Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

L’amministratore scaltro (Luca16,1-10). Parabola esclusiva di Luca che crea dei problemi delicati all’interprete e perplessità nel lettore disavveduto. Gesù non di rado prende lo spunto per il suo insegnamento da racconti popolari, come i demoni vaganti per il deserto; riferisce proverbi di sapore popolare, come quando raccomanda ai suoi d’essere astuti come serpenti e semplici come colombe (Matteo 10,16); oppure trae insegnamenti morali da momenti scandalosi della vita sociale di allora, come quando parla del giudice iniquo che finisce con il dare ragione ad una vedova insistente solo per togliersi tale noiosa seccatura (Luca 18,1-8). Qui Gesù racconta la storia scandalosa di un amministratore disonesto, non per suggerire un comportamento da ladro privo di coscienza, ma per spronare gli uditori a decidere prontamente nei momenti difficili della nostra esistenza cristiana, utilizzando le stesse ricchezze che si possiedono.


1.La parabola. Un grosso proprietario terriero ha affidato la sua amministrazione a un fattore che senza scrupoli abusa della propria posizione per attuare i suoi interessi, anziché quelli del padrone. In Oriente l’amministratore rappresentava in tutto il padrone: non lavorava, non sapeva che cosa significasse mietere o zappare. Era un’autorità stimata da tutti e che ognuno cercava di tenersi cara. Da lui dipendeva la prosperità dei coloni, dai quali poteva esigere il raccolto fino all’ultimo grano o indulgere benevolmente magari per proprio tornaconto. Da vero plenipotenziario faceva il bello e il brutto tempo. Usualmente il padrone si disinteressava del lavoro dell’amministratore, e lo lasciava fare, così costui poteva ritenersi sicuro di un avvenire felice, ma se era licenziato, si trovava sul lastrico. È il caso del fattore ricordato nella parabola. L’accusa viene da altri, “sento”, forse da altri conservi (cfr. Matteo 18,31), e il padrone vuole intentare una specie di processo a suo carico, per chiedere conto del suo operato (16,2). Il fattore, sentendosi perduto, scarta l’ipotesi del lavoro o dell’accattonaggio per tentare un’ennesima frode, in quel periodo intermedio nel quale, pur essendo allontanato dal suo ufficio, conserva tuttora i libri da trasmettere al suo successore. Egli ne approfittò per condonare 50 barili di olio (la metà del totale) e 20 misure di grano su cento (un quinto). In greco si ha per barile il bath (batos) e per misura il kor (koros), la loro capacità è stabilita dai metrologi in circa 36,5 litri per il bath e in circa 365 litri per il kor, equivalente a 10 bath. Si tratta quindi di condoni assai cospicui equivalendo più o meno a circa 36 ettolitri di olio prodotto da 146 olivi e a 364 ettolitri di frumento. Si tratta quindi di debiti assai rilevanti, i quali possono essere stati creati ad arte per meglio stimolare la fantasia dell’uditore, secondo un metodo caro agli orientali. L’abbuono (18 ettolitri di olio e 73 ettolitri di grano) è di valore quasi equivalente, pari a 500 giornate di lavoro (500 denari), perché l’olio è assai più caro del grano. Gesù dà ai singoli il loro titolo di debito: “Eccoti il tuo titolo di debito”, dice l’amministratore che li teneva in deposito, e ci fa scrivere sopra dallo stesso (perché la grafia riuscisse identica) l’abbuono, a meno che ne abbia fatto stendere uno nuovo, con la cifra pattuita. Lo stesso fece pure con gli altri debitori (16,5). (Questa nota di Salvoni sulle misure è presa quasi alla lettera da Le parabole di Gesù di Joachim Jeremias).


