Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

La parabola: La pecora ritrovata (Luca15,4-7; Matteo18,12-14). Un gregge palestinese è naturalmente composto, oltre che di pecore, anche di montoni, agnelli, capre e caprette. Per meglio esprimere il suo insegnamento Gesù sceglie invece un gruppo uniforme di pecore. L’uomo della parabola ha condotto il suo gregge lontano dal suo villaggio, in un deserto, o sui monti, come dice Matteo. Il pensiero corre spontaneo al deserto di Giuda, costituito da monti e da colline brulle e calcaree, dai dorsi arrotondati dai venti e dalle piogge. In esso le pecore vagano di colle in colle in cerca di un po’ di cibo (erba). Solo di primavera e d’inverno esso si ammanta di una sottile peluria di erba. Usualmente il pastore munge le sue pecore al mattino presto, poi le conduce al pascolo concedendosi una lunga sosta verso il caldo del giorno, poi egli continua a pascolarle sino alla sera, quando le riconduce  all’ovile e le munge di nuovo. Se il pastore ha più greggi, i singoli gruppi di pecore si staccano spontaneamente quando giungono all’altezza del proprio ovile e vi entrano da sole. Al contrario se l’ovile è grande e molti sono i pastori, le pecore ubbidiscono al richiamo del proprio pastore quando al mattino viene a prendere le proprie pecore (Giovanni 10,3-5). Il pastore della parabola aveva un gregge non troppo grande da aver bisogno di aiutanti, ma nemmeno troppo esiguo da risentire una grave mancanza per la perdita di una pecora. La sua ricerca e la gioia del ritrovamento sottolineano ancor di più l’amore del pastore nei suoi riguardi. Al ritorno nell’ovile, contando le sue pecore, il pastore si accorge d’averne smarrita una (basta guardarle per capire se manca qualcuna). Il fatto non è insolito: non solo i teneri agnelli che possono venir meno o perdersi per via, anche le pecore più adulte potevano smarrirsi in quei luoghi così scoscesi e pieni di fratture (la pecora poi è priva del senso di orientamento). Appena il pastore si accorge della mancanza di una pecora, lascia le altre novantanove e si pone alla ricerca della perduta. Se non lo si vuole tacciare d’imprudenza, il pastore deve avere lasciato le sue pecore in un luogo sicuro, entro uno steccato o un muro a secco, oppure in custodia di un altro pastore. Gesù non ne parla perché non entrava nello scopo del suo insegnamento. Servendosi di opportune grida di richiamo a lui solo note, il pastore della parabola riesce a scoprire la pecorella. Ora segue un fatto inaudito: egli non solo si rallegra di averla ritrovata, ma se la porta a casa ponendola sulle proprie spalle. Giunto a casa vuole fare festa con amici e parenti.


Il pastorello e i rotoli del Mar Morto. La ricerca di una pecora smarrita ci richiama alla mente l’episodio della celebre scoperta dei rotoli del Mar Morto fatta nel 1947. Il quindicenne pastorello beduino, Mohammed El Dhib (Muhammad Ahmad al-Hamid) contando nella tarda mattinata i cinquanta capi del suo gregge constatò la mancanza di una capretta. Affidando le bestie a due suoi compagni, si pose a ricercare l’animale smarrito. Mentre si riposava un istante sul ciglio di un precipizio, a occidente del Mar Morto, vide il piccolo buco nero di una grotta che gli si apriva di fronte; gettandovi un sasso, così per gioco, udì il rumore di cocci infranti. Aveva scoperto il più famoso nascondiglio di manoscritti biblici che vi stavano custoditi sin dal 66 d.C., quando vi furono deposti in occasione della guerra giudaica.


