Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

La parabola: Il figlio ritrovato (Luca 15,11-32). Intreccio di allegoria e di parabola, il racconto di Gesù costituisce una vera perla, chiamato a ragione da alcuni “un piccolo vangelo nel vangelo”. È la terza delle “parabole della misericordia” raggruppate assieme da Luca, le cui prime due sono quelle della pecora smarrita e della dramma perduta. Tra gli elementi allegorici o simbolici vi è: a) il padre che raffigura Dio; b) il figlio prodigo che rappresenta il peccatore, e particolarmente gli agenti delle tasse, veri strozzini, dei quali si parla all’inizio del capitolo; c) il figlio maggiore simboleggia i farisei, che si ritengono giusti, meritevoli di premio e insofferenti dei peccatori. Tutti gli altri particolari rientrano nella cornice della parabola e non hanno necessariamente significati reconditi. L’insieme del racconto va raffigurato con la situazione spirituale degli ebrei (e dei cristiani in seguito). Anche il racconto di Gesù subisce l’influsso dell’intento dottrinale che il Maestro voleva presentare, per cui si spiegano in tal modo alcuni tratti non naturali. È alquanto strano che il padre, pur amando il figlio, non si opponga alla sua partenza; è strano che subito gli dia una parte di eredità. Se il padre non avesse lasciato partire il figlio, tutto sarebbe finito senza alcun significato recondito. L’intento pedagogico domina quindi la parabola.


1.Il figlio minore. Il patrimonio poteva, allora come oggi, essere diviso tra i figli prima della morte; tuttavia gli ebrei consigliavano di non spartire l’eredità prima della morte del genitore. Per legge, al maggiore spettavano i due terzi del patrimonio e al minore un terzo (Deuteronomio 21,15-17); ad ogni modo anche dopo la spartizione il padre continua ad amministrare il patrimonio del maggiore: è lui che decide il festino, che ordina ai servi di preparare il banchetto senza nemmeno avvertire il figlio primogenito, il quale anzi si lamenta di “non avere avuto nemmeno un capretto da mangiare con gli amici” (15, 29). La frase maligna del fratello, che irato dice al padre: “Costui ha consumato tutti i tuoi beni con le meretrici”, esprime assai bene il malanimo farisaico verso i peccatori. Dopo la spartizione, il figlio minore se ne andò in un “paese lontano”, vocabolo che nel Talmud indica la terra d’oltremare (Grecia, Italia), ma che nel vangelo può anche essere un luogo imprecisato. Più che il luogo dell’arrivo, è il momento del distacco dalla casa paterna che conta. Lontano dal padre subentra la degradazione più profonda: prodigalità, dissipazione del denaro, carestia, mandriano di porci, lavoro ignominioso per un ebreo, che non mangiava nemmeno la carne impura dei maiali (Levitico 11,7).  Il povero disgraziato doveva perfino contendere alle bestie che lui custodiva: “Egli amava empirsi il ventre di carrube (cibo dei porci), ma nessuno gliene dava” (15,16); in qualche versione della Bibbia si ha “ghiande”. Si tratta di un dato inverosimile; come non poteva nutrirsi di carrube un guardiano che le dava lui ai porci? Ma “nella parabola questo elemento artistico è uno dei più suggestivi effetti letterari”. Il figlio è giunto a un punto tale dal quale non poteva uscire se non con l’ammazzarsi o convertirsi. Allora il figlio, spinto dalla fame, brama tornare a casa: la carestia del luogo gli richiamava l’abbondanza della propria casa; il servizio dei porci, il nobile servizio dei servi di famiglia; il morso della fame gli ricordava il pane profumato e il cibo dei servi. Non si tratta di amore filiale, ma solo di interesse: meglio essere un servo del padrone, che morire di fame altrove. Il perdono viene chiesto perché mezzo insostituibile per ottenere il cibo. “Non sono più un figlio ma almeno sarò accolto nel gruppo dei servi”, pensa il poveretto. Ma se il figlio ha dimenticato (o meglio non pensa di meritare l’amore paterno), il padre no. Sta guardando (come certo altre volte) quando vede il figlio che spunta sulla via del ritorno. Nulla sapeva di lui, della sua triste condizione, ma se ne attendeva il ritorno. Lo vede “da lontano” e si commuove, mosso a pietà “gli corre incontro”, dimentico della propria dignità paterna, assai viva in Oriente. Sembra proprio un contrasto voluto con l’altezzosità boriosa e schizzinosa dei farisei verso il peccatore, proprio come farà poi il primogenito. Il padre non lascia nemmeno finire la frase, già pronta del figlio, che lo bacia e lo ribacia; ordina che gli si rechi l’abito festivo, come a un ospite di riguardo, che gli si doni l’anello al dito, simbolo di pieni poteri civili (cfr. Genesi 41,42), e si mettano i sandali ai piedi, caratteristica degli uomini liberi; poi fa organizzare un sontuoso banchetto in cui viene imbandito un pingue vitello mangiato a suon di musica e con danze. Per il padre una sola cosa conta: “Mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato” (15,24).


