppo si dovrebbe proporre per correggere le aberrazioni della società contemporanea? Quale risposta razionale si può dare a questi interrogativi?


Partendo dal presupposto che la tecnica non può certamente essere eliminata, si dovrebbe individuare un metodo per guidarla, per disciplinarla. Secondo Hans Jonas se si vuole evitare che l’incremento esponenziale della tecnologia porti alla catastrofe ambientale è necessario disciplinare la tecnologia con la ragione morale; adottare un’etica della responsabilità nei confronti delle generazioni future: è solamente la ragione morale, l’etica che, applicata alla scienza, può salvare l’uomo e l’ambiente dai rischi di un progresso tecnologico dissennato. Un’etica laica, dunque. Ma quali sono le motivazioni sostanziali che possono indurre l’uomo ad applicare alla scienza e alla tecnica la ragione etica? E’ sufficiente la paura della catastrofe ambientale e il senso di responsabilità verso le generazioni future per un’inversione di rotta? Probabilmente no, a meno che la “ragione etica” non sia il frutto di un progetto pedagogico, di una “paidèia” che coinvolga tutte le componenti sociali, dalla famiglia alla scuola, dal mondo politico a quello produttivo.


Il valore aggiunto potrebbe essere dato da un profondo convincimento morale, dalla fede nel destino metafisico dell’uomo, e dunque della sua dipendenza da un Dio Creatore.


La risposta cristiana può venire dal recupero dei valori dello spirito, del significato della creazione divina e dei compiti assegnati all’uomo dalla Parola di Dio: “L’Eterno Iddio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse” (Genesi 2:15). La terra quindi non come proprietà assoluta dell’uomo, così che egli ne possa disporre in modo arbitrario e indiscriminato, bensì come “concessione in uso” con la responsabilità morale di “custodirla”. E non di distruggerla!


Romano Cavagna (L’autore è Prof. di Nefrologia Medica; è laureato in Filosofia e Teoria delle Scienze. L’articolo è tratto dal giornale Bibbia e Teologia, marzo 2006, mensile di studi biblici e di attualità)

Romano Cavagna

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