La spiegazione della parabola. Due sono le interpretazioni che ce ne danno Luca e Matteo. La prima. Per Luca (15,4-7), che con l’originaria forma introduttiva “chi di voi” conserva pure una dicitura più fresca e spontanea ben più vicina all’originale di quella mattaica, la parabola si innesta assai bene nell’ambiente in cui Gesù esercitava il suo ministero di evangelizzazione in Galilea. Attorno a lui accorrevano in modo particolare gli esattori di tasse (pubblicani) e i peccatori, desiderosi di ascoltarlo, suscitando l’ira dei dottori della legge (scribi) che vedevano tutta quella gente andare a Gesù. Per i farisei, che si ritenevano “giusti” e le guide del tempo, detentori e custodi della Legge e della tradizione (Marco 7), valeva il principio sanzionato più tardi “l’uomo non si accompagni con un empio, nemmeno per condurlo allo studio della Legge”. Per costoro ogni gesto di Gesù doveva suscitare scandalo. Gesù che già in antecedenza aveva detto di essere venuto come medico per ricercare gli ammalati, vale a dire i peccatori (Luca 19,10), qui risponde con due (tre) parabole: la pecora smarrita e la moneta perduta (e il figlio prodigo), che provocano grande gioia con il loro ritrovamento. Esse ci spiegano l’amore di Gesù che non solo accoglie i peccatori, ma va alla ricerca per convertirli a Dio. Ce lo assicura l’espressione finale: “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che si pente che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di pentimento” (Luca 15,7). Anzitutto qui la gioia riguarda Dio, ciò è implicito in due fatti: il termine “cielo”, dimora di Dio, e la forma passiva “vi sarà”, che era un modo biblico ed ebraico assai usato per chiamare in causa Dio senza nominarlo. Non si deve tradurla secondo una maniera possibile in greco: “Vi sarà gioia in cielo per un peccatore convertito, ma non per novanta nove giusti” (tale senso si ha in Luca 18,14), che suonerebbe troppo dura per i farisei e che non è necessaria. L’espressione “maggior festa” non va intesa nel senso che i giusti sono meno graditi a Dio che non i peccatori, altrimenti ciò ci indurrebbe a peccare per essere amati maggiormente dal Signore. Si tratta di una iperbole o esagerazione parabolica che suscita impressione, che scuote e che vuole solo sottolineare il grande amore di Dio verso le anime anche se sono a lui ostili. Va poi osservato come Gesù faccia dire al pastore: “Rallegratevi con me”, proprio per suggerire ai farisei un comportamento del tutto differente dal loro. Quante volte noi imitiamo i farisei e ci comportiamo verso i peccatori in modo diametralmente opposto a quello di Gesù. Questo comportamento divino presentano nella parabola in modo stupendo le intuizioni veterotestamentarie di un Dio che non “è irato per sempre”, che non vuole la morte del peccatore, ma la sua vita, che ne brama la conversione. I profeti dipingono Dio come uno sposo amoroso che dimentico delle più gravi infedeltà, riabbraccia il popolo pentito che torna a lui. Per i saggi dell’Antico Testamento la sapienza divina trova gioia “a stare con gli uomini”. Ma non vi è ancora la ricerca del peccatore come fa il pastore della parabola. Evidentemente Dio ama più il giusto del peccatore; ma siccome non vuole la morte del colpevole, bensì la sua vita, lui stesso prende, in Gesù, l’iniziativa di riportarlo misericordiosamente all’ovile. Gesù è, infatti, il Pastore che, appunto perché ama i peccatori, li va a cercare come la pecorella smarrita e gioisce del suo ritrovamento, ossia della sua conversione. Il commento più bello di questo passo è l’allegoria del buon pastore che dà la sua vita per le pecorelle (Giovanni10,1-18). La seconda. Matteo (18,12-14) ripensa la parabola di Gesù e la adatta al contesto che parla del modo con cui un fratello deve comportarsi con il proprio fratello e perdonarlo se pecca e si ravvede. Il pastore non è più Gesù, ma è il credente, che non solo non deve scandalizzare un altro credente, ma deve andare alla sua ricerca. Il peccatore in Matteo non è più l’agente delle tasse o il non credente, ma è “uno di questi piccoli” (18,14). Nella terminologia dei vangeli “i piccoli” indicano i cristiani, i credenti, i fedeli: “Chiunque avrà dato da bere anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli per il fatto che è mio discepolo non perderà la sua ricompensa” (Matteo10,42 cf. 18,6 “che hanno fede in me”, v.10; Luca12,32). Per questo Matteo, ispirato da Dio, modifica la conclusione: “Si farà più festa in cielo” (Luca), nell’altra “Il Padre mio che dimora in cielo non vuole che nemmeno uno di questi piccoli si perda” (Matteo 18,14) Quindi, se un fratello pecca e si allontana da Dio o dalla comunione con i suoi fratelli, il credente deve andarne alla ricerca con amore, con costanza e con sacrificio, così come fece il pastore che a sera doveva ben essere stanco anche lui è desiderare il riposo anziché rimettersi in cammino e tornare sui suoi passi alla ricerca di una pecora smarritasi. A commento di questa frase di Gesù si legga la bella conclusione della lettera di Giacomo: “Fratelli, se qualcuno di voi si svia dalla verità e un altro ve lo riconduce, sappiate che chi ritrae un peccatore dal suo traviamento salverà l’anima di lui dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (5,19-20). I “piccoli”, ossia la parte più debole della comunità, vanno curati con grande affetto e preoccupazione e ricercati qualora si smarrissero nel cammino per la salvezza. Ciò che Luca diceva dell’amore di Dio, che ricerca il peccatore, Matteo lo applica ai cristiani, che, per divenire immagine di Dio, devono agire come lui e come lui ricercare il fratello perduto.


Commento degli editori. Che Matteo abbia ripreso la parabola da Luca, e modificato la conclusione per adattarla al contesto, è una affermazione priva di fondamento biblico. Dallo studio dei vangeli risulta che Gesù ripeteva spesso certi detti o immagini ai suoi discepoli o alle folle, adattandoli ai diversi scopi. Quante volte anche noi usiamo gli stessi esempi e illustrazioni in contesti diversi per scopi differenti. Così è della parabola della pecora ritrovata. Gesù racconta la stessa parabola in due momenti differenti per scopi diversi. In Luca la racconta per rispondere ai suoi oppositori, scribi e farisei, che lo accusavano di essere amico dei pubblicani e dei peccatori. In Matteo invece si trova nel contesto del “discorso sulla chiesa”, e Gesù la racconta per spronare i suoi discepoli a ricercare il fratello smarrito. La stessa parabola è efficace a illustrare entrambe le situazioni.


Nota degli editori. Questa parabola de La pecora ritrovata (Luca15,4-7; Matteo18,12-14) è tratta dagli appunti scritti a mano di Fausto Salvoni (1907-1982) sulle parabole di Gesù. Le note e alcune parti del testo sono di Paolo Mirabelli, che ha curato la revisione e riformulato certe espressioni. La trascrizione dei testi è di Cesare Bruno e Roberto Borghini.

Fausto Salvoni

07 gennaio 2019

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).