Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Una voce si leva dalla folla e chiede a Gesù il suo arbitrato in una questione di eredità tra due fratelli. Da una parte ci sono dei beni da spartire cui i due fratelli sono legati, dall’altra c’è una fraternità che quei beni sembrano impedire. Due fratelli che non riescono più a comunicare, non riescono a parlarsi perché la questione ereditaria si è frapposta fra loro. Da quel silenzio, da quella fratellanza interrotta, si leva una voce che chiede a Gesù di risolvere il contenzioso. Gesù rifiuta quella mediazione, non intende fare da giudice e da spartitore; tuttavia espone un principio che illumina più di tanti discorsi: da dove proviene la vita dell’uomo, dal possesso o dalla relazione? La parabola che segue approfondisce questo principio e ci invita al discernimento.


Nella parabola Gesù censura il comportamento di un proprietario terriero non per il raccolto copioso dell’anno, bensì per la sua cupidigia. Non c’è nulla nel racconto che faccia pensare a maltrattamenti agli operai, nulla che indichi furto o disonestà. Eppure quest’uomo è definito “stolto” da Dio stesso, e la sua vita si chiude con una domanda che non lascia scampo: tutto quello che hai preparato di chi sarà? Non c’è bisogno di caricaturarlo per fare emergere la sua follia. Come distinguere allora la stoltezza dall’ingegno, giacché qui il ricco appare un uomo di successo?


“Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?”, si domanda il ricco stolto della parabola. E studia un piano, una strategia che gli consenta di non perdere nulla e assicurarsi beni per le annate successive. Il modo di ragionare dell’uomo ricco è per certi versi simile a quello di Giuseppe, figlio di Giacobbe, sovrintendente del faraone re d’Egitto. Durante i sette anni di abbondanza, Giuseppe fa costruire nuovi e più grandi magazzini dove riporre il quinto del grano prodotto, da utilizzare poi negli anni di carestia che seguiranno. Più che da economista, egli ragiona da economo preoccupato per i bisogni del popolo. Giuseppe vuole utilizzare al meglio le risorse prodotte durante le annate di raccolto abbondante per creare delle riserve e far fronte alle eventuali annate di magra. Nel caso del ricco stolto, invece, che non ha responsabilità verso l’insieme del paese, la sovrabbondanza di beni deve servire nelle sue intenzioni non a una sorta di previdenza sociale, ma a una sovrabbondanza di piaceri individuali. Atteggiamento questo che ben conosciamo nel nostro tempo in cui la ricchezza accumulata non proviene dalla fertilità dei campi, ma il più delle volte da speculazioni finanziarie, spregiudicate e ingiuste, senza alcun legame con l’economia reale.


Ma ora al ricco stolto, così abile nel calcolare profitti e guadagni, viene chiesto conto di una realtà dal valore incalcolabile: la sua stessa vita. La parabola non dice chi gli chiede conto, ma sappiamo che quando la Bibbia usa i verbi impersonali è Dio stesso a essere all’opera. L’espressione indica certo la morte, ma questo non significa che a quest’uomo ricco, ricco di autosufficienza e mancata condivisione, non sia chiesto conto della vita anche prima della morte. Gli viene chiesto conto di come ha “speso” la sua vita e i doni che in essa ha ricevuto, di cosa abbia fatto del prossimo, di chi ha invitato alla propria tavola, di chi ha coinvolto nei pensieri del suo cuore, di cosa abbia ritenuto arricchente per sé e di cosa abbia saputo condividere. Un’azione e un luogo sono decisivi per la vita in pienezza: rendere conto davanti a Dio.


L’uomo ricco della parabola di Gesù è solo e pensa e agisce come se gli altri non esistessero. Tutto è suo. La campagna è sua, suoi sono i raccolti e suoi i magazzini, gli attuali e quelli che costruirà, suo il grano e suoi i beni. Sono suoi, solo suoi anche il riposo, i cibi e le bevande, i divertimenti: tutto e suo e lo gestisce come meglio crede. Egli pensa solo a se stesso. Rivolge a se stesso quattro imperativi: riposati, mangia, bevi, godi/divertiti. C’è un crescendo in tre gradi successivi, fino al godimento totale della vita. Almeno così egli pensa. Nel suo soliloquio parla solo con se stesso di se stesso. Ragiona tra sé e sé, è a se stesso che parla, l’anima è solo l’appellativo retorico che dà al proprio ego. Niente moglie né figli, nessun collaboratore o amministratore, nessun interlocutore, nessun amico: ma che piacere potrà mai provare? Forse questa tragica solitudine è il prezzo pagato per accumulare ricchezze, ma ora si rivela una tale deformazione mentale da aver annullato gli altri da qualsiasi orizzonte. Di giorno si nasconde (la parola giorno non appare nel testo, nemmeno il termine luce) e la notte non dorme: pensa a come avere di più e mettere da parte. Ma è proprio in questo buio più totale della sua vita che arriva il precipizio: perde tutto in una notte.

Paolo Mirabelli

22 ottobre 2020

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).