Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il titolo di quest’articolo è tratto da Ezechiele 37,11. Sono le parole della casa d’Israele che Dio riferisce al profeta, figlio d’uomo. “Ecco, essi dicono: le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti” (37,11). Il capitolo 37, ben noto ai lettori della Bibbia, ha una struttura assai semplice: la visione delle ossa secche nella valle, che si trasforma in parabola e insegnamento, è la risposta del Signore al lamento del popolo, che dispera per la situazione assai difficile che sta vivendo in esilio. Nella visione risuona per otto volte la parola ossa e per otto volte la parola spirito. Sono i due elementi di contrasto che evidenziano un dinamismo. L’uomo non è ancora polvere ma si sente ormai terra. La parola di Dio dà inizio al congiungersi delle ossa, al crescere della carne, al tendersi della pelle, finché alla fine tutto converge nell’atto armonioso del mettersi in piedi. Il soffio dello Spirito di Dio ridona la vita, come nel principio della creazione. E prima di passare a un nuovo oracolo, il profeta è chiamato a pronunciare, attraverso la ben nota formula dell’inviato, ancora la parola di Dio: “Così parla il Signore: Ecco, io aprirò le vostre tombe, vi tirerò fuori dalle vostre tombe; metterò in voi il mio Spirito, e voi tornerete in vita” (37,12-14). Tombe, morte, vita: eppure le persone alle quali questo oracolo è rivolto non sono morte fisicamente. Ed è questo l’elemento che ci permette di collegare la situazione descritta dal testo biblico con quanto stiamo vivendo noi oggi a motivo del coronavirus. Non sono solo le bare dei morti (portati via dai camion militari dai cimiteri della Lombardia per essere cremati altrove, perché le agenzie funebri non riescono a fare tutti i funerali e i cimiteri sono insufficienti a contenere tanti morti in così poco tempo), a toccare i nostri cuori, ma anche il lamento di tante persone che ancora soffrono per una situazione che appare disperata e senza fine. La disperazione corrode le radici dell’esistenza umana e uccide la persona dentro, togliendo il gusto e la gioia di vivere. C’è bisogno di una parola di Dio che rechi conforto e faccia vedere la luce e la speranza oltre il tunnel. In questa valle piena di ossa, dove molte persone non ancora morte vivono tra i morti, la visione data di Ezechiele reca conforto e vita.   


La morte nella quale giacciono i figli d’Israele è la situazione di esilio che vivono a Babilonia, da cui essi risorgeranno, ritornando in terra d’Israele. E questo appare come evento che caratterizza il credente che, lasciandosi guidare dallo Spirito di Dio, passa da una vita che muore alla vita che vive in Cristo Gesù; a una vita dove fluisce sempre più vita, fino a diventare “vita esuberante”. La morte appare anche come evento personale e corporeo che conduce a uscire fuori dalla tomba all’udire la parola di Dio. Questo dato ci permette di parlare di due o addirittura di tre dimensioni della morte: quella fisica, quella spirituale e la morte che possiamo chiamare simbolica. Quest’ultima è la morte che sperimenta il popolo deportato, descritto da Ezechiele, ma è anche la morte che ai nostri giorni colpisce coloro ai quali è tolta la speranza. La nostra situazione non è meno drammatica e reale di quella degli esiliati. Le parole di sconforto del popolo deportato, riferite da Dio al profeta Ezechiele, si sommano alla voce di quanti oggi gridano con dolore la loro disperazione: “La nostra speranza è svanita, siamo perduti”. Non si vede ancora la fine di un incubo. Si vive come sospesi, sapendo cosa è accaduto ieri (ogni sera si attende con ansia di conoscere dalla protezione civile i numeri dei morti e dei contagiati), ma si ignora del tutto cosa accadrà domani: nessuno, nemmeno i medici si fanno previsioni. L’unica certezza oggi è che dobbiamo fermarci e stare a casa: ogni giorno siamo privati di qualcosa (la vita viene prima di tutto); non c’è spazio nemmeno per una passeggiata nei campi pieni di fiori primaverili. Quando cessa la speranza, anche il futuro svanisce, e l’oggi diventa un tempo di confusione, di contagio, di sofferenza.


Le storie della Bibbia sono scritte non solo per essere lette, ma anche per essere rivissute, e per dirci che nessuno e niente può uccidere la speranza. Le storie della Bibbia sono scritte per dirci che c’è la risurrezione del corpo, nell’ultimo giorno”, a meno che Dio non stenda la sua mano potente, che c’è la risurrezione spirituale, con la conversione a Cristo, e che c’è la risurrezione del cuore e della vita ormai spenta. È un tempo difficile quello che stiamo vivendo: un tempo che non è né momentaneo né definitivo. Dobbiamo ogni giorno alimentare con la parola di Dio la nostra fede e credere che il Signore aprirà le nostre tombe, ci tirerà fuori dai sepolcri e metterà in noi il suo Spirito, e noi torneremo a vivere: ci abbracceremo nuovamente e salteremo ancora di gioia.

Paolo Mirabelli

25 marzo 2020

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).