Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Pregare è oggi tornato di modo tra i cristiani e nelle chiese, a motivo del coronavirus (Covid 19). Ma è innegabile che prima di questa pandemia ci sia stato un rilassamento: era un dato di fatto che si riscontrava in molte comunità. E i motivi sono molteplici, ma possono essere riassunti in tre. Il primo è legato all’attesa della parusia e risponde alla domanda: come durare, come mantenere la fede e la perseveranza nella preghiera nel tempo che passa, nel tempo che rimane fino alla venuta del Signore? Il passare del tempo è la grande prova della fede e della preghiera. Il secondo invece va ricercato nei fenomeni di “mondanizzazione” delle chiese, cioè le chiese che subiscono il fascino del mondo. Diverse chiese cercano motivi del loro esistere non più nelle forme e nello spirito del Vangelo, ma sono troppo attente agli schemi del nostro tempo: anziché evangelizzare il mondo, si secolarizzano le chiese; invece di portare il Vangelo nelle culture, si incultura il Vangelo. E così abbiamo chiese sempre più simili alle associazioni e ai modelli aziendali del mondo, nelle quali però la fede e la preghiera sono relegate ai margini, mentre sostenere e incoraggiare la fede  e la preghiera è compito primario della chiesa. Il terzo motivo, legato al precedente, ha a che fare con il peccato: il Vangelo ci invita a essere chiese che hanno le porte aperte verso tutte le persone, ma le porte devono restare chiuse, sbarrate con le inferriate, al peccato.


Dopo questa breve digressione, entriamo ora in tema sulla relazione che intercorre tra la preghiera e la fede. Che ci sia una relazione tra la preghiera e la fede è del tutto evidente. Prega chi ha fede, e la fede cresce e si alimenta con la preghiera. Sono numerosi i testi biblici che ne parlano, ma in questo articolo ci soffermiamo soltanto sulla parabola di Luca 18,1-8. Gesù racconta di una vedova che con insistenza va da un giudice iniquo a chiedere giustizia. Il giudice però non pensa minimamente di accogliere la richiesta della donna: il suo soliloquio svela i suoi sentimenti e le sue vere intenzioni. Alla fine però decide di esaudirla, non per un senso di giustizia, ma perché l’insistenza della donna gli dà noia, lo infastidisce. Una vedova, persona fragile e indifesa, sta di fronte a un giudice iniquo e lo vince, nel senso che ottiene ciò che chiede con la sua ostinazione e tenacia. Così dice Gesù nel racconto. E allora l’insegnamento fondamentale della parabola è questo: i discepoli devono pregare sempre, e non devono scoraggiarsi se l’esaudimento delle loro preghiere si fa attendere. Il vocabolo (o avverbio) sempre significa che, nonostante ciò che passa nella mente e nel cuore del cristiano, non bisogna stancarsi mai di pregare, non bisogna smettere di pregare, non bisogna mai dubitare della forza e della potenza della preghiera.


Il racconto si conclude in modo insolito, con Gesù che pone una domanda: “Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” (18,8). E qui che diventa evidente il tema della fede. È come se Gesù dicesse ai discepoli: Dov’è la vostra fede? Un’affermazione questa apparentemente non collegata al racconto della parabola. E invece il tema della fede è posto da Gesù a conclusione dell’insegnamento sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai, perché è la fede che porta a perseverare nella preghiera. Un aspetto della difficoltà della preghiera, secondo questa parabola, è il suo divenire quotidiana, il suo essere perseverante, il suo non venire meno. Bisogna pregare di continuo, come la vedova che chiede giustizia con insistenza. La preoccupazione di insistere sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi, senza tralasciare mai, è rivelatrice della situazione di quei discepoli e di quelle comunità in cui è ormai presente il fenomeno del rilassamento spirituale. Ma la parabola di Gesù avverte che abbandonare la preghiera è sintomo di una crisi della fede. Chi ha fede prega con perseveranza e sa attendere la risposta di Dio.


La preghiera insistente fa della vita di fede una relazione quotidiana con il Signore. La fatica di perseverare nella preghiera è la fatica di dare del tempo alla preghiera. La preghiera comporta pure un confronto con il fare della vita: spesso ci rilassiamo nel pregare perché pensiamo che pregando non facciamo nulla di veramente produttivo. Ma pregare significa dare la nostra vita al Signore, affinché egli operi in noi e faccia delle cose tramite noi. Preghiera e fede stanno in un rapporto inscindibile. Se noi preghiamo è perché la nostra fede è viva, ma è anche vero che la nostra fede cresce e si ravviva ogni giorno grazie alla preghiera quotidiana e perseverante. Possiamo allora concludere dicendo che chi prega ha fede e chi ha fede prega.

Paolo Mirabelli

10 aprile 2020

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).