Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

La parabola: L’amico importuno (Luca 11,5-8). Il brano, che almeno in parte si legge solo in Luca, corrisponde all’intento lucano di porre in rilievo l’importanza e l’utilità della preghiera. Segue, infatti, il Padre nostro e precede l’affermazione che Dio è infinitamente più buono di ogni padre terreno. Una persona, pur non avendo cibo da offrire a un ospite, lo accoglie ugualmente in casa propria, perché l’ospitalità era sacra per gli antichi orientali. Di conseguenza si rivolge a un amico per chiedergli tre pagnotte da presentare all’ospite. Ancora oggi il pane, simile a quello del tempo di Cristo, è costituito da una pagnotta rotonda larga circa venti centimetri e alta due. Con tale pane spezzato si prendevano dal piatto fagioli, riso, carne e altri cibi per portarli alla bocca. Il pane si cuoceva ogni giorno, e lo si cuoceva in casa o al forno del villaggio. Per onorare il villaggio gli si doveva dare più di quello che poteva mangiare, vale a dire più di una o al massimo due pagnotte che potevano essere usate dall’ospite. Doveva restarne un poco per vedere come l’ospite era gradito e onorato. Il pane ancor oggi deve essere presentato intero e non rotto. Siccome l’ospitante non ha pane si rivolge al vicino, del quale si sottolinea la difficoltà per venire incontro alla richiesta. Il villaggio cadeva presto nel sonno e la numerosa famiglia si coricava in una sola stanza, dopo avere assicurato la porta dall’interno con una spranga. Ognuno si adagiava nell’angolo della cameretta che trovava libero sopra giacigli improvvisati. Perché uno potesse alzarsi, doveva svegliare tutti gli addormentati altrimenti non poteva camminare, né accendere il lume, né cercare le focacce, né aprire la porta. L’amico importuno ben conosceva tali difficoltà, ma per il fatto che chiede lo stesso i tre pani, mostra la fiducia che aveva nella bontà generosa dell’amico. Gesù osserva che se egli non si fosse alzato perché la richiesta veniva da un amico lo avrebbe fatto per “anaideia”: di solito lo si traduce con la “faccia tosta”, la sfrontatezza dell’amico che pur sapendo i suoi problemi gli andava ugualmente chiedendo del pane. Ma il vocabolo greco può riferirsi non solo al richiedente, ma anche all’interpellato. Anzitutto “anaideia” non significa “persistenza” ma “mancanza di vergogna”, di solito si applica al richiedente, ma si può meglio riferire al vicino al quale l’ospitante si rivolge. Il versetto 8 è così abbondante di pronomi che “anaideia” può riferirsi tanto all’uno come all’altro delle due persone. “Io vi dico che se egli non vuole alzarsi o dargli qualcosa perché egli è suo vicino e amico, tuttavia per la sua mancanza di vergogna si alzerà e gli darà ciò che egli ha di bisogno”. Se si applica la mancanza di vergogna all’amico, allora la situazione cambia. Il vicino anche se non dà al richiedente il pane perché gli è amico, glielo dà perché egli vuole essere senza vergogna di fronte agli altri. Qui la parabola s’innesta nell’importanza di non avere una qualche macchia vergognosa di fronte agli altri membri del villaggio. Secondo l’uso del tempo, l’ospite non è solo ospite di una famiglia ma di tutto il villaggio, per cui agire male con lui è rendersi disonorati verso tutti. Un villaggio palestinese per un po’ di anni mantenne una stanza per ospiti, che ogni famiglia poteva usare in caso di bisogno e che a turno era tenuta pulita dalle donne del villaggio.


L’ospitalità e l’onore in Oriente. “È preferibile la morte all’essere disonorati di fronte al villaggio”. Vi è una storiella araba della rana e dello scorpione: questo vuole attraversare un fiume e chiede l’aiuto di una rana, la quale accetta pensando che se lo scorpione dovesse pungerla anche lui sarebbe morto annegato con essa. Lo scorpione vi si pone sopra, ma in mezzo al fiume la punge. Alla domanda della rana che le chiede il perché e gli dice che sarebbe morto anche lui, lo scorpione risponde: “L’ho fatto per l’onore della mia famiglia!”. A Gaza una giovane ragazza fu colpita a morte dal fratello con una fucilata, nell’uscire da un ospedale. Si era sospettato una sua relazione e si era pensato che fosse andata alla clinica per avere la prova d’essere incinta. Era meglio ucciderla che essere disonorati in famiglia. Tutto ciò contribuisce a spiegare il perché il vicino della parabola pensò essere meglio fare la fatica, dare il pane (un’altra volta poteva lui avere bisogno), piuttosto che portare la macchia del disonore su di sé di fronte al villaggio.


