Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il racconto si trova nel libro degli Atti degli Apostoli, al capitolo otto, nella seconda parte. Un dato storico, certamente, ma anche un racconto esemplare; un racconto paradigmatico della missione della chiesa di tutti i tempi, dove è possibile trovare o scoprire metodi e strategie. Filippo è uno dei sette inservienti, scelti dagli apostoli per servire alle mense. Un cameriere? Certo, suona come una provocazione, ma non è del tutto sbagliato pensare che uno dei primi missionari sia un cameriere: chi meglio di colui che serve il pane può servire la Parola? Solitamente noi chiamiamo i sette col titolo di “diaconi”. Eppure nel testo biblico non compare tale appellativo: c’è il verbo diakoneo ma non il sostantivo diakonos. Forse, è vero, i sette sono (almeno in fase embrionale) anche diaconi nel senso tecnico che diamo noi oggi al termine, per capirci: un ufficio nella chiesa, come quello che emerge dalle Lettere Pastorali (Timoteo e Tito). Perché allora tanta disquisizione? Non certo per vena polemica, bensì per amore della verità; per ribadire il corretto insegnamento biblico, contro le distorsioni dottrinali ed ecclesiali. Ben presto nella chiesa subentrerà la tesi che “senza il vescovo non si faccia nulla”, oggi: “Senza i presbiteri e i diaconi non si faccia nulla”. Senza di loro non si può annunciare l’Evangelo e costituire delle comunità. Si arriva persino a dire che senza il clero non c’è chiesa. E allora, ecco perché ci piace dire (senza fare violenza al testo sacro) che Filippo sia un “cameriere” che annuncia l’Evangelo.


Luca, autore del libro degli Atti degli Apostoli, ci presenta Filippo come uno degli inservienti alle mense (cibo) nella chiesa di Gerusalemme, ma ben presto ne descrive la sua attività missionaria: lo ritroviamo in Samaria intento alla predicazione, alla preghiera e alla guarigione nel nome di Gesù. È lo Spirito Santo che lo chiama e lo invia. Non è una sua iniziativa: la missione, quella vera, è opera di Dio. Sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza c’è un pellegrino etiope, un timorato di Dio che sta tornando da Gerusalemme, dove si è recato per adorare il Signore. È un personaggio importante e riguardevole, uno che sa leggere e scrivere, un uomo di corte, un ministro (nel senso politico del termine), uno che gestiva il bilancio del suo regno, eppure non era corrotto e non portava i capitali nelle banche svizzere. Egli ha in mano un rotolo delle Sacre Scritture, una copia del libro del profeta Isaia, e le legge ad alta voce, come era uso fare in quel tempo, ma non capisce quello che legge: non sa chi sia colui che è stato menato allo scannatoio come una pecora, come un agnello muto dinnanzi a chi lo tosa. Dirà Paolo, l’apostolo che molto ha studiato ai piedi di Gamaliele: “Nessuno può dire che Gesù è il Signore, se non per lo Spirito di Dio”. Non basta aver studiato, o avere una laurea in teologia e filosofia per intendere le Scritture: è necessari che Gesù apra la mente e tocchi i cuori.


Mentre il viandante è in cammino, lo Spirito Santo ordina a Filippo di raggiungere quell’uomo e di “salire sul carro”. I verbi che emergono durante il cammino di quell’uomo sono: ritornare e leggere. Il cammino di Filippo invece è segnato da tre verbi: partire, ascoltare, annunciare. Ed ecco una bella notizia di questo brano: dobbiamo rimanere sulle strade e aiutare le persone a capire i brani della Scrittura che stanno leggendo, aiutare a dare un senso a chi è alla ricerca di senso. La via è luogo fisico e simbolico dell’incontro con gli altri. Non è un caso che negli Atti degli Apostoli uno dei nomi dato ai primi cristiani è: “Quelli che seguono la nuova via”. Poiché Gesù è la via, non sorprende che i suoi discepoli siano identificati in questo modo. Stare sulle strade non è sempre facile. La strada spesso è “deserta” o è “troppo affollata e rumorosa”. E i percorsi di vita non sono sempre lineari: il più delle volte ci si imbatte in storie complicate e scandalose, ma non bisogna mollare, poiché lo Spirito è potente e capace di riordinare ogni cosa.


“Alzati e vai”, dice lo Spirito Santo a Filippo. Alzati (anistemi, ana-histemi) è un verbo che indica la posizione dello stare in piedi, non seduti o sdraiati. È uno dei verbi che nel Nuovo Testamento indica la risurrezione. Alzarsi e andare significa mettersi in movimento, entrare nel movimento dello Spirito; significa uscire fuori dal congelamento in cui spesso ci troviamo; significa intercettare il movimento e il cammino degli uomini sulla strada che stanno percorrendo. Non sono le persone che verranno da noi, siamo noi che dobbiamo andare da loro; siamo noi che dobbiamo incontrarle sul loro cammino, e con la Scrittura gli annunzieremo Gesù.

Paolo Mirabelli

13 febbraio 2020

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).