2.La reazione del figlio “per bene” (il figlio maggiore). Con una certa incongruenza e per fini psicologici, il primogenito non è stato messo al corrente del fatto. Verso sera egli rincasa dal suo duro lavoro giornaliero, e trova tutti in festa, mentre si avvicinava a casa “udì la musica e le danze”. Lui che era sempre stato di grande aiuto per l’andamento della fattoria: “Io ti faccio da schiavo per anni e non ho mai trasgredito un tuo comando” (15,29); lui, che si reputava un giusto, si adira e non vuole entrare, mostrando in tal modo di non possedere misericordia. Egli non ha saputo partecipare alla sofferenza e alle ansie del padre, preoccupato per la lontananza del figlio; è vissuto nella casa paterna più da schiavo che da figlio: “È da molti anni che ti faccio da schiavo” (15,29). Incapace di comprendere il valore di un pentimento, spezza i propri vincoli con il fratello pentito: “Questo tuo figlio ha dissipato ogni cosa con le meretrici” (15,30). Immagine del fariseo che crede di essere ligio a Dio, come un servo che si compiace nelle proprie azioni buone, ma che è del tutto incapace di comprendere lo sforzo di chi vuole sollevarsi dalla miseria in cui si trova. Qui riappare lo sforzo del padre per richiamare al primogenito la necessità della comprensione misericordiosa, la perenne gioia della sua vita, e la necessaria soddisfazione per il ritorno alla vita del fratello: “Tu stai sempre con me”, il che dovrebbe essere fonte di gioia, perché ciò che è del padre è anche del figlio; egli deve gioire perché un suo fratello, “questo tuo fratello”, che era morto è tornato alla vita e chi era stato perduto è stato ritrovato (15,32). Non un rimprovero per il passato del figlio allontanatosi, non un ricordo del male passato; esso è sparito “nell’abbraccio”, nel pentimento del colpevole e nel gaudio del ritrovamento. Ad esso deve partecipare anche il figlio maggiore. Tutto termina qui, non ne sappiamo il risultato; ma in questo invito del padre sta l’insegnamento finale della parabola.


3.L’insegnamento sull’agire di Dio. Con il suo aspetto fuori della norma (insolita), la parabola sottolinea che il comportamento divino è ben al di là del modo con cui usualmente agiscono gli uomini. Esso dimostra come la giustizia di Dio, vale a dire il rapporto tra il Padre del cielo e il figlio, sta ben al di là dei rapporti umani. Il figlio minore parte dall’ingiustizia più fragrante: appropriazione dei beni, allontanamento, dilapidazione della sua “fortuna” (i beni) in una vita dissipata, per arrivare alla giustificazione, frutto di un gratuito amore divino, tramite una riflessione sul suo stato di miseria, il riconoscimento del suo torto e la disposizione di passare allo stato di schiavitù.  Il primogenito, sicuro della sua giustizia (atteggiamento tipico dei farisei, come emerge dalla lettura dei vangeli), viene condotto a riconoscere l’illusorietà della sua giustificazione e la necessità di una conversione. Il padre (dapprima) giustifica il figlio colpevole, senza tenere conto dei suoi demeriti, mentre il primogenito, senza misconoscere i meriti del figlio, mostra che la giustizia è soprattutto amore e grazia.