2.Le difficoltà della parabola. Mentre gli uditori si attendono il rimprovero per tale modo disonesto di agire, per cui al furto iniziale (16,1) ora si aggiunge il falso in atti pubblici, subentra un elogio: “…e il signore lodo quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza” (16,8). Colui che elogia l’amministratore è lo stesso Gesù che non di rado è chiamato da Luca “il Signore”, per casi simili (cfr. Luca 7,13; 18,6). Anche la terminologia posta sul labbro del Signore è più appropriata per Gesù che non per il padrone terreno. Solo lui poteva dire che “i figli di questo mondo”, ossia coloro che fermano il proprio sguardo agli interessi terreni, sono più scaltri dei “figli della luce” (16,8), ossia di quelle persone che sono discepoli di Gesù e che si comportano nella loro condotta secondo le sue direttive, infatti i discepoli sono chiamati a divenire “luce” per le persone del mondo con le loro opere buone (Matteo 5,14-16). Il padrone non poteva lodare il fattore infedele, perché non avrebbe dovuto conoscere quanto egli aveva compiuto a tu per tu con i debitori, interessati pur essi a tacere. Saremmo davanti a un particolare del tutto inverosimile. Il “signore” (kyrios) è il padrone del fattore ladro. Il termine kyrios è ambivalente e può essere usato tanto per Dio (specialmente nell’Antico Testamento), tanto per Gesù (Nuovo Testamento), quanto per un padrone terreno. Da esso non si può dedurre molto. Il verso 8 è richiesto per sapere come sarebbe andata a finire la situazione: “Rendi conto della tua amministrazione”, dice il padrone. L’amministratore cerca di cavarsela con un nuovo imbroglio. Che farà allora il padrone? Riuscirà l’economo nel suo intento? Il verso 8 ci mostra come egli vi sia riuscito. Le parole pronunciate dal padrone: “figli della luce” e “figli delle tenebre” (16,8) non hanno necessariamente un colorito cristiano. Le poteva pronunciare anche un ebreo, come fanno fede gli esseni che si chiamavano “figli della luce”, mentre ritenevano “figli delle tenebre” coloro che non appartenevano alla loro setta. Che il padrone abbia lodato il fattore pur chiamandolo “ingiusto” (disonesto), fa vedere che egli perdona e non intende perseguire legalmente il ladro, le cui imprese sono da lui conosciute. Anche il “prudente” non indica una virtù cristiana, ma solo prudenza umana. Inoltre al verso 9, che inizia con “anch’io vi dico”, mostra chiaramente che qui è Gesù stesso in prima persona a dare il suo giudizio sull’operato del fattore disonesto, mentre il versetto precedente, che è in terza persona, deve riferirsi a un’altra persona, vale a dire il proprietario dei campi. Il motivo dell’elogio all’economo dipende dal modo in cui egli seppe far tesoro di una situazione pericolosa per trarsi d’impaccio con un’azione tempestiva. Questo dev’essere stato il significato originale della parabola, come era nota alla chiesa primitiva. Gesù non propone qui un esempio da imitare, ma trae lo spunto dalla vita reale ingiusta per dare dei suggerimenti preziosi per la vita spirituale. Come l’amministratore con decisione, senza nemmeno giustificarsi di fronte al padrone sapendo di avere causa persa, a colpo sicuro si getta sull’unica soluzione possibile a un pari suo, dona parte del denaro del suo padrone per acquistarsi delle persone amiche ed ospitali, così il cristiano ad imitazione di quell’amministratore deve agire con fermezza (decisione nella crisi escatologica che lo attende). Un altro motivo che giustifica la frase del padrone è che vediamo in lui un esempio del perdono cristiano. Il padrone si rifiuta di compiere un atto punitivo nel riguardo del suo fattore “ingiusto”, anzi lo loda per la sua accortezza. Tale comportamento è strano, irragionevole e ingiusto secondo la comprensione umana, ma nella mentalità cristiana proprio quello che sembra ingiusto presenta una giustizia superiore. Gesù proibisce di giudicare (Luca 6,37), comanda al cristiano di pregare per i suoi nemici (6,28), di porgere l’altra guancia a chi ne percuote una (6,29), di dare anche la tunica a chi ti toglie il mantello, di non chiedere la restituzione di quello che ci è stato preso (6,30), di amare i nemici e di beneficare quelli che non potranno ripagarci (6,31-35), di usare misericordia come il Padre divino è misericordioso nei nostri riguardi (6,36). Ora tutto ciò è irragionevole alla mentalità umana; si dice spesso che una società umana non può essere costruita sul Vangelo. Gesù infatti ha superato tutte le tradizioni umane e tutti i concetti di giustizia di ogni società ordinata. I suoi suggerimenti sono “ingiusti” (secondo gli schemi delle società umane). Anche nella parabola attuale ci mostra un esempio di questa “ingiustizia umana”, nel padrone che loda colui che ha saputo derubarlo ed evita di condurlo in tribunale per ottenerne il risarcimento. Esempio di giustizia divina che è una ingiustizia umana.


