Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Laval è una piccola borgata alpina che si trova in Val Troncea, sotto il Sestriere, in passato abitata dai valdesi. Nel cimitero di Laval si trova una scritta in francese che tradotta recita così: “Pregate per noi e pensate a voi. Il piacere di morire senza pena val bene la pena di vivere senza piacere”. La prima parte della scritta ci dice che non può trattarsi di un testo delle chiese riformate, perché i protestanti non conoscono il culto dei santi e le preghiere ai morti. È chiaro che si tratta della devozione cattolica. Infatti, a fare scrivere questa lapide, agli inizi del Novecento (nel 1904), è un parroco cattolico, dopo che una valanga travolge più di 80 minatori. La seconda parte della scritta risulta oggi scomoda persino alla teologia cattolica, perché fa della morte il vero tema dell’esistenza umana. Parla del piacere del morire e disprezza la bellezza della vita. La vita viene svuotata di piacere e si riduce a un ineluttabile appuntamento con la morte, un accompagnamento alla morte. A dire il vero, in passato non solo i cattolici, ma anche i riformati esaltano il giorno della morte quasi più della vita stessa. Giovanni Calvino parla del “caro, ultimo giorno”.


L’uomo di oggi, con una mentalità scientifica e tecnica, pensa secondo le categorie dell’esperienza e della causalità. Per lui la morte, come la nascita, è un fatto naturale: come accade che un bambino nasca, così pure accade che un uomo muoia. La morte è un fenomeno naturale che accade per uno strano incidente di percorso, un corto circuito che fa saltare l’intero processo della vita. La si può dilazionare con il progresso della medicina, ma rimane pur sempre qualcosa di inevitabile. Oggi il tema dell’aldilà e di ciò che succede dopo la morte non interessa più a nessuno, o quasi. L’uomo di oggi preferisce non pensare a questi temi, così angoscianti, come la morte o l’aldilà. L’interesse è per le cose della vita. Qualcuno se ne interessa quando comincia a perdere una persona cara o quando una grave malattia minaccia la sua vita e fa sentire la morte è vicina. Ma è ancora un interesse condizionato. La speranza generale è di prolungare il più possibile questa vita, così cara e amata, ma tanto minacciata dalla malattia e dalla morte. La pandemia dovuta al Covid-19, che in questo “tempo sospeso” stiamo vivendo, spaventa molto non solo per il gran numero dei contagiati, ma anche perché ci si è scoperti vulnerabili: non sempre c’è una medicina o un vaccino per tutto; ecco perché il rischio di morire è serio. La morte torna così a essere il limite dell’uomo, “la mosca che fa puzzare il profumiere”, l’incubo notturno, che toglie sapore al sonno e che guasta i nostri sogni. Socrate definisce la morte un “sonno senza sogni”. E una vita senza sogni, è una vita triste. Non sarebbe meglio interrogarsi sul suo significato, anziché vivere nella paura, magari incosciente, della morte e cercare in ogni modo di sfuggirla?


La consapevolezza del morire non deve togliere il gusto al vivere. Il cristiano è consapevole della bellezza della vita, del piacere di vivere, e al tempo stesso della sua precarietà. “La vita è bella”, è il titolo del film con il quale Roberto Benigni ha vinto l’Oscar. Che la vita sia bella è una esperienza che tutti facciamo. La vita è bella quando ti innamori, quando passeggi in autunno o nel risveglio della primavera. La vita è bella nonostante le difficoltà, le delusioni, le amarezze, le sofferenze, le malattie. In ogni forma di vita c’è qualcosa di miracoloso e di infinitamente bello: in un fiore che sboccia, in una farfalla che vola, in un bambino che nasce. L’intero creato è un inno alla vita, anche se sappiamo che un giorno quel fiore appassirà, la farfalla sparirà nel nulla e il bambino diventato vecchio morirà. Il confronto con la morte e il suo significato, dunque, non va fatto diminuendo il valore della vita, piuttosto enfatizzando la bellezza e il piacere della vita. La gente deve rendersi conto che cosa perde, se perde la vita. La morte è la peggior cosa che possa capitare. La morte è una maledizione, una disgrazia, è qualcosa che non appartiene al Dio della vita. Senza Gesù, la vita è un fallimento. Senza Gesù, la morte è una disgrazia, è un dramma. La morte è maledettamente brutta. Quando l’apostolo Paolo parla della morte in termini di “guadagno” (Filippesi 1,21-23), lo fa perché sa che con la morte sarebbe “partito” per stare con il Signore. I termini “guadagno” e “migliore” sono riempiti di significato dalla frase “essere con Cristo”.  È l’essere con Cristo che è meglio, non il morire in sé; e la morte non fa altro che procurare all’apostolo la condizione di trovarsi con il Signore. La morte non è preferibile alla vita. Gesù stesso è venuto per dare la vita in abbondanza alle persone (Giovanni 10,10), non la morte.

Paolo Mirabelli

08 ottobre 2020

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).