4.La giustificazione di Dio. Riguarda il rapporto personale del figlio verso il padre. Umanamente parlando, secondo la giustizia degli uomini, il figlio “per bene” aveva ragione. Ma qui appare il capovolgimento operato da Gesù: egli sottrae i nostri rapporti con Dio dalla legge della stretta giustizia per collocarli su di un piano di amore e di perdono. Solo in questo modo gli uomini possono salvarsi, anche quelli che si ritengono giusti e invece sono parziali, egoisti e ingenerosi. Che anche il fratello maggiore sia stato cattivo appare dal fatto che non si è nemmeno accorto della “fortuna” (benedizione) di poter stare sempre con il padre. Per lui, la sua parte d’amore c’è sempre stata, senza che egli se ne accorgesse. Doveva invece gioire perché altri andati lontano hanno ritrovato la via e scoperto il volto dell’amore.  La parabola del figliol prodigo non ha, quindi, come primo scopo quello di annunziare la Buona Novella ai poveri, piuttosto di giustificarla di fronte a coloro che la criticano (scribi e farisei, 15,1). La giustificazione di Gesù è proprio quest’amore sconfinato di Dio. Gesù però non si limita all’apologia. La parabola si arresta bruscamente, l’esito rimane aperto (un finale aperto). Ed è qui che dovette rispecchiarsi la realtà che Gesù aveva davanti a sé. I suoi ascoltatori sono nella situazione del figlio maggiore che ora deve decidere se accettare la spiegazione datagli dal padre, e partecipare anche essi alla festa. Gesù non li condanna ancora, conserva una speranza e li vuole aiutare a vincere lo scandalo dell’Evangelo, a riconoscere che la loro “giustizia” e il loro egoismo li separa da Dio, affinché abbiano a trovare la grande gioia che l’Evangelo reca con sé (15,32). La difesa della Buona Novella si presenta contemporaneamente come un rimprovero e un tentativo di conquistare i cuori dei suoi avversari. La parabola è quindi provocatoria: con l’annuncio del perdono Dio invita tutti a riconoscersi peccatori, a non vantarsi delle loro pretese “giustizie” o meriti, ma a gettarsi nelle braccia del suo amore generoso e gratuito.


5.L’insegnamento perenne della parabola. Vari sono gli insegnamenti, i suggerimenti, della parabola. Primo: il problema della riconciliazione. Come il figlio più giovane andato lontano dal padre dissipa la sua eredità e cade nella miseria più profonda, così il peccatore, beneficato da Dio, quando si allontana da lui cade sotto la tirannia del peccato e delle passioni. Molta parte della società odierna ne è una dimostrazione evidente. Secondo: Dio ridona al peccatore pentito la perduta dignità di figlio (anello, veste, sandali) con tutti i privilegi che vi sono connessi e che con la colpa aveva perduto. Terzo: il perdono di Dio è senza limiti e senza rimpianti. Egli getta i peccati alle sue spalle e non se ne ricorda più (Isaia 43,25). Quarto: l’insegnamento principale della parabola si può ridurre al seguente parallelo. a) I due figli sono entrambi colpevoli davanti a Dio, sia perché rifiutano la sua legge e il suo amore, sia perché sfuggono il suo amore sotto la maschera della fedeltà alla sua legge. b) Il padre offre a entrambi la riconciliazione, accogliendo il figlio prodigo pentito, mostrando il suo amore per convertire i falsi giusti. c) Come il primogenito è dolcemente rimproverato per la sua assurda gelosia verso il fratello festeggiato, tornato a casa, così sono da rimproverarsi tutti coloro che, come gli scribi e i farisei del tempo di Gesù, contestano a Gesù la sua misericordia verso i peccatori. A tale misericordia deve essere partecipe anche il credente fedele al suo Signore.


Nota degli editori. Questa parabola de Il figlio ritrovato (Luca 15,11-32) è tratta dagli appunti scritti a mano di Fausto Salvoni (1907-1982) sulle parabole di Gesù. Le citazioni bibliche sono fatte da Salvoni secondo la traduzione del Nuovo Testamento edito dalla Lanterna, Genova 1972; a volte però i testi biblici sono citati in maniera libera, probabilmente tradotti dall’autore sul momento. Paolo Mirabelli ha corretto il testo, curato la revisione e articolato la parabola. La trascrizione dei testi, dal cartaceo al formato elettronico, è di Cesare Bruno. Roberto Borghini si è occupato della trasmissione del testo in formato word.

Fausto Salvoni

10 dicembre 2020

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).