3.L’uso delle ricchezze. Al verso 9 Gesù aggiunge la sua conclusione: “Io vi dico, fatevi amici per voi stessi con delle ricchezze ingiuste, affinché quando esse verranno a mancare, quelli vi accolgano nelle tende eterne”. Il “vi accolgano nelle tende eterne”, espressione tipicamente evangelica, assente dal resto della Bibbia e dalla letteratura rabbinica, si ispira alla festività ebraica delle Capanne, tutta improntata sulla letizia per il raccolto ottenuto, che si trascorreva gioiosamente sotto le tende. Essa era intesa come una prefigurazione della felicità messianica, come appare da un passo del profeta Zaccaria: “Allora fra tutte le genti che avranno combattuto Gerusalemme, i superstiti vi andranno ogni anno per adorare il re, il Signore degli eserciti, e per celebrare la solennità delle Capanne. Ma per tutte le stirpi della terra che non saliranno a celebrare la festa delle Capanne non vi sarà pioggia”. (14,16-21). Qui prefigurano il compimento messianico dopo la parusia (o presenza finale) del Cristo.


4.Il senso della parabola. La ricchezza è un bene affidato da Dio agli uomini, che quali suoi intendenti, devono amministrare bene in favore dei poveri. Dio solo ne è il padrone assoluto, la affida agli uomini che di conseguenza si devono ritenere suoi amministratori. Così si spiega sia la scelta dell’amministratore della parabola, sia il dono dei beni del suo padrone ai poveri debitori. Anche nell’Antico Testamento si constata una limitazione nel diritto di proprietà nella legislazione dell’anno sabatico (Esodo 23,11; Deuteronomio 15,1-10) e dell’anno giubilare (Levitico 25), anche se non appaia storicamente che tale ultima norma sia stata applicata di fatto. Ad ogni modo la legge è chiara. Con la distribuzione dei beni a favore dei poveri si instaura una specie di comunione spirituale, per cui i poveri diventano dei veri amici che daranno ai ricchi dei benefici spirituali in vista della felicità eterna. Si tratta di un’espressione inattesa che non si può affatto minimizzare. L’avere utilizzato in bene le ricchezze, che sono di ordine inferiore e in fondo “straniere all’uomo” (“esteriori all’uomo”), ci renderà atti a ricevere i grandi tesori dell’uomo, quali la vita eterna. È lo stesso concetto che appare nella scelta dei vescovi: chi è capace di svolgere bene le mansioni più umili della famiglia, può ricevere il compito di dirigere anche la chiesa di Dio (1Timoteo 3,2- 5.12; Tito 1,6).


Commento degli editori. Dove finisce la parabola e dove inizia il commento di Gesù? E ancora: i detti riportati nei versetti 10-13 appartengono al commento di Gesù alla parabola o sono detti di Gesù raccolti da Luca per offrire una interpretazione della parabola o collocati da Luca in questo contesto, uno di seguito all’altro, per semplice affinità di argomento? Negli appunti di Salvoni non c’è risposta a queste domande, e non si capisce perché fare una cesura al versetto 10. Per noi non fa molta differenza sapere se i versetti 10-13 sono il commento di Gesù alla parabola, o il commento di Luca alla parabola, o una nota redazionale di Luca in merito alle ricchezze: a noi interessa il testo nella sua interezza così come ci è pervenuto nel vangelo. Stando al testo di Luca, sembra che dopo aver raccontato la parabola (16,1-8) Gesù stesso ne dia l’interpretazione (16,9) e avverte con diversi detti sul corretto uso delle ricchezze (16,10-13): infatti al versetto 9 troviamo l’espressione tipica di Gesù “ed io vi dico” e soltanto nel versetto 14 c’è un cambiamento di soggetto, con l’intervento dei farisei che si fanno beffa di lui. Comunque, sia la parabola (16,1-8), sia l’applicazione (16,9), sia il commento o i detti che seguono dopo (16,10-13) ci dicono che i discepoli di Gesù devono essere avveduti, come l’amministratore scaltro, e fare un buon uso delle ricchezze in vista del loro futuro, insegnamento peraltro già espresso da Gesù in Luca 12,33.


Nota degli editori. Questa parabola de L’amministratore scaltro (Luca 16,1-10) è tratta dagli appunti scritti a mano di Fausto Salvoni (1907-1982) sulle parabole di Gesù. Le citazioni bibliche sono fatte da Salvoni secondo la traduzione del Nuovo Testamento edito dalla Lanterna, Genova 1972; a volte però i testi biblici sono citati in maniera libera, probabilmente tradotti sul momento dal testo greco. Le note e alcune piccole parti del testo sono di Paolo Mirabelli che ha corretto il testo, curato la revisione e articolato la parabola. La trascrizione dei testi, dal cartaceo al formato elettronico, è di Cesare Bruno e di Roberto Borghini, il quale si è occupato della trasmissione del testo in formato word.

Fausto Salvoni

14 novembre 2020

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).