Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

È detta a ragione “la parabola della vigilanza”, come si evince dal versetto conclusivo che invita a vigilare, poiché non si conosce né il giorno né l’ora della venuta dello sposo (25,13). Nel contesto del discorso di Gesù, che abbraccia anche il capitolo 24, e del primo vangelo, la parabola parla della crisi che la venuta improvvisa e inaspettata del Signore provoca. I capitoli 24-25 di Matteo parlano della venuta. E la parabola delle dieci vergini ci dice come bisogna attendere e vivere la venuta del Signore: non come i contemporanei di Noè, incoscienti e non curanti, colti dall’irrompere inatteso del diluvio, né come il servo malvagio che batte i suoi conservi e mangia e beve con gli ubriaconi, né come le cinque vergini stolte che non si procurano l’olio per l’attesa; bensì come il sevo fedele e prudente o come le vergini avvedute. Lo scenario descritto non è necessariamente quello cosmico: segni del cielo, raduno dei popoli, presenza degli angeli. Perciò non si può del tutto escludere che nella predicazione di Gesù il racconto servisse anche a parlare dell’imminenza del regno di Dio, o dell’incontro che il Signore ha con ciascuno alla fine della vita terrena. Non bisogna aspettare che sia troppo tardi, che la porta sia chiusa. Chi è vigilante nell’attesa, sa come essere pronto, è presente all’appuntamento, e all’arrivo dello sposo viene fatto entrare. Chi invece è negligente e stolto, arriva sempre in ritardo, e viene lasciato fuori nel buio della notte.


Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini. Il termine di paragone è l’incontro dello sposo con un corteo di dieci ragazze che festeggiano lo sposalizio. La celebrazione del matrimonio avviene con una cerimonia notturna. Sull’imbrunire alcune damigelle si riuniscono nella casa della fidanzata, la futura sposa, e aspettavano l’arrivo dello sposo, che introduce l’intero corteo nella sala delle nozze, a casa propria, e dà inizio ai festeggiamenti del matrimonio. Ma cinque damigelle non hanno l’accortezza di rifornirsi sufficientemente di olio per ogni evenienza: non calcolano bene la durata dell’attesa, il fatto che lo sposo possa ritardare. Almeno così immagina il narratore ai fini del suo insegnamento. Difatti, ritardando lo sposo, le ragazze si assopiscono tutte e le lampade esauriscono il loro olio. A mezzanotte si ode un grido: è l’arrivo dello sposo. Le cinque ragazze sagge e avvedute possono rifornire le loro lampade con l’olio di scorta e così andare col corteo dello sposo verso il luogo del banchetto: la sala delle nozze. E la porta viene chiusa. Le stolte invece tentano in quel frangente di rimediare alla loro negligenza. Ma prima le loro colleghe rifiutano di condividere le riserve di olio, perché non venisse a mancare anche a loro, e poi i rivenditori a quell’ora notturna tardano a fornirle. Sicché quando trafelate arrivano al luogo del convito per prendere parte alla gioia di quello sposalizio, si sentono rispondere dalla voce dello stesso festeggiato: “Non so chi siete”. Sono definitivamente escluse da quella comunità in festa. E la porta rimane chiusa. Vegliate: il significato della parabola si evidenzia in pieno in quest’ultima frase.


La parabola ci insegna che occorre avere sempre in ogni tempo l’olio per le lampade. Poco vale iniziare bene e fermarsi a metà. Occorre perseverare nella vigilanza e rimanere sempre all’erta nel giusto atteggiamento per l’arrivo dello sposo. Occorre mantenere vivo il desiderio del Signore: è la lampada che siamo chiamati a tenere accesa nel buio della notte. Il cristiano che perde il desiderio del Signore diventa come sale che perde sapore o luce che spegne se stessa. Questo desiderio o lo si ha in sé o nessuno può pretenderlo dagli altri. Le ragazze stolte, che chiedono l’olio alle sagge, pretendono ciò che non può essere dato. “Uscire, andare incontro allo sposo, tenere le lampade accese nel buio della notte, attendere”: queste espressioni riferite alle ragazze amiche della sposa che, secondo gli usi matrimoniali del tempo, attendono a casa di lei l’arrivo dello sposo, esprimono bene il senso della parabola. Si tratta di compiere un esodo, una fuoriuscita dalla mondanità; di cercare il Signore per vivere una relazione autentica e vitale con lui; di mantenere fede, speranza e amore; di attendere la sua venuta con gioia e vigilanza. Il senso della parabola non è “ciò che hai, tienilo per te stesso”. Questo è il paradigma del mondo. Il cristiano sa condividere. Se ognuno condivide ciò che ha, tutti saranno un po’ più ricchi su questa terra. Nella parabola Gesù ci invita a essere saggi, a riconoscere che noi non siamo padroni del tempo, non possiamo disporne. La venuta del Signore non è misurabile cronologicamente, ma è essenziale perché afferma che il tempo ha una fine e un fine. È saggio e avveduto chi sa attendere vigilando l’arrivo dello sposo.

Paolo Mirabelli

21 maggio 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).