Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il testo contiene una requisitoria contro i pastori infedeli d’Israele che hanno disperso il gregge di Dio e dissipato il suo patrimonio, cioè il suo popolo. Possiamo distinguere quattro oracoli in questo capitolo: il primo, dal quale abbiamo estrapolato il nostro testo, è un oracolo minaccioso contro gli indegni pastori d’Israele (34,1-10); il secondo presenta il Signore come pastore di salvezza (34,11-16); il terzo ritorna a minacciare i cattivi pastori (34,17-22); il quarto è la promessa della venuta di “Davide” come vero pastore e principe. Due sono oracoli di condanna e due consolatori. Il tema è quello del “pastore”. Il confronto è tra gli attuali pastori d’Israele, vale a dire quelli censurati dalla predicazione profetica, i quali sono indegni di portare questo nome, e il futuro pastore d’Israele. Noi cristiani che leggiamo l’Antico Testamento alla luce del Nuovo,  alla luce del suo adempimento, sappiamo che il vero e buon pastore del gregge di Dio è il Signore Gesù Cristo (Giovanni 10). Negli oracoli, nonostante la condanna e il giudizio contro i pastori infedeli d’Israele, il Signore rassicura il suo popolo, poiché egli stesso interverrà a favore del suo gregge, riorganizzando la comunità a lui fedele, togliendola ai cattivi pastori, prendendosi cura personalmente di ciascuna delle sue pecore. La parola del Signore diventa così motivo di speranza per il popolo, egli sarà per i suoi eletti come il pastore che ama il suo gregge e passa continuamente in mezzo ad esso per assicurarsi che nessuno manchi. Recupererà le pecore dovunque esse siano disperse e le ricondurrà nei verdi pascoli. Le passerà in rassegna una a una, si renderà conto dei bisogni di ciascuna. Curerà la malata, fascerà la ferita, ricondurrà all’ovile la smarrita, ma non si dimenticherà della grassa e della forte. Tutte pascerà con giustizia. Questi oracoli di Ezechiele, assieme agli altri oracoli che seguono nei capitoli successivi, sembrano rispondere a una domanda che i contemporanei pongono al profeta: “In che modo potremo vivere?” (33,10). L’interrogativo nasce dalla situazione che il popolo vive in esilio: c’è ancora speranza per il popolo disperso in terra straniera? La risposta è : c’è speranza poiché Dio giudicherà i pastori infedeli e prenderà lui il loro posto.


L’oracolo prima denuncia i peccati dei pastori infedeli d’Israele (34,1-6); poi pronuncia l’inevitabile giudizio di Dio su di loro (34,7-10). L’oracolo è di facile comprensione perché l’immagine del pastore e del gregge è ben nota nella Bibbia. I versetti introduttivi (34,1-2) denunciano fermamente l’uso del potere che i pastori d’Israele, re e classi dirigenti, capi e guide spirituali, fanno a proprio vantaggio. Anziché pascere il gregge, pascolano e ingrassano se stessi. Il gregge di Dio non è visto come un bene da custodire, ma diventa una fonte di ricchezza da sfruttare per il proprio interesse. I cattivi pastori d’Israele si arricchiscono a spese del popolo. Verità questa sempre attuale. Le chiese di oggi devono confrontarsi di continuo con questa parola del Signore. Gli attuali pastori del gregge di Dio sono interpellati in prima persona dalla parola profetica, che li chiama a rispondere del loro agire: o si è pastori alla maniera che il Signore mostra e insegna, o si è mercenari, gente che bada al proprio interesse. Il “guai” iniziale richiama il capitolo 23 di Matteo: la censura di scribi e farisei. Il versetto 3 denuncia tre azioni positive che diventano però negative nel contesto: i pastori infedeli si interessano alla lana, al latte e al grasso della carne, ma non alla pecora. Pastori che curano se stessi: tutto viene fatto per il proprio tornaconto. Seguono poi (34,4) sei azioni negative e gravi, l’ultima è positiva nella forma ma crudelmente negativa nel contenuto. La mancanza di cura, il venir meno al ruolo di pastore che pascola il gregge, si rivela da queste sei azioni: non rafforzare le pecore deboli; non guarire la malata; non fasciare la ferita; non ricondurre la smarrita; non cercare la perduta; dominare sulle pecore con violenza e asprezza. Se a queste prime cinque azioni si toglie il “non” che le introduce, otteniamo un testo indicativo della funzione di ogni buon pastore: rafforzare le pecore deboli; guarire la malata; fasciare la ferita; ricondurre la smarrita; cercare la perduta. Ancora una volta risuonano le parole di Gesù, il quale invita i suoi discepoli a non signoreggiare e dominare sugli altri, come fa il mondo, piuttosto a farsi servo di tutti (Marco 10,42-43). I versetti conclusivi (34,5-6) molto probabilmente alludono e descrivono l’esilio babilonese, tema caro anche a Geremia. La dispersione inizia sui monti d’Israele e termina in terra straniera. La mancanza di veri pastori e la noncuranza ha prodotto la dispersione delle pecore. Colpisce la ripetizione del possessivo “le mie pecore”: il gregge è di Dio, non degli uomini.

Paolo Mirabelli

14 maggio 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).