Il significato della parabola. L’insegnamento della parabola dunque è: Dio è un amico, comportati con lui come ci si comporta con i veri amici, con i quali si può osare tutto. Dio ci è talmente amico che si può importunare e che, comunque, certamente ci ascolta. Non appare nemmeno che il richiedente abbia ripetuto una seconda volta la sua domanda. Essa vuole suscitare la certezza nell’esaudimento. Molti insistono nella perseveranza, ma il vicino, anche se non dà ascolto alla richiesta perché chi chiede gli è amico, lo ascolta per rimanere privo di vergogna di fronte alla comunità. Se così è l’uomo, tanto più lo sarà Dio che ama i suoi più di ogni amico terreno. Quindi non vi è nulla d’impossibile che non possa essere richiesta a Dio in preghiera, che qui è intesa come semplice richiesta di doni (petizione) ben inferiore a quella di lode e alla meditazione. Eppure è proprio questa preghiera, che mostrandoci la nostra indigenza, ci tiene umili di fronte a Dio, mentre quella di lode può anche trasformarsi in un inno al proprio orgoglio, come avvenne al fariseo che se ne gloriava e si presumeva più degno del peccatore ravveduto (il pubblicano), il quale umilmente pregava accanto a lui (Parabola del fariseo e del pubblicano, Luca 18,9-14). Costui chiede perdono a Dio, quello lo loda per i doni ricevuti, ma il secondo torna a casa giustificato a differenza del primo perché si riteneva qualcosa di superiore al peccatore comune. Non ne viene che ogni preghiera sarà ascoltata; ciò non si avvera per le preghiere fatte con orgoglio (cf. Giacomo 4,2-3) ma per quelle che si riferiscono al pane quotidiano, di cui si ha necessità.


Commento degli editori. Questa breve parabola riportata solo da Luca rispecchia il modo di vivere o le condizioni di vita dei villaggi di quel tempo. Non vi erano negozi di generi alimentari, dove acquistare il pane, e le donne ogni giorno cuocevano il pane per la famiglia. Chiedere del pane in prestito a un vicino di casa è un fatto del tutto normale ancora oggi in certi paesini di campagna, dove non vige solo l’economia di mercato. Che un ospite arrivi intorno a mezzanotte non è un tratto irreale: soprattutto nei paesi caldi i viaggi avvenivano la sera tardi o di notte. L’ospitalità era un dovere e un onore. Per gli ebrei poi, i precetti della legge e le storie di Abramo e di Giobbe invitano a dare accoglienza all’ospite, che potrebbe anche essere un inviato di Dio. Non avendo pane in casa, quando gli giunge l’amico inaspettato, l’uomo della parabola si rivolge nottetempo al suo vicino di casa. L’amico, vicino di casa, che alla fine presta ciò che gli viene richiesto, non lo fa per un motivo nobile, non agisce per amicizia, piuttosto è mosso a prestare per l’insistenza che gli viene fatta e per liberarsi da quell’importuno. Il vocabolo greco  “anaideia”, usato solo qui (hapax legomenon),  significa sfrontatezza, impertinenza. Fin qui la parabola, ora l’applicazione. La parabola (11,5-8), che segue il Padre nostro (11,1-4) nel racconto lucano, è un invito alla preghiera, tema caro all’opera lucana: il terzo vangelo e gli Atti degli Apostoli. L’accento viene posto non tanto o non solo sulla necessità di pregare con perseveranza, quanto sulla convinzione che Dio risponde alle preghiere. L’insistenza nella preghiera non serve a svegliare Dio, che potrebbe apparire riluttante a rispondere, ma dice quanto noi teniamo alle cose che chiediamo. La parabola vuole incoraggiare l’orante a chiedere con fiducia, sapendo che Dio risponde, nei suoi tempi e nei suoi modi, per il nostro bene. Dio non è così, non è come l’uomo della parabola che si sente infastidito: il Signore è pronto ad aprire a chi picchia e a dare a chi chiede. Nel testo greco i versetti 5-7 sono espressi nella forma interrogativa: si tratta di una domanda molto lunga con diverse frasi collegate assieme, secondo la struttura linguistica semitica. Il “chi di voi” iniziale introduce una domanda che attende una risposta negativa. La risposta a questa domanda, come emerge dal Nuovo Testamento, sarebbe: “Nessuno!”, ovvero, “nessuno negherebbe il pane in prestito a un amico; non si fa così tra di noi; sarebbe come perdere la faccia ed essere disonorato da tutti”. Stabilito questo fatto, la parabola procede a minore ad maius (dal minore al maggiore). Se un amico, che è già a letto con la sua famiglia e non vuole certo essere disturbato e infastidito, risponde a chi picchia alla sua porta per chiedere del pane, quanto più Dio risponde alle richieste insistenti dei suoi figli. Se quella richiesta di pane ottiene esaudimento, onde evitare di essere importunati e molestati, quanto più le preghiere dei cristiani sono ascoltate da Dio. La conclusione della parabola è allora evidente: Dio certamente esaudisce le preghiere fatte con fede. Il contesto e il seguito del racconto (11,9-13) confermano questa conclusione e mostrano con altri esempi come Dio si prende cura dei suoi e agisce da padre amorevole verso le richieste dei figli.


Nota degli editori. Questa parabola de L’amico importuno (Luca 11,5-8) è tratta dagli appunti scritti a mano, con penne di diverso colore, di Fausto Salvoni (1907-1982) sulle parabole di Gesù. Paolo Mirabelli ha corretto il testo, riformulato i vari punti della parabola, rivisto alcuni termini e certe espressioni. La trascrizione dei testi è di Cesare Bruno e Roberto Borghini.

Fausto Salvoni

11 febbraio 2019

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).