Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Da millenni gli animali ripetono sempre gli stessi versi. Il cane abbaia. Il gatto miagola. L’uomo invece parla. Si esprime con la voce, con i gesti, con gli atteggiamenti del viso, con il rossore in faccia, con il pianto e il riso. L’uomo parla. Ed è la parola che ha permesso all’uomo di avere e di scrivere una storia. La parola oltrepassa i limiti del tempo e dello spazio. I libri sono parole scritte. I messaggi sono testi scritti e audio registrati. La parola o il linguaggio rende l’uomo profondamente diverso dagli animali. La lingua è certamente lo strumento più nobile che l’uomo possegga. Le parole sono lo specchio del suo essere. Oggi più che mai. I cristiani poi credono nella “Parola fatta carne”. Parola che ha parole di vita eterna per noi. Parola che pronuncia parole che sono spirito e vita. I cristiani predicano la Parola, annunciano la Parola, ricevono la Parola, sono santificati dalla Parola, guastano la Parola, sono perseguitati a motivo della Parola. Tra le immagini dell’Apocalisse c’è pure quella del Cristo vittorioso e trionfante, il cui nome è “la Parola di Dio” (19,13). Se la parola distingue l’uomo dall’animale, la Parola è ciò che rende chi crede un figlio di Dio. E le parole dei figli di Dio, non solo le opere o l’esempio di vita, esprimono la sua fede e che cosa egli ha nel cuore. Da qui scaturisce l’importanza del linguaggio che il cristiano usa. Secondo Gesù, le parole che si usano non sono affatto insignificanti, poiché sono l’espressione del cuore dell’uomo, motivo per cui le parole oziose sono oggetto di giudizio e condanna (Matteo 12,36-37).


La nostra comunicazione è sempre più appesantita dal selvaggio dilagare di parole volgari, vocaboli scurrili e violenti. Il registro linguistico con gli anni si è sempre più abbassato e inzeppato di termini anatomici inopportuni e impertinenti. La comunicazione verbale è lontana dall’essere nobile, attenta al vocabolario. Una disordinata e immonda compagine di parole sconvenienti e volgari costituisce ormai il linguaggio usato con maggior facilità dalla maggioranza. Il parlare sboccato è diventato la regola persino tra genitori e figli, il modo normale di parlare dei genitori di fronte ai figli e dei figli al cospetto dei genitori. Si è creato nella comunicazione un vero e proprio dizionario delle volgarità e degli insulti. L’abitudine alle parole scollacciate e immorali raggiunge punte impensate. Il parlare della strada rispecchia un modo di essere sbragato. E l’unica reazione della gente, ormai rassegnata, è scuotere il capo o far finta di non aver sentito. E chi potrebbe poi educare a un linguaggio corretto, rinuncia a ogni sforzo perché pensa che sia tutto inutile. C’è un’ansia e frustrazione che si sfogano in un’arroganza incontenibile, in un’aggressività che fa paura. Non solo negli stadi di calcio, nei luoghi di ritrovo o per strada, ma ovunque. Si è ormai perso il piacere del dialogo, della dialettica. All’incontro si sostituisce lo scontro verbale. Non si vede l’ora di dare libero sfogo a espressioni violenti, sintomo forse di sentimenti repressi e ricerca d’identità smarrita. È la cultura di chi si esercita nell’insolenza, nella violenza, nei fragori verbali. La ricerca della parolaccia viene poi propinata dal cattivo esempio dei talk-show e di chi dovrebbero stare attento alle parole.


Le ragioni di questo imbarbarimento del linguaggio sono molte e note. Una prima causa va ricercata nella volontà di dimostrare forza e spregiudicatezza. Alle parole volgari, al linguaggio violento, al gergo di caserma, si ricorre quando si vuole dare l’impressione di essere duri, quando si vuole fare esibizionismo di sé, quando si vuole piacere agli altri e appartenere ad un gruppo. Si pensa che il turpiloquio e la scurrilità siano biglietto da visita. Un’altra causa va ricercata nel diffuso bisogno di affermazione di sé nei confronti degli altri. C’è la paura di perdere la propria identità, di appartenere a un mondo ormai superato. Il parlare violento e volgare dà un senso di libertà, fa credere di essere anticonformisti. Si pensa così di essere più incisivi e convincenti, in realtà si è consumatori di un linguaggio inflazionato. L’uso di termini sboccati significa far parte di un gruppo e confondersi in esso. Lo si fa perché lo fanno tutti. Lo si fa perché lo fanno gli amici. Non c’è più la ricerca della parola pensata, ma si usa quella che gli altri si aspettano di sentire.


Che cosa possiamo fare come cristiani? Educarci a parlare, a usare il linguaggio dell’amore e della verità, fatto di parole spirituali per cose spirituali, come ci insegna l’apostolo Paolo. Nessuna mala parola esca dalla vostra bocca, ma se ne avete alcuna buona che edifichi, secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’ascolta. Spesso dietro un linguaggio violento o un parlare volgare c’è una richiesta di ascolto, di comprensione, d’aiuto; c’è una richiesta di conversione.

Paolo Mirabelli

26 agosto 